Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

sabato 22 aprile 2017

L’amore senza inganno



L’amore senza inganno
di Paolo Pugni

C’entra sempre l’amore, è tutto qui. C’entra l’amore come strada per vincere la morte. Ma di quale amore parliamo?
No, non è che ho sbagliato e ho copia-incollato l’inizio dell’articolo della scorsa settimana. È che ci ho pensato a lungo, grazie anche ai commenti che mi sono arrivati da amici e meno amici.
E da (dis-) e –avventure varie capitate in rete, sui social media in questi giorni.
Tutto ruota intorno a questo, intorno alla comprensione di che cosa sia l’amore e che cosa comporti. E di come si faccia ad amare, innanzitutto se stessi. Questo però non deve essere il centro, ma il motore. E la cosa è molto diversa: ama il prossimo tuo COME te stesso e non, come mi ha fatto notare una cara amica per mostrarmi dove si è arrivati oggi, ama il prossimo tuo DOPO te stesso.  Un DOPO che non arriva mai, di solito.
Perché è sempre dall’amore che nascono i falsi miti, i quali, anche quando non sono manipolati da persone senza scrupoli che distruggono coscienze e vite per i loro interessi economici, politici e di potere -sempre ideologici comunque- sono lo specchio più o meno inconsapevole di un egoismo profondo che cerca l’amore che non conosce.
Perché senza amore non si vive.
Everybody need somebody to love…. E soprattutto di essere amato da qualcuno.
Dicevo già la scorsa settimana che chiunque, anche nella più profonda perversione egoistica, ha il desiderio profondo di essere dalla parte della ragione: nessuno vuole sbagliare, nel senso di fare male o addirittura di fare IL male.
Per questo si vogliono elevare i capricci a possibilità, libera scelta, addirittura unico bene. Perché anche se la società consente ogni esercizio della propria libertà, se questo non viene “amato” cioè riconosciuto appunto come un bene, inquina il cuore. Noi cerchiamo approvazione. Non vogliamo essere esclusi.
Il coniuge traditore ricerca giustificazioni, anzi di più: non gli/le basta la comprensione, che è sempre comunque illuminata dalla pietà, vuole l’approvazione che esalta invece di compatire. “Hai fatto bene, era la cosa migliore da fare” vuol sentirsi dire per affogare i sensi di colpa che invece stanno sempre alla superficie.
Lo studente che bulleggia il compagno vuole l’approvazione, derubrica –complice la famiglia- a scherzo la violenza, perché la satira è sempre ammessa: siamo tutti charlie, vero?
I violenti volgari bolognesi che mettono in scena una blasfema parodia, non si scusano: hanno agito bene loro,  hanno reagito all’inquinamento della Chiesa, quindi semmai la colpa è di quest’ultima, non loro.

Leggo sui social “se Dio esiste e ha creato tanti gay significa che sono sue creature naturali e che devono fare l'amore come due etero”.
Questa frase contiene un numero impressionate di errori, a partire dal fatto che nell’originale Dio era scritto con la minuscola. Confonde la creazione con la libertà dell’uomo, la natura con i comportamenti. Potremmo argomentare allora così: “se Dio esiste e ha creato tanti assassini, significa che sono sue creature naturali e che possono sparare a chi vogliono”.
O peggio così “se Dio esiste, e ha creato tanti carnivori, significa che sono sue creature naturali e che devono mangiare come vogliono”.
O ancora: “se Dio esiste, e ha creato tanti cacciatori, significa che sono sue creature naturali, e che devono ammazzare tutti gli animali, di qualunque specie, come piace a loro”.
Non mi interessa proseguire su questa linea ma sottolineare il senso che ci leggo dentro, tra le righe: il bisogno di sentirsi naturali, di sentirsi amati, di sentirsi approvati.
Ora l’amore, chi crede in Cristo, non lo negherà mai nessuno a nessuno. Non dico che sia facile, non dico che sia alla portata di tutti, ma per lo meno una cosa noi che ci riteniamo credenti abbiamo chiaro in modo inequivocabile: saremo giudicati sull’amore, e ogni mancanza d’amore verso chiunque -verso ogni peccatore quindi, perché tutti lo siamo- ci verrà addebitata come responsabilità grave.
Saremo giudicati secondo come giudicheremo.
Per cui se non sappiamo amare anche la peggiore persona al mondo, chi ci ha fatto più male, ce ne verrà chiesto conto. Mica facile, ma è così.
Nel mentre però ci viene chiesto, proprio perché non siamo noi a dover giudicare, di non manipolare neppure il… codice giuridico, che è stato stabilito da Dio.  Non possiamo fare leggi a nostro uso e consumo.

Dobbiamo fare la verità nella carità.

Che cosa ha a che fare tutto questo con i falsi miti di progresso?

Per spiegarlo metto sul tavolo un ulteriore elemento: la misericordia e l’anno santo che le è intitolato che inizierà a dicembre.
Sì, un anno santo che è Grazia, perché abbiamo tutti bisogno di una misericordia infinita, e il compito di noi credenti, in questo ospedale da campo, oggi, qui, adesso, ad ogni persona che incontriamo, sta proprio nel ricordare questo, che Dio ama il peccatore.
Non quindi “ricordati che devi morire” o “pentiti e credi al Vangelo”, ma oggi è il tempo di “Dio ti ama e ti perdona ogni cosa”.
E qui casca l’asino; e qui si fa difficile per noi. Perché Gesù ci ricorda che c’è un solo peccato che non verrà mai perdonato: "Qualunque peccato o bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata" (Matteo 12,31). Sarà mica proprio quell’atteggiamento che fa pensare all’uomo di non avere colpa alcuna? Di non avere bisogno di Dio? Di potersi dare il perdono da sé? Di non essere bisognoso di misericordia perché non esiste l’oggetto necessario? Di voler essere amato da Dio come giusto? Un po’ come quei giudei –che avevano creduto in Lui!- che si ritenevano liberi per definizione, per eredità: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?» (Giovanni 8,33).
Ecco il falso mito: voglio che tu mi ami perché io sono quello buono, non ho colpa, la colpa –hai un demonio!- ce l’hai tu che insisti nel dire che sbaglio.
E qui si svela un altro effetto collaterale devastante dei falsi miti: si può amare solo il giusto; chi sbaglia non va amato, va disprezzato, va distrutto.
Fateci caso: le categorie che vengono sostenute dai profeti dei falsi miti sono tutte idealizzate, non c’è macchia in loro. Non riescono ad affermare che al loro interno ci sono ladri ed assassini, colpevoli e approfittatori. Non possono! Perché vorrebbe dire ritornare al piano della responsabilità individuale e del confronto con la verità. E questo distruggerebbe il falso mito.
Questi profeti di una falsa libertà possono amare solo i perfetti, i puri, chi è nel peccato è da togliere dalla faccia della terra. Sono figli dei farisei dei tempi di Cristo: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?” E lo cacciarono fuori (Giovanni 9,34).
Non capiscono come si possa distinguere l’errore dall’errante, proprio perché non sanno amare: non riescono ad ammettere che ci siano persone che amano la persona anche se detestano il suo errore.
Esula dai loro schemi, dalle loro categorie di ragionamento.
Come si fa a condurre alla misericordia chi, sulla branda dell’ospedale da campo, rifiuta il medico perché pretende di non avere ferite?
Mi faccio aiutare a cercare il bandolo da un inaspettato suggeritore, Roberto Vecchioni, che alle sue canzoni ha affidato una saggezza più profonda di quanto non possa sembrare al primo ascolto.
Tre sono le canzoni che prendo a prestito per gettare luce sulla vicenda, sempre che poi io riesca a cogliere il riflesso –ma qui cado in piedi perché conto sull’aiuto dei lettori!- e tirare fuori un piano d’azione utile.

La prima è L’estraneo (infiniti ritorni) che disvela come divellere questa resistenza ideologica: in una sera di Gerusalemme il primo incontro con Dio produce fastidio, irritazione:

“Ho visto un Dio che mi veniva incontro
e ho provato tutto per scappare,
ma lui insisteva: "Dài, fatti salvare,
ho tanto amore, amore, amore...". 

Dio insiste, con tale coraggio da sembrare folle in questa volontà di salvare tutti:

“E in un cortile di Gerusalemme
che aveva scelto lui da chissà quanto
mi abbracciò e baciò e stava delirando,
e aver capito tutto in un istante
fu come morir le morti tutte quante
e non volere essere più niente, niente, niente...” .

E’ la morte che dà senso alla vita, come dicevamo tempo fa.  Ma il processo di conversione, di abbandono dell’io, non è lineare, non è semplice. Si torna indietro perché lasciare la zavorra dei propri piaceri è difficile, è come un elastico fissato alla schiena:  ti lascia crede di esserti liberato dalla gabbia e poi ti tira di nuovo a sé con un abbraccio ancora più violento.
Così incontri di nuovo Dio in treno e di nuovo lui vuole aiutarti, e parte dalla realtà a raccontarti il mondo, ma tu non ci stai, vuoi vivere la vita come ti pare:

“Lasciami
questo sogno disperato
di esser uomo,
lasciami
quest'orgoglio smisurato
di esser solo un uomo:
perdonami, Signore,
ma io scendo qua,
alla stazione di Zima. 

Con te, Signore
è tutto così grande,
così spaventosamente grande,
che non è mio, non fa per me” 

Questo è il punto chiave: la misericordia si effonde su tutti, ma resta solo su coloro che la accolgono. E per accoglierla bisogna sentirsi peccatori, o anche solo desiderosi di una vita “spaventosamente grande”. Finché te ne vuoi stare chiuso dentro alla tua piccolezza –o meschinità?- finché resti alla stazione di Zima, il perdono non potrà abbracciarti, perché Dio non può salvarti senza di te, senza il tuo consenso.
Questo è il mondo di oggi. Il mondo che rifiuta Dio perché non vuole sentirsi per nulla in colpa, il mondo in cui nessuno vuole essere colpevole e quindi abroga la legge e distorce la natura.
E come fai a dialogare con gente così? Come è possibile un dialogo con chi ha già deciso che tu sbagli perché hai una verità, perché la verità non esiste, anzi tutti ne hanno una, tutti sono charlie, tutti tranne tu che ritieni di avere una verità vera, perché allora dai fastidio, allora sei intollerante? Vale la pena dialogare con questa gente? O non è un dare loro un palcoscenico per confondere i semplici? Stiamo aiutando il demonio illudendoci di dialogare?
Eh sì, è vero: sono intollerante, come ha scritto in poche righe da premio Pulitzer, da premio Benedetto XVI ancora meglio, don Fabio Bartoli qui sabato scorso.
Sono intollerante perché amo e non voglio dare ragione solo per una falsa cortesia, per dimostrare -soprattutto a me stesso e quelli della mia parte- che ti sopporto (perché questo vuol dire tollerare, implica una dimensione superiore, una spocchia appena celata, una sufficienza annoiata). Invece io voglio capire che cosa sei e in che cosa credi, per amarti come sei, e proprio perché ti amo raccontarti la verità, mostrarti la piaga, aiutarti a curarla.
Come fai ad amarli questi qui che ti sputano in faccia appena indichi la piaga? Che ti danno del pazzo perché dici di vederla, toccarla quell’ulcera, di conoscerne le conseguenze?
Come si ama in un ospedale da campo?
Ecco come risponde Vecchioni, tre versi da tre canzoni:

Pazienza, ci vuole pazienza e attesa del momento giusto

“E il mio vecchio che sa la verità
guarda il tramonto dalla collina:
da qualche punto lontano
suo figlio tornerà.”

Ma non basta: bisogna andare incontro con questa pazienza

“Guardami,
io so amare soltanto
come un uomo:
guardami,
a malapena ti sento,
e tu sai dove sono...
ti aspetto qui, Signore,
quando ti va, alla stazione di Zima.”

Certo ci vuole un cuore che aspetti, che Lo aspetti, e allora per prepararlo questo cuore bisogna saper amare in molti modi

“Forse non lo sai ma pure questo è amore”  canta il professore in Stranamore.
E se vai a vedere bene in tutti (beh quasi tutti diciamo) i quadretti di questa delicata canzone del 1978 l’amore è gratuità, è donazione, è coraggio, è qualche cosa di più grande di me, che va oltre l’egoismo, ben oltre: che si tratti di avere a cuore un ideale o una persona, una figlia o un coniuge, c’è questa dimensione di sacrificio, che non è se non rendere sacra una relazione che conta. Ben altro che il “love is love” con cui i falsi miti oggi sdoganano ogni capriccio e voglia.

Il punto però non è l’annuncio della verità, non solo: la sfida che ci viene chiesta è la sintesi, come i tre ultimi Papi, che in questa tempesta devono governare non solo la barca di Pietro ma quella dell’umanità,  la sintesi di fare la verità nella carità.

Come sappiamo amare noi tutti questi fratelli imbevuti dei falsi miti, accecati dai profeti di sventura, illusi che quello che non è se non l’applicazione del loro egoismo sia una forma nuova di amore, trascinanti da profeti che fanno credere loro che quella roba lì sia amore?

Non lo so. Non lo so perché sono anche io qui a lottare con il mio egoismo, con la voglia di lasciargliela lì come fosse un gioco questa vita, e rintanarmi nel mio buco come i ramarri che ritirano la testa quando è buio, quanto è tardi, quando è freddo, quando tutto sembra caderti addosso. E chi me lo fa fare di amare? Invece Lui insiste, la carità di Cristo ci spinge, ci trascina, ci chiama fuori, ci impone –un dovere d’amore- di metterci la faccia. Come non lo so, so che devo amare.

E se qualcuno mi aiuta, ci aiuta, a capire come, prometto che lo abbraccio.

giovedì 24 marzo 2016

Per una politica che parte dalla famiglia


Le prime due puntate le trovi qui:


Bisogna avere il pacco. No, non voglio buttarla sul volgare. Volevo citare Jannacci. Che uno dice Janancci e tutti rispondono “vengo anche io!”. Infatti. Perché vogliamo vedere tutti l’effetto che fa. Ma L’Enzone, mica l’enzino, era anche quello del “dovevi dirmelo prima che avevi bisogna adesso!” e appunto quello che per fare certe cose ci vuole il pacco, e anche l’orecchio.
Così capita che, come un telegrafista qualsiasi (altra citazione, vediamo chi la ricorda), alla giovane età di 55 anni going on 56 (e dai con le citazioni, perché qui siamo tutti insieme appassionatamente), mi si spalanca davanti la potenza della politica. C’è da dire quella sociale, quella che viene dal basso, quella in cui ti sporchi la faccia e le mani, perché vuoi veramente dare una mano. La vedo così, altrimenti non mi sforzerei di trovarle spazio in una agenda così fitta da sembrare uno stadio al derby.
E ragiono a voce alta, per capire che cosa voglia dire questa cosa qui in un movimento che si vuole popolo, e della famiglia, e nell’anno della Misericordia.
Perché le cose non capitano mai a caso e se capitano è perché c’è un filo che le lega e le prolunga e aspetta che ci sia tu a mettere in moto il tutto.
Allora provo a dire cosa significhi questo per me e spero di avere chi mi risponda per darmi qualche scossone o spintone, e mi aiuti a vedere chiaro.
E penso a Milano, che è la mia città, che per me vuol dire molto e vuol dire futuro e storia e ricordi: perché quando ogni angolo che incontri, quando ti metti a girarla, ti riporta alla memoria una vicenda, un dolore, una gioia, allora vuol proprio dire che la tua città t’è entrata nella vita.

Da dove cominciare allora? Che cosa vuol dire mettere la famiglia al centro di un progetto politico per elezioni amministrative?

Parto da una bellissima affermazione della professoressa Elisabetta Sorci che definisce la peculiarità della famiglia come  lo sguardo che parte dal buio verso la bellezza di un panorama promettente e tutto da scoprire e condividere”. 

In effetti è così: la famiglia, che esiste prima –in senso logico e cronologico- della società è il punto di partenza che tutto ti fa scoprire, e di ogni cosa ti fa cogliere splendore, significato e manipolazione. Questo è lo sguardo politico che ci vuole oggi.

Io penso  dunque che il primo forte richiamo che, dalla famiglia si debba imparare ed estrarre, sia il senso della città: che è comunione di famiglie, luogo sorto per aiutare la famiglia. Famiglia di famiglie.

E quindi ci deve essere un forte richiamo al valore del bene comune, una finalità che offa a tutti il senso della loro esistenza, che è quello della ricerca della propria felicità dentro alla verità ontologica della persona. 

Che è unica ed irripetibile, segnata dall’essere femmina o maschio, e portata ad agire con responsabilità, e libertà, ma una libertà che prenda in conto i propri atti e le conseguenze, e a gestire le facoltà che la qualificano e differenziano: razionalità, volontà, sfera emotiva e sfera delle passioni.

Partire dalla famiglia vuol dire dunque educare e lavorare per la solidarietà, ma quella che nasce dal reciproco rispetto e dal volere il bene degli altri oltre che il proprio, perché capisce che non è possibile perseguire un bene egoista.

Il senso civico alla fine è questo: è capire chi è più debole, e perché; e sapere che in una famiglia si dà non in modo uguale, ad ognuno la stessa cosa, ma in modo giusto: ad ognuno quello che serve
E nessuno protesta perché sa che questo è il bene. E lo vive con generosità e responsabilità. E si impegna per il bene comune. Insegnare come si vive questo speciale affetto in famiglia credo sia compito di chi vuole il bene comune di una città.
Avendo misericordia per chi non capisce subito, per chi non vuole comprendere, senza però togliere nulla alla giustizia e al bene.  E nell’anno della misericordia questo elemento va sottolineato fortemente: nessuno è contro, tutti a favore. Del vero bene. E dentro la misericordia e dentro al bene c’è anche la verità, che non è mazza da brandire, ma sentiero da seguire. 
Non è misericordia lasciare nell’errore,  né lo è cedere al male perché fa comodo, o per codardia. Il bene comune va perseguito, ma non è mai compromesso sulla sua essenza propria, semmai sul percorso per raggiungerlo, quando è opinabile.

Costruire una società a misura di famiglia vuol dire per me, partendo da queste premesse, creare una città in cui le famiglie stiano bene. E per famiglia intendo tutta la sua estensione nello spazio e nel tempo, lo spazio della vita delle persone che la famiglia compongono, dalla quale vengono: dal concepimento alla morte.

Che cosa vuol dire questo? 


  • Che la città che sogno deve aiutare le giovani coppie a trovare casa e a prendere decisioni per il loro futuro,  favorire le loro scelte professionali e famigliari senza che le une penalizzino le altre, permettendo –e vorrei dire incentivando- la generazione della vita. 
  • Aiutare le famiglie a prendersi cura dei figli fin dalla tenera età garantendo a questi ciò che solo i genitori possono dare, senza chiedere eccessivi sacrifici a madri e padri.
  • Vuol dire assicurare una eccellente offerta scolastica, sia stata sia pubblica non statale, per permettere a tutti di accedere all’insegnamento secondo le proprie scelte di valori. 
  • Vuol dire garantire la sicurezza per poter mandare in giro i figli da soli e aiutarli a crescere in responsabilità.
  • Vuol dire affiancare i genitori nel compito educativo, che è decisamente loro responsabilità, ma nel quale hanno, oggi più che mai, bisogno di affiancamento e di guida, senza volere né negare né soffocare la loro priorità. Non ci si può sostituire alla famiglia nel decidere come educare, se non in casi gravissimi e comprovati, ma è utile sostenere la famiglia in questo compito.
  • Vuol dire permettere ai giovani di studiare grazie ad una offerta eccellente come nelle migliori città del mondo. Vuol dire offrire occasioni di lavoro senza svilire le competenze in mansioni riduttive o offrendo stipendi da burla. 
  • Vuol dire avere spazi per trascorrere i momenti di riposo e svago con serenità e tranquillità. Ho in mente il bellissimo parco lungo il Tamigi a Londra, o lungo il mare a Barcellona, o molte altre zone di grandi città nelle quali è possibile passeggiare, incontrarsi, correre, giocare senza paura.
  • Vuol dire aiutare le famiglie a prendersi cura dei propri anziani con quell’affetto che è loro dovuto, senza penalizzare il presente e senza costringere all’egoismo.
  • Vuol dire una città che guarda al futuro come lo fa un padre, come lo fa una madre, quando guarda ai propri figli che crescono: con solidità, senza ideologie, senza paure. Senza voler escludere la fatica che produce la gioia, i sacrifici fertili.
  • Vuol dire favorire la comunicazione tra generazioni, mettere in contatto i nonni e la loro saggezza con i (pro)nipoti, perché questa saggezza non vada sprecata.
  • Vuol dire creare un clima di cultura che spieghi, nel senso letterale di togliere le pieghe, per aiutare a fare proprio il significato della vita e della persona e non restare in balia delle emozioni passeggere, delle mode: cultura vuol dire sconfiggere la manipolazione.
Una città a misura di famiglia non può essere senza arte, musei, mostre, teatri, sport, gioco, eventi: senza eccessi, con limiti tratteggiati, con il coraggio di cercare ciò che è vero, buono, bello. Per aiutare a crearsi una propria opinione, e non cedere alle tendenze che sono come vento furioso nella vita.

E per fare tutto questo è bene non rinnegare il passato: non c’è amministrazione precedente, quale sia il suo colore, che non abbia fatto cose buone, che non abbia aiutato la città a crescere. Così, bisogna estrarre dal tesoro ciò che ha funzionato e rilanciarlo, e prolungarlo perché quello che conta è il bene, il bene comune, da dovunque venga. E chiunque ci aiuti a promuoverlo.

Credo che una politica a misura di famiglia debba essere aperta a tutti, accettare tutto, vagliare, e prendere il bene, ma soprattutto accettare e apprezzare ogni persona, non sempre tutte le sue idee o azioni, ma ogni persona sì. Con quello sguardo che ha una madre che accoglie in casa gli amici dei figlie e non tutto approva, non tutto asseconda, ma non rifiuta mai nessuno. Anzi, semmai cerca di aiutare.

Altrimenti come potremmo dire di essere il popolo della famiglia?


E voi che cosa ne dite?

mercoledì 23 marzo 2016

Diritti... all'inferno



Che se Dio non esistesse tutto sarebbe possibile l’aveva già scritto Dostoevskij. Forse non pensava che la sua provocazione sarebbe diventa banalità.
Lo ripete lo psicoterapeuta Claudio Risé parlando della mattanza di Roma, dove la ricerca della violenza efferata si mescola alla sua insensatezza, più ancora in basso nella scala degli aggettivi di “banale”.  Una violenza ricercata per “vedere l’effetto che fa”. E con questo anche Jannacci si rivolta nella tomba.
E visto che siamo in tema di citazioni, richiamiamo alla memoria anche il famoso grido del cardinal Biffi che ammoniva una società ormai sazia e disperata.
Di questo parla ancora Risè in un recente articolo apparso su il Giornale:
Questa sazietà mortale è riconducibile proprio a questo contesto. L'eliminazione di Dio e la perdita dei propri confini che inducono ad avanzare in territori mortiferi. È questo l'esito di un modello di cultura che non sottopone più le azioni a una verifica morale. Ciò che è in nostro potere, si fa. Ciò porta alla follia e alla morte”.
Già, stiamo correndo proprio in questo baratro. C’è però da chiedersi attraverso quali ponti stiamo finendo per precipitare nell’abisso?
La strada principale e quella segnata dalla proliferazione dei diritti, o per meglio dire, come ho già avuto modo di scrivere su questo stesso quotidiano, attraverso i capricci spacciati per diritti in virtù di una totalmente falsa e manipolata percezione non solo della realtà nella sua complessità, ma soprattutto della persona. E dell’ambito naturale nel quale la persona impara a conoscere la realtà: la famiglia.
Riprendo ancora in mano, citandolo nuovamente Di nuovo sottolineando l’importanza fondamentale di questa ultima fatica di Pier Giorgio Liverani (Diritti distorti, edizioni Ares), Per ripercorrere il cammino che c’è condotti alla soglia della caduta nella disgregazione della società.  È importante capire qual è la strada che ci porterà diritti all’inferno per capire quali sono le battaglie da compiere, perché non è più vero che ci salverà il buon senso, non è più vero che basta aspettare perché le cose tornino ad avere senso. Non è più possibile contare solo sul buon senso delle persone, perché sappiamo benissimo quanto sia potente forte la manipolazione delle idee.
E soprattutto sappiamo benissimo, E se qualcuno non se lo ricorda bene che faccio mente locale, quanto le leggi plasmano i comportamenti. Non sono solo le leggi ovviamente a plasmare i comportamenti. Ci sono anche le variazioni tecnologiche. Basta vedere come ci è cambiata la vita in seguito all’introduzione nella nostra vita di due strumenti quali il telefono cellulare, poi evoluto dello smartphone ancora più capace di modificare i nostri comportamenti, e la posta elettronica.
Sarebbe da folli, da ingenui E folli, ritenere che cambiamenti imposte delle novità tecnologiche e dalle leggi non abbiano influsso sul nostro modo di ragionare e di concepire il senso della vita.  Le leggi in particolare plasmano in maniera inequivocabile i comportamenti, avendo come metro decenni cosa che rende ovviamente non osservabile il fenomeno fino a quando oramai e inarrestabile e distruttivo.
L’assurdo delitto di Roma parla una visione demoniaca, e uso questo termine con profondità di senso: faccio particolare riferimento al desiderio di distruggere l’uomo.
Parla una parola diversa,
Liverani spiega molto bene che i diritti dell’uomo sono quelli che lo precedono sono quelli che “gli appartengono sin dal suo concepimento e proprio per questo costituiscono le fondamenta della società umana e –per quanto possibile e almeno in teoria- garantiscono agli uomini E alle loro relazioni la sicurezza, la tranquillità e la pace”.
È solo pretendendo che questi diritti discendono dall’uomo e non lo precedono, diventano cioè espressione della sua volontà di potenza, che tutto si disperde. Perché nel momento in cui è l’uomo, la singola persona, a decidere quale sia il suo diritto, questo diritto è soltanto l’espressione di una volontà, di una maggioranza, di un particolare momento dello spazio del tempo. Non siamo molto lontani dal vero se finiamo per ritenere che allora I diritti imposti dal regime nazista hitleriano avessero la medesima dignità, oltretutto fondata su un parlamento regolarmente eletto.
Si può obiettare che i diritti di quella follia –attenzione: in nessun modo sto affermando che quei diritti fossero giusti e legittimi!-  fossero immorali perché contrari ai diritti di altre persone.  La risposta è facile: la porto non è forse la negazione dei diritti del bambino? E le pretese della Cirinnà,  che oramai arriva a derubricare padre e madre  a pregiudizio e stereotipo,  proseguendo sulla strada che vuole essere la madre soltanto un concetto antropologico, non sono una violazione palese dei diritti della madre e soprattutto del figlio?
Persino il notissimo giurista angloamericano ateo Ronald Dworkin, ricorda Liverani nel suo libro, constata che “diritto e morale non sono universi separati ma, al contrario, esiste tra essi un legame imprescindibile” e questo perché esistono, e si possono identificare e riconoscere, “Valori comuni a tutti, in cui i credenti e non credenti si riconoscano, a prescindere da dogmi e testi sacri, scavalcando le barriere che un po’ dovunque i fondamentalisti cercano di innalzare”.
Qui c’è in gioco il senso dell’uomo oltre che la sua sorte.
C’è in gioco il futuro dei nostri figli, I nostri nipoti, dei nostri pronipoti. La battaglia iniziata per difendere i nostri figli riguarda tutti noi, pensare di negarla per difendere presunti diritti di altri, in particolare secondo la folle idea che questo vorrebbe dire andare loro incontro cristianamente,  deve essere portata avanti in tutti i piani, anche quello politico, perché non ci venga chiesto conto di ciò che abbiamo fatto E soprattutto di ciò che NON abbiamo fatto.

Il nostro dovere spiegare che questi non sono diritti ed essere in grado di argomentare perché.

lunedì 21 marzo 2016

La politica della famiglia (1) prendere consapevolezza



Perché l’azione politica

C’è sempre da imparare. Sempre. Perché il momento in cui smetti di imparare dalle situazioni sei finito.
C’è sempre da imparare soprattutto se analizzi la concorrenza.
Ritengo di aver appreso molto avendo avuto l’opportunità di assistere ho un incontro, organizzato da un carissimo amico, con Corrado Passera candidato sindaco a Milano.
Ecco le cose che mi hanno molto colpito perché voglio condividere per avere una visione lucida su quello che è importante fare.
Innanzitutto la visione, una visione che è tutt’altro che politica, televisione di qualcuno che ha cuore quello che sta facendo.
È la visione tipica di un imprenditore: immaginare cioè quello che sarà la tua impresa E quale sarà il suo ruolo all’interno del mondo, non solo quello del business, ma proprio il mondo di suo.
Ricordo molto bene come alcuni anni fa allora grande capo di IBM, Sam Palmisano, indisse una conference call globale –almeno così dice la leggenda metropolitana- per porre a tutti dipendenti una sola e semplice domanda: “E se domani, per un colpo di bacchetta magica o di un genio maligno, IBM sparisse completamente dalla terra, senza lasciare nessuna traccia del suo passaggio, il mondo sarebbe diverse più povero oppure no?”.
Già, perché se sparita un’azienda come pm il mondo fosse uguale, che ci sarebbe stata fare fino allora? Quale sarebbe il valore  apportato alla società?
Questa la domanda che si deve fare che c’è in politica: senza la mia azione che mondo sarebbe uguale oppure no? La mia città sarebbe uguale oppure no?
È questo il concetto di Vision così come la declinano le aziende.
E la visione di Passera per Milano è straordinariamente affascinante: una città che compete in Europa con le principali metropoli –Parigi, Londra, Berlino, Barcellona- Per ottenere il ruolo di Città capace di attrarre lavoro, persone, cultura, studenti, capitali, turisti.
Certo che piacerebbe vivere una città così.
È un altro elemento molto importante che ho preso e questo: mentre la politica punta a fare colpo con LA  priorità, la COSA da fare subito, ignorando quelle che sono poi le conseguenze quello che invece l’ha fatto e avere una visione olistica, complessiva, capace di comprendere quali siano i legami tra una decisione per la sicurezza e quella per il traffico, tra la costruzione di un parco e la capacità di attrarre nuovi abitanti, tra la vivibilità di una città E la qualità delle sue università.
Bisogna quindi avere una visione ampia che non trascuri nulla: e da uomo d’azienda –tra parentesi, non c’è niente di male che chi si impegna in politica oggi abbia un’esperienza manageriale, anzi a mio parere potrebbe essere un elemento positivo che… lo vediamo dopo-
Da uomo d’azienda dicevo quali sono io questa visione mi affascina.
Certo però che al centro di questo progetto, di un progetto di sviluppo, deve stare che merita di stare al centro di ogni visione. Ecco dove il management ha bisogno della politica, o se volete della filosofia: comunque dell’etica.
Al centro di tutto questo ci deve stare la famiglia.
È su questo vedo bissare molto le posizioni quasi tutti politici.
Anche perché spesso intendono la famiglia come disagio, come intervento da fare per proteggere la società dalle situazioni di degrado della famiglia. Al massimo, volendo parlare di qualcosa di positivo, si parla di lavoro al femminile. Certo bisogna capire poi come.
Veniamo dunque a noi: passare all’azione politica dire immaginare una città la misura di famiglia, vuol dire capire quindi che cosa questo è una città come Milano. Fammi parere vuol dire capire di più sul ruolo dei genitori, sulle scuole, sulla vivibilità, non è però centrata sulle biciclette o sui cani, ma sui bambini ad esempio. Perché non vuol dire che dobbiamo mandare il cane al rogo e bucare  tutte le gomme delle biciclette! Vuol dire che la priorità Deve essere quella della famiglia dal concepimento alla morte.
Se dunque devo avere una visione globale di quello che mi aspetto per la mia città, se devo immaginare come sarà Milano –la uso come esempio perché la mia città- tra 10 anni, dopo due mandati in cui sia stato possibile lavorare come amministratori per la città, ecco io immagino che Milano sia tra dieci anni davvero una delle principali città europee capace di attrarre soprattutto le famiglie, perché le famiglie ci stanno bene. Perché le famiglie trovano qui le scuole che vogliono in linea con i loro criteri educativi, che trovano aiuti  nella loro fatica di genitori ed educatori dei propri figli, trovino aiuto per poter realizzare i propri sogni e le proprie propensioni professionali, trovino aiuto per non dimenticare e abbandonare i loro cari quando  si sta spegnendo la loro vita. Una città che sappia attirare I migliori professori e migliori intellettuali, che sia ricca di cultura, che sia capace di offrire possibilità di lavoro a tutti, che sia capace di permettere a tutti di muoversi rapidamente senza avere bisogno necessariamente della propria vettura. Una città in cui le periferie sono soltanto luogo geografico e non un disagio sociale. Una città in cui si respiri il senso della solidarietà della propria casa, dei propri vicini, dei propri amici.

Lo so che sto sognando, ma soltanto sognando così alto che potrei essere superato dalla realtà.

domenica 13 marzo 2016

La politica non è ricerca del compromesso



Ce la posso fare. Devo solo respirare forte. Alzarmi e fare due passi. Guardare fuori dalla finestra il cielo. E dopo, solo dopo, rispondere al Tweet. Che altrimenti il furore mi obnubila, il livore trascende. Sono irascibile, ed è una lotta che ormai da anni combatto quotidianamente uscendone spesso sconfitto.
Specie quando si parla di politica, e diritti.
Così a rovinare la mia domenica –beh daì, non siamo tragici, a complicarla, che poi l’Inter ha pure vinto e anche l’EA7!-  arriva un tweet che spiega, con piglio da maestrina della penna rossa, che no “non negoziabile” in politica proprio no va, che in politica conta la mediazione.
Anzi peggio, che la democrazia è fatta di compromessi e chi non lo capisce non è democratico.
Come?
Allora vuol dire che la democrazia non ha princìpi o valori?
Perché se tutto è negoziabile, allora non esistono valori sui quali costruire insieme.

Per ragionare insieme iniziamo a comprendere che cosa voglia dire negoziare, che mi pare che non sia un concetto così chiaro.
Negoziare non vuol dire cercare un compromesso, tutt’altro. Il compromesso è un errore grave. È una prova di forza. È la scelta dei deboli. È la sconfitta della verità. Perché compromesso è una doppia concessione. Tra due posizioni ognuna delle quali chi più chi meno, cede all’altra terreno. E si perde tutti e due.
Eli Goldratt, il padre fondatore dell’approccio manageriale noto come Teoria dei Vincoli (o TOC all’inglese Theory of Constraints) porta questo esempio: ammettiamo di chiedere a due scienziati di misurare l’altezza di un palazzo. Ad uno chiediamo di fare facendo calare un filo a piombo dal tetto, all’altro di usare le leggi della trigonometria e delle ombre.
Il primo torna dicendo che l’altezza del palazzo è 70 metri, il secondo dice che è 80 metri. Che cosa fa uno scienziato? Controlla le procedure e cerca di capire chi ha sbagliato, perché il palazzo non può essere contemporaneamente alto 70 e 80 metri. Non è la verità.
Che cosa si fa in politica, o in azienda? Diciamo 75? O 73 o 78 a seconda di chi urla di più o di chi ha più peso. È la verità? No. È un compromesso? Sì, ma falso.

Negoziare vuol dire cercare la strada migliore per arrivare ad un bene comune, il bene che si intende perseguire.
Questo mi aspetto dalla politica.

Ma per farlo bisogna partire da valori veri, solidi, dimostrati. E quindi per definizione non negoziabili.
Coloro che affermano che la democrazia non può includere valori non negoziabili negozierebbero sul dovere di non uccidere? Sul rispetto della vita? Sulla protezione contro la schiavitù? Contro la violenza fisica?
No?
Allora vuol dire che questi sono principi non negoziabili.

Allora perché affermano che nulla deve essere escluso dalla negoziazione? Perché in realtà quello che vogliono è distruggere coloro che proclamano valori che a loro non piacciono. Provate a chiedere se sono disposti a trovare una mediazione sul divorzio, a ridiscuterlo, o sull’aborto. Ti urleranno in faccia che quelli sono diritti acquisiti che non possono essere messi in discussione perché sarebbe oscurantismo.

Ah sì? Quindi basta trasformare valore in diritto che tutto cambia? Il diritto esce dal tavolo negoziale. E che cosa ci resta? Le cose in cui crediamo. La famiglia ad esempio.

E abbiamo già visto che chi avrebbe dovuto difenderla, mettendosi a negoziare, ha già iniziato a distruggerla. A cedere.
Perché?
Perché non è più in gioco il bene comune, ma quello personale.
Perché l’aggettivo nuovo non è petaloso, ma poltronoso.

Perché non sappiamo più raccontare il bene comune. E qui dobbiamo tutti fare scuola, imparare da chi sta andando da tempo in giro per le piazze a raccontare perché la famiglia sia la cellula prima della società. La base di ogni convivenza sociale. Perché viene prima in senso logico e cronologico.
Perché sia un valore non negoziabile.

I democratici pronti a negoziare tutto, in apparenza, parlano di una società che si disgrega, che per mediazione accoglie tutto, parlano di un mondo in cui gli elettori –se e quando votano- decidono cosa sia bene e cosa male. Quindi anche il nazismo –democraticamente eletto- era nel giusto avendo trovato al suo interno leggi frutto di compromessi politici? Secondo questo principio sì.
La realtà ci dice che non è vero. Che i valori ci sono e bisogna combattere per essi.

Sapete come è finito lo scambio di tweet? Confesso: ho bloccato i democratici perché alla fine prevale il livore e non è corretto, né per loro né per me.
Ma appena prima ero stato apostrofato come “sentinella in piedi”: eccololà! La democrazia che loro vogliono non ammette sentinelle in piedi, gente che sta, che testimonia che i diritti sono in realtà capricci.


Questa democrazia falsa non la vogliamo. Se tocca scendere in campo, facciamolo.

venerdì 11 marzo 2016

L'esperimento di Schroedinger



PAOLO PUGNI
L'ESPERIMENTO DI SCHROEDINGER

"E' vivo oppure è morto?".
"Lo sai: sia l'uno che l'altro".
"Non possiamo guardare?".
"Ma insomma non ascoltate mai quando parlo? Dobbiamo lasciargli la sua libertà. Se alzassimo il coperchio, tutto finirebbe".
"Quanto andrà avanti? Mi sono stufato di aspettare".
"Non possiamo barare. Avete scommesso".
"E se scendessimo a dare un'occhiata?"
"Resteremmo anche noi imprigionati nella gabbia".
"Gabbia? Ma non avevi detto che erano liberi?"
"Certo che sono liberi: possono incatenarsi solo alle loro illusioni".
"Esatto. Se non riusciranno a superare la prima barriera, rimarrano confinati nello spazio tridimensionale".
"Non sono stati forse programmati per superare ogni ostacolo?".
"Certo. Tutti gli ostacoli naturali possono essere superati".

                           *  *  *

La nebbia e i suoni svanirono lentamente ed una enorme faccia rossa oscurò il suo orizzonte. Una escrescenza tozza e deforme si agitava davanti ai suoi occhi mentre grida spezzate ed indecifrabili saturavano il suo udito. Tutto si sdoppiò poi divenne verde e i contorni si confusero in una macchia vivida. Si sentì sollevare da due arti caldi ed umidi e l'azzurrò cancello ogni sensazione. Chiuse gli occhi per paura di vedere con chiarezza cosa gli stesse accadendo. Si aspettava di morire da un momento all'altro: il terrore era così forte da lasciarlo del tutto indifferente. Il futuro era comunque orrore, qualunque cosa accadesse. Non riusciva più a muovere le braccia e le gambe non esistevano più per i suoi nervi. La testa ciondolava abbandonata e fu estremamente contento di poter ancora controllare le palpebre e le labbra. Non provò a parlare, ma si limitò ad aprire e chiudere più volte la bocca. Gli sembrava di nuotare in un liquido tiepido e lieve, sul quale galleggiava con facilità. Cercò di sorridere, ma fu di nuovo preso da quel bruciante dolore allo stomaco. Tutto ridivenne nero e freddo.

                           *  *  *

La luce invase la stanza. Spontanamente strizzò gli occhi per difendersi da quell'invasione. Fu molto sopreso nell'udire una voce di donna che lo chiamava:
"Capitano. Capitano Schroeder. E' guarito. Può aprire gli occhi".
Dapprima sfuocato, poi a mano a mano più nitido un viso gentile apparve nell'acciecante distesa bianca. I capelli erano neri come gli occhi. Sì, erano proprio gli occhi. Due. La Terra?
"Capitano. E' tutto finito. E' a casa ora".
Casa. Esisteva forse una casa per uno scienziato spaziale? E di chi era quella voce così bassa e squamosa? Richiuse gli occhi e si azzardò a girare il capo verso la nuova sorgente sonora.
"Non abbia paura. Siamo noi", disse la medesima voce e Schroeder gli puntò di scatto lo sguardo addosso. Era la Terra. Riconosceva la divisa, anche se al di sopra di quella macchia marrone non riusciva a  distinguere i lineamenti dell'uomo.
"L'hanno trovata in fin di vita, in pieno deserto. Ma ce l'ha fatta. La missione è riuscita. Abbiamo le loro voci. Oh, capitano, è stato grande. Ora sappiamo tutto. Siamo stati capaci di imprigionare il suono dei quark".
I quark. Si riferiva agli alieni o alle particelle subatomiche? Per quale ragione tutti i suoi uomini erano morti? C'era dunque un senso, uno scopo per quella missione folle, che lui stesso aveva voluto? Respirava lentamente. Senza muovere la testa si guardò le mani, che giacevano immobili sulle lenzuola accanto a lui. Provò a muovere l'indice destro che si spostò con grande fatica. Poi il mignolo. Poi il pollice dell'altra mano. Rispondevano. Deglutì. Gli parve di sentire di nuovo quella strana conversazione.
"Gabbia? Ma non avevi detto che erano liberi?"
"Certo che sono liberi: possono incatenarsi solo alle loro illusioni".
Tutto il vuoto gli si riversò fuori dall'anima in una frazione di secondo e ricomiciò a parlare.
"Che cosa è successo?"
L'uomo sorrise. L'infermiera si volse di scatto ed uscì in fretta dalla stanza.
"Ben tornato tra noi, capitano".
"Che cosa è successo?", chiese di nuovo, con un astio così tagliente che lui stesso ne rimase stupito.
"Un guasto al generatore. Siete rimasti intrappolati nel deserto, in una valletta così stretta da sembrare una gabbia. La radio ha lanciato un solo segnale poi è scoppiata, per via del grande caldo. Siamo arrivati prima che abbiamo potuto. Lei era il solo sopravvissuto".
Non provò dolore, neppure odio. Lo assalì invece un gusto strano in bocca che pian piano si sciolse e si trasformò in qualcosa di simile alla compassione, non però acre o angosciata, ma piuttosto serena.
"L'astronave l'ha subito riportata qui, sulla Terra. L'asteroide è stato abbandonato definitivamente".
"Che ne è stato delle registrazioni?".
"Sono state decodificate. E' stato un successo. La teoria di Borner si è rivelata esatta: nel fruscio del Big Bang si possono sentire delle voci, tenui e allungate, sembra un canto. Sono della medesima frequenza delle oscillazioni dei leptoni e dei quark. Abbiamo catturato la voce della materia".
Schroeder si voltò verso la finestra, la luce gli sembrava attenuata o forse erano solo i suoi occhi che si erano abituati alla luminosità. Tutto oscilla, tutto può accadere, nulla esiste di stabile: quando mai la scienza aveva definito con più precisione la vita degli esseri umani? Si sentiva come un fotone, era ovunque eppure in nessun luogo, perché la traiettoria della sua vita era stata all'improvviso deviata da qualcosa che di sicuro non era umano. Che era successo sull'asteroide, dopo che l'ultimo dei suoi uomini si era trasformato in pelle secca e prima che l'unità di soccorso lo trovasse? Quale nuovo campo aveva steso le sue leggi su di lui e lo aveva saturato donandogli una frazione di verità? Non poteva parlarne con loro, non avrebbero mai capito.
"Devo riposare", disse.
"Certo. Verrò a trovarla regolarmente. Tutto è cambiato da quando lei ha fatto ritorno. Il Presidente in persona è ansioso di incontrarla".
Schroeder fece solo un cenno, poi con un sospiro chiuse gli occhi e si riaddormentò di colpo.

                           *  *  *

Si reggeva in piedi già da alcuni giorni. Gli piaceva scendere lentamente le scale di pietra fino al giardino. L'aria era tiepida e profumata, il sole non gli era più ostile. Sedeva sulla poltrona di vimini proprio davanti alla grande quercia e se ne stava lì a fissarla per ore come se fosse un'intricata funzione matematica. Il Presidente era già stato da lui: si era congratulato, lo aveva invitato a pranzo, non appena si fosse rimesso del tutto, gli aveva consegnato una medaglia. Gli era apparso a dire il vero un po' a disagio, come se fosse l'attore principale di una recita che non voleva. Tutta la cerimonia, per quanto vi avesse preso parte molto distrattamente, come se anche  lui fosse uno dei comprimari obbligati e non l'eroe, gli era sembrata metallica, robotica, falsa in un certo senso. Questo pensiero gli aveva attraversato la mente per una frazione di secondo. Non ci aveva badato. Aveva cercato di rispondere a tono alle battute del Presidente e quando questi l'aveva salutato di nuovo con calore, ma non quello di una luce rossa, piuttosto di una sorgente blu, fredda, liscia, lui aveva sorriso: la sua mente era altrove. Ora stava seduto, fissava con attenzione un ramo della pianta secolare.
"La foglia, che io ora sto guardando, proprio quella stessa foglia verde che si agita al vento, e che ho visto anche ieri ed il giorno prima, questa foglia che sta appesa al ramo e tramite il ramo fa parte di questa quercia, più vecchia non solo di me, del Presidente, di questa villa, ma di tutto l'Impero, forse, questa stessa foglia non esiste. Non può esistere: la materia non è altro che possibilità che la natura vibratoria del campo collassi a seguito di una osservazione. Ma io non ho mai osservato questa foglia prima di tre giorni fa. E di notte dormo. E se dormo non la osservo. Non solo io. Nessun altro. Tutti dormono la notte. Anche i guardiani. Fanno finta di stare svegli, ma chinano il capo sulla superficie brunita del tavolo in finto legno, non si curano più dello schermo e chiudono gli occhi. Dormono. Ma la foglia è qui. Il campo vibra, eppure la foglia è qui. Le voci lo dicevano. Tutto è osservato. Noi siamo gli Osservatori. Senza di noi non esiste l'essere. Le voci dei quark. Tutto vibra. Una particella non esiste in se stessa, ma solo negli effetti che genera. Questa è la scienza. Me l'hanno insegnato in quinta. Avevo dodici anni. Da allora lo so. Nulla è cambiato da allora. La materia ci sfugge. Quando stai per afferrarla, ti svanisce tra le mani diventando un'onda. La missione l'ha confermato. La solidità è un'illusione. La menzogna di questa foglia contro le certezze della scienza. Proprio io, io che volevo guidare questa missione più di ogni cosa al mondo, io stesso, che trascorrevo le notti in laboratorio, accanto ai visori ed ai pannelli digitali, ed sui pannelli digitali le cifre scorrevano come pioggia per non fermarsi mai, e nel laboratorio non si udiva nessun altro rumore se non il ronzio del condizionatore, io sono qui ad osservare una foglia che, senza allegria, mi sta distruggendo. Quelle registrazioni sono vere: non devo dar retta a quello che mi hanno detto. Le loro conclusioni sono diametralmente opposte alle mie: quali voci dei quark, quali vibrazioni del Big Bang. Sono doglie, sono le voci degli osservatori: le onde cantano e non hanno bisogno di nulla, si sorreggono a vicenda, ci sorreggono, eppure questa foglia si ostina a negarlo. Ed io so perché".
"E' lei il famoso capitano Schroeder?".
La voce arrivava da ore otto. Il capitano giudicò dall'inflessione che non valesse la pena di voltarsi. L'altro gli girò attorno e restò in piedi davanti a lui. Schroeder alzò appena gli occhi. Il vecchio gli sorrise, e ripetè la domanda:
"E' lei il famoso capitano Schroeder?".
Lui annuì senza entusiasmo. Il vecchio si sedette sulla poltrona accanto alla sua.
"Desideravo molto conoscerla. Ho sempre seguito i suoi studi. Sono contento che sia ritornato sulla Terra. Vivo. I risultati della sua missione sono straordinari".
Schroeder non interruppe il silenzio che seguì. Rimaneva immobile. L'altro si sporse verso di lui come per continuare, poi scosse la testa, si riappoggiò allo schienale.
"Capisco il suo atteggiamento. Rimasi anch'io così stordito la prima volta che sentii le voci".
Il capitano si volse di scatto.
"Le voci? Lei sa che ho udito le voci? Anche lei? Com'è possibile?".
Il vecchio sorrise di nuovo.
"Anch'io ho udito le voci, tanto tempo fa".
"Quali voci? Come fa lei a conoscere i risultati della mia ricerca? Nessuno sa esattamente quello che...".
"Quello che lei ha sentito? Quello che lei ha provato? Certo, ha ragione. Il rapporto non ne fa menzione. Lo hanno annunciato alla televisione. Nessuno ha parlato di voci, ma di suoni di frequenza innaturale, la traccia dell'esplosione primordiale e dei quark che allora si sono formati. Vedo che si agita, non è questa la sua interpretazione del fenomeno. Io so esattamente cosa ha provato, lassù nel deserto".
"Come può lei..? E poi, forse hanno ragione loro. Ero svenuto, il caldo mi stava uccidendo, posso essermi sbagliato...".
"Lei stesso non crede a questa versione. Non deve aver paura. Non di me di sicuro".
"Chi è lei? E come si permette di mettere in dubbio quello che io...".
"Quello che lei sostiene? Che cosa le è successo dunque? Ha sentito le voci oppure è stato solo il frutto di uno stordimento dovuto allo stato in cui si trovava?".
"Le voci... ma come può lei credere? Quello che mi è successo lo so soltanto io. Quello che ho detto ho detto".
"Così le è successo. Invece è convinto di... Lo fui anch'io, all'inizio, incredulo dapprima, poi sempre più fermo nella mia convinzione. Successe quand'ero giovane. Stavo indagando sull'origine dell'universo. Volli spingermi oltre il muro di Plank. Ero testardo, allora. Mi sembrava impossibile che la ragione non potesse scavalcare quel dannato ostacolo. Dieci alla meno 43 secondi dopo l'inizio del Big Bang: capisce cosa vuol dire? Una frazione di tempo così infinitesimale che.... Eppure al di là di quella soglia nessuno si era mai spinto. Nessuno era mai riuscito a capire cosa fosse successo nell'istante zero, che cosa ci fosse prima e cosa avesse innescato il processo creativo. Le equazioni stesse sembravano esplodere tra le mani, le funzioni si sfarinavano, spargendosi per tutto lo spazio quadridimensionale. Trascorrevo le notti al centro di calcolo, temevo che l'intuizione decisiva mi cogliesse lontano dall'elaboratore. Avevo paura di perderla, capisce? Come se fosse possibile sfuggire loro... Ricordo esattamente la scena: reggevo in mano un bicchiere, fissavo un albero fuori dalla finestra. Il cielo era terso, proprio come oggi: c'era vento. Le foglie si agitavano. Rimasi, non so perché affascinato, forse addirittura ipnotizzato. Mi parve che la mia vista si acuisse e penetrai nell'intimo della materia: tutto fu chiaro all'improvviso. Ricordo che il bicchiere mi si ruppe in mano e mi ferì. Nulla di grave, solo un taglietto superficiale che però sanguinava in abbondanza. Nulla poteva fermarmi. Corsi in laboratorio. Mi gettai sulla tastiera. I miei occhi erano come paralizzati, fermi su quell'immagine che persisteva dinnanzi a me come una musica di sottofondo. Infransi il limite, gettai uno sguardo pieno e voglioso: fui travolto dalla vertigine. Vidi la struttura stessa dello spazio sciogliersi e trubinare verso di me come neve per poi tuffarsi dentro un cono gravitazionale talmente intenso che il tempo stesso ricadeva su se stesso, il futuro collassava nel passato e tutto si ripeteva in una sequenza di istanti lunghi come l'eternità. Poi udìì le voci. Sì, perché all'origine di tutto, nel centro stesso di ogni cosa, nel fulcro di quello scorrere di frammenti di tempo, che ancora non erano il tempo, c'era il canto. Uno solo. Poi una gamma di suoni e timbri. Mi ritrassi impaurito. Tremavo. La tastiera del terminale era sporca di sangue. I tasti bianchi erano lordi di rosso vivo, quasi acceso. Anche le mie mani erano bagnate di sangue. Mi portarono via. Per più di un mese non parlai. Non ce ne era bisogno. Nulla di quello che mi circondava aveva più senso. Vivevo in una sorta di paralisi metafisica: ero stato intinto nella verità, ne avevo perduto il senso, mi era rimasta solo la superbia".
"Si sentiva come un sopravvissutto, un naufrago che fa ritorno nel suo mondo e lo scopre diverso. Anzi, si accorge di vederlo per la prima volta. E così?".
Il vecchio sorrise:
"Sì. E' così. Tutti erano rinchiusi dentro una enrome gabbia ed io solo ne ero fuori. Quello che è peggio non provavo nessuna compassione. Solo un'altezzosa mestizia, l'arroganza di sentirsi prescelto e non poter dividere nulla con nessuno".
Schroeder si mise a piangere, silenziosamente. Il vecchio stese un braccio e gli cinse le spalle.
"E' solo l'inizio. Le voci non abbandonano mai".
"Ma chi sono? Chi mi sta tormentando in questo modo cinico e raffinato? Me lo dica lei che le ha incontrate? Da quando sono tornato mi pare di vederle, badi bene vederle, non udirle, ovunque!".
"Deve scoprirlo da solo, io non posso aiutarla", rispose l'altro alzandosi.
"Se ne va di già?".
"Devo".
"Tornerà?".
"Sempre".
"Domani?"
"Alla stessa ora".

                           *  *  *

La stanza era immersa nel buio. Il silenzio lo racchiudeva come un bozzolo protettivo. Il suo corpo era immobile. Con gli occhi chiusi stava ripassando la sua teoria. Il sonno lo sfiorava appena, come un'onda leggera che bagni i piedi per poi ritrarsi svelta e ritornare subito dopo, a volte più forte, altre appena pizzicando la pelle.
"Le particelle stabili sono solo quattro: protone, elettrone, fotone e neutrone. Ma che cosa le costituisce? C'è una fine? O la corsa verso la roccia che costituisce la materia non può avere mai una fine? Quali vele deve issare la mia navicella per superare questo mare? I quark sono la risposta. Ci credo. Io ci credo. Io stesso ho elaborato questa teoria e mi ci sono voluti anni ed anni di fatiche, di stordimenti. Mi sono tuffato nel cuore della materia e sono riemerso con la soluzione. Eppure il quark mi sfugge, proprio mentre credo di averlo afferrato, si dissolve in onda. Com'è possibile imprigionare il vento? Siamo davvero composti da vuoto e vibrazioni? Perché le vibrazioni si trasformano in materia solida? La ricerca delle particelle fondamentali proclama che tre sono i costituenti di tutto l'universo: elettrone, quark U e quark D. Un campo è una porzione di spazio nel quale valgono le leggi associate al campo dato. Una particella non esiste se non attraverso gli effetti che essa provoca. Un campo non possiede sostanza se non vibratoria. Vibro, quindi sono. Io sono. Se sono io, non posso essere un altro. Ma se un'onda non esiste materialmente, ma è il fascio delle infinite possibilità che si determinano solo all'ultimo istante, io sono io, ma potrei essere chiunque altro. Sono io, sdraiato su questo letto, in questa stanza buia e silenziosa, piano sesto, corsia terza, numero 43, in quest'ospedale alla periferia di Washington D.C., sono io, che ho viaggiato nello spazio, che sono sbarcato sull'asteroide denominato ZKR 57, nel sistema della Galassia FHP 135, io sdraiato su questo letto, ho camminato sulla sabbia di quel deserto ed ho registrato le voci che provenivano dall'abisso del Big Bang, io, che adesso penso e non capisco più cosa ho fatto, né perché e mi sembra di essere stato molti nella mia vita e forse questi molti non erano me perché nessuno mi osservava ed io mutavo e nella notte, nel buio della notte, ridiventavo un'onda confusa con i sogni e quando sorgeva il sole tutto non era nient'altro che sogno ed io, sdraiato su questo letto, in questo ospedale, bianca escrescenza nel mezzo di un parco uguale a se stesso da secoli, io domani non sarò più io, ma un'altra possibilità, perché tutti noi siamo possibilità e non sostanza e mai tutte le possibiità si trasformano in sostanze e queste possibilità, racchiuse in questo corpo sdraiato in questo letto, diventeranno sostanza se non in minima parte, io sono io, sono io, io sono....".
Nell'attimo, in cui il corpo dorme già e si scollega dalla realtà nel quale è rinchiuso, ma la mente è libera, finalmente liberata dall'opprimente peso delle sensazioni, di scivolare ed aderire a tutto, Schroeder udì nuovamente le voci.

"Un'onda va, un' onda viene e tutto scorre verso il mare".
"L'ascia squadra la pietra e la forbice recide la nebbia".
"Che cosa c'entra tutto questo con l'esperimento?".
"Quale esperimento?".
"Non c'è esperimento che valga la vita di un uomo".
"Insomma, vi state prendendo gioco di me?".
"Adesso è vivo. Adesso è morto. Non c'è esperimento. Tutto è libertà".
"Capisci adesso?".
"Non ne sono sicuro".
"Nulla è certo se non ciò che è certo".
"Non è un gioco di parole, ma le parole di un gioco. Un gioco libero, per chi vuole liberamente giocare con la vita".
"Tutto è vita e nulla è morte".
"Un'onda va, un'onda viene eppure il mare non è mai pieno".
"C'è sempre spazio per la vita".
"C'è sempre un senso per la vita".

"Ma dov'è nascosto questo senso?", pensava Schroeder, "se ciò che io sono non sarò domani? Chi sono io? Quale funzione matematica potrà mai esprimere la vita di Ronald Amos Peter Schroeder, nato a Milwaukee, quarantadue anni fa, capitano astronauta dell'Impero e scienziato, fine scienziato, uno scienziato come mai sono nati in questo secolo e in questo pianeta. Ecco cosa sono io: io sono quello che sono stato, l'onda quantica già rappresa nella mia realtà passata. Ma l'onda non può essere ricevuta se nulla è sintonizzato. E se anche ci fosse qualche ricevitore sintonizzato, ma su una lunghezza diversa, l'onda andrebbe alla deriva negli spazi eterni. E se anche il ricevitore fosse sintonizzato sulla giusta lunghezza d'onda, ma nessuno avesse tempo o voglia di ascoltarne la voce, tutto andrebbe perduto. La mia vita dipende da questo: se ci sia o no nel mondo qualcuno che ha voglia, ha piacere direi, di sintonizzarsi sulla mia lunghezza d'onda ed ascoltare il mio fruscio. Cosa sono io: un canto forse? Od una proprietà della materia? E che distanza c'è tra materia e spirito? Non è forse l'onda stessa già spirito, anche se ancora materia?".
Poi, il sonno risalì come la marea fino alla sua gola e Schroeder affondò nei flutti di un riposo profondo e sereno.

                          *   *   *

"Se solo si potesse racchiudere una porzione di vita in una enorme scatola oscura, lontano da ogni possibile osservatore, cosa crede che succederebbe al suo interno? La realtà forse si scioglierebbe in una impalpabile sequenza di eventi possibili, nel futuro o nel passato?", chiese Schroeder al vecchio, mentre passeggiavano per il parco dell'ospedale.
"Secondo le leggi della meccanica quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg.... non lo so, non lo so più".
"E se la realtà fondesse per generare un flusso vibratorio, un campo metafisico nel quale ogni possibilità ha lo stesso diritto di venire generata, che ne sarebbe dell'uomo? Quale potrebbe essere la base dell'essere?"
Il vecchio non rispose subito, scosse la testa, fece qualche passo e si volse verso Schroeder.
"Stiamo discutendo di qualcosa che precede la scienza stessa".
"Nulla può precedere la scienza, nulla può essere più essenziale della conoscenza".
"Il punto è proprio questo: che cos'è la conoscenza?".
"Il possesso della verità".
"E che cos'è la verità?".
Schroeder si arrestò, guardò l'altro negli occhi con uno sguardo duro. Sembrava che il suo viso si fosse rinsecchito di colpo, le rughe sulla fornte si erano inspessite e il labbro inferiore gli tremava leggeremente; rimaneva immobile, ma più che confuso appariva concentrato in una ricerca interiore, quasi una lotta, che lo allontanasse da lì con la mente, ma non con il corpo.
Passarono alcuni minuti senza che nulla accadesse: il vecchio sorrideva sempre, Schroeder sembrava spento, come un automa al quale viene comandato di disinserirsi. Poi si udì un boato, ed il cielo si scurì improvvisamente. Lunghe striature nere si allungarono tra le nuvole metalliche ed una pioggia appuntita e gelata cominciò a cadere.
"Via di qui, presto!", urlò il vecchio, prendendo per mano Schroeder che sembrava ancora in stato di ipnosi.
"Potrebbe essere pericoloso. Gli uragani qui sono tanto rapidi quanto violenti. Non è prudente farsi sorprendere all'aperto, senza un riparo".
"Non mi importa più di nulla", rispose il capitano divincolandosi dalla presa del vecchio.
"Passerà anche questo. Mi dia retta, venga con me. Andiamo al sicuro. Si può anche morire qui fuori".
"Lo faccio solo perché mi fido di lei", disse Schroeder mettendosi a correre. Non erano molto distanti dalla costruzione ed in poco tempo raggiunsero l'entrata principale.
"Faccia attenzione agli scalini. Ecco siamo arrivati".
"Perchè fa questo per me?", chiese Schroeder al vecchio.
"Lo farei per chiunque".
"Nulla a che vedere con le voci?".
"In un certo senso sì, ma non per quanto la riguarda".
"Ho conosciuto molti uomini: nessuno era come lei".
"C'è forse qualche uomo che è uguale ad un altro?".
"Lei si prende gioco di me: ha capito perfettamente quello che intendevo dire. Ho viaggiato molto. Il sistema solare e anche oltre. Ho visto creature aliene, a volte ne ho anche uccise. Sono uno scienziato, non un militare. Eppure mi è anche capitato di usare le armi: per difendermi. Non ho mai ucciso per diletto. Detesto il sangue. Detesto la morte. Sono stato in molte stazioni, ho puntato il mio telescopio in ogni direzione. Ho dedicato la mia vita alla conoscenza. Ero su quel pianeta proprio per questo. Nessuno fino ad ora è riuscito ad intrappolare un quark: solo poche orme, una scia argentata sulla lastra fotografica sarebbe stata sufficiente. Avrei posseduto il segreto della materia. Io sarei stato colui che ha sconfitto l'ignoto, io sarei stato ricordato nei secoli a venire come l'umano vittorioso. Il quark di Schroeder sarebbe stato studiato per sempre. Sarei stato ricordato come colui che ha cavalcato le onde e le ha possedute. sarei stato l'universale mediatore tra la realtà materiale ed il mondo delle vibrazioni senza fine. Io, Ronald Schroeder, eroe per sempre. Ed invece ho registrato le voci. Non solo, ma la tragedia di tutto questo è che forse mi attribuiranno davvero questa scoperta. Non hanno capito nulla. Insistono nel dire che ciò che lo strumento ha registrato non sono voci, ma la scia dei quark primordiali. Volevo dominare ed invece sono stato domato ".
"E' un privilegio, il nostro".
"Lo chiami come vuole: io non l'ho mai desiderato".
"Neppure io: sto ancora pagandone il debito".
"Voglio tornare lassù. Voglio ancora percorrere quel deserto. Voglio guidare una nuova missione. Devo tornare lassù. Non appena mi sarò rimesso in forze, non appena le forze mi torneranno del tutto, chiederò di essere rimandato lassù e loro non potranno impedirmelo. Sono uno scienziato importante, non potranno negarmi una nuova spedizione. Sì, tornerò in quel deserto e ripeterò l'esperimento".
Il vecchio scosse il capo, coprendosi il viso con entrambe le mani. Poi lo rialzò di scatto e, avvicinandosi all'orecchio del capitano, gli sussurrò.
"Non potrà mai più tornarci. Di qui non uscirà mai, come non sono mai uscito io. Non capisce, non glielo permetteranno. Non vogliono che si parli delle voci. E' per questo che insistono con la storia dei quark. Non ci credono neppure loro. Lei sarà presto dimenticato. Lei è solo uno scienziato tra i tanti. Questo non è un ospedale: è una prigione sanitaria".
"Lei sta scherzando. vuole spaventarmi, non so per quale ragione. Non mi diverto affatto".
"Non mi permetterei mai. Chieda, se non mi crede".
Schroeder si alzò, fece pochi passi verso la fine del corridoio. Poi si arrestò con il braccio destro teso.  Le pareti erano bianche e lisce e non si udiva nessun rumore, se non il ruggito dell'uragano, ovattato dai vetri spessi. Schroeder ripensò ai giorni trascorsi lì dentro, alle infermiere linde ed asettiche e ai dottori sempre sorridenti, come chi sa di prendersi gioco di te. Ripensò alla visita del Presidente, così asettico ed impacciato. Anche lui si era prestato al gioco. Un rigurgito di rabbia gli salì alla bocca e fece fatica a trattenere il vomito. Gli occhi gli si colmarono di lacrime, non però ardenti, ma piuttosto disperate, disilluse, come di chi sa che ogni speranza umana non ha più ragione di esistere. Tutto cominciò a vorticare ed il rantolo rabbioso del vento gli sembrò una musica che aveva già udito in passato. Per un breve istante l'immagine acciecante del deserto lo colmò e si rivide a terra, riarso e ricoperto di polvere, con il braccio allungante invano verso la radio, giacere ai piedi dell'unità mobile di rilevazione. Poi fu di nuovo il bianco sterile della parete. Si volse, tornò indietro e si sedette di nuovo accanto al vecchio.
"Perché?", chiese con un filo di voce.
"Non lo so".
"Avevo ancora tanto da capire, tanto da dare".
"Può farlo anche qui. C'è tanto tempo per pensare".

                          *   *   *

Schroeder era in piedi davanti allo specchio. Fissava con attenzione il suo volto per cercarvi qualcosa che gli era sfuggito.
"E' un viso comune, il mio. Nulla che si noti con particolare attenzione. Né un naso prominente, né una bocca larga, neppure nei o macchie strane. Gli occhi sono semplici e frequenti, anche il loro colore, un azzurro pallido leggermente slavato, non desta preoccupazioni. Non mi riconoscerà nessuno. Il famoso capitano Schroeder può passare inosservato. Faranno fatica a trovarmi".
Tornò nella stanza e si rinfilò nel letto. Era tempo per la visita serale. Restò immobile ad ascoltare il silenzio, attendendo che fosse rotto dal rumore, quasi musicale, dei passi: tonfi gravi e lenti, i passi del dottore, un ticchettio rapido e metallico, quelli dell'infermiera.
"Come si sente questa sera, capitano?", chiese il dottore con un ampio sorriso.
"Come al solito, solo un poco più stanco. Ho molto sonno".
"E' normale. Si è sforzato troppo oggi. Questo umido soffocante poi non aiuta chi, come lei, ha sofferto di problemi di respirazione. Per fortuna gli uragani qui da noi non sono così frequenti. Si rimetterà presto".
"Lo spero. Sto bene però qui. E' un ambiente sereno e lo trovo ideale per i miei nervi".
Spiò con interesse e soddisfazione lo sguardo di intesa che inequivocabilmente dottore ed infermiera si rivolsero. Tutto procedeva secondo i suoi piani.
"Posso avere un sedativo? Preferisco non cenare e vorrei dormire a lungo ed ultimamente mi è capitato di svegliarmi spesso di notte, anche se ero profondamente stanco".
"Penso che la si possa accontentare. Preferisce un'iniezione o una capsula?".
"Una capsula per favore".
"Bene, gliela faccio portare subito. Può provvedere lei? Grazie. Capitano, a domani allora".
Schroeder sorrise in risposta al cenno del dottore, quindi voltò il capo verso la finestra e rimase in mobile fino a quando l'infermiera ebbe deposto sul comodino il calmante. Riuscì a non muoversi ancora per qualche minuto, timoroso che, per qualche ragione a lui sconosciuta, qualcuno entrasse all'improvviso nella stanza. Quindi, dopo aver finto di prendere il sonnifero, tornò a sdraiarsi, simulando l'abbandono totale al sonno. Attese che fosse del tutto buio, si alzò di scatto e senza accendere la luce indossò i vestiti sotto al pigiama. Aperta con grande attenzione la porta della stanza e verificato che non ci fosse nessuno nel corridoio, scivolò lentamente fino alla prima deviazione. Si sentiva stranamente calmo, pur essendo conscio del fatto che, se l'avessero preso, per lui non ci sarebbero state più speranze di fuga. Poteva sorprenderli solo ora, mentre ancora loro non erano al corrente del fatto che lui sapesse.
"Che cosa so realmente? Da un lato la mia sensazione e la certezza del vecchio, ma dall'altro? E se il vecchio non fosse altro che un pazzo? Se invece che una prigione, questo non fosse altro che un normale ospedale? Se resto e questo è un carcere, sarò prigioniero a vita, ma se fuggo e questa è solo una clinica, mi perdo del tutto. Come spiegare il mio gesto? Mi crederanno pazzo. E se invece mi credessero ora pazzo? E se io fossi davvero pazzo? Se sono pazzo e credo di aver udito le voci, che invece non erano che gli incubi di un moribondo, perché scappare? Ma chi, se non un moribondo, colui che è non è più vivo, ma non è ancora morto, colui che si trova proprio sulla soglia, ancora un passo e tutto finisce, può sentire le voci e capire che non sono i vaneggiamenti di una mente folle, ma i sussulti di un anima lucida e libera? E se io ho sentito le voci e loro non mi credono, chi è il pazzo e chi l'uomo libero? O forse la libertà è davvero pazzia? Se fuggo, dove vado? Sarò solo, solo per sempre. Qui invece, in questa gabbia dorata, avrò almeno il conforto di un amico".
Si immobilizzò contro la parete, nero nel nero assoluto del corridoio lasciato al buio. Poi si mosse e proseguì la sua fuga. Conosceva la strada: si poteva uscire da una piccola porticina che serviva alla lavanderia. Quando fu nel parco fu preso da un terrore nuovo e ancora indugiò.
"Sto gettando via tutti i miei studi. Non potrò più ricominciare. Dove? Con quale identità? Non ho voglia di combattere. E se invece, proprio nella lotta fosse il senso di tutto? Se combattendo ricominciassi a vivere? Perchè cedere? Perché accettare la castrazione?".
Si mise a correre, sicuro del successo. Poi udì una voce, secca e terribile.
"Chi è? Dove stai andando? Fermati!".
Si gettò di lato e corse più veloce ancora. Scivolò, cadde, si rialzò in un lampo. La caviglia gli doleva. Non riusciva a posarla a terra. Si appoggiò ad un albero respirando affannosamente. Silenzio. Nessuno lo stava inseguendo.
"Possibile? Che mi sia inventato tutto? E se fosse una trappola? Se fosse corso a chimare aiuto? Chi era?".
Sempre silenzio. Tutto restava nell'oscurità. Attese ancora. Poi si mosse piano, trascinandosi.
"Devo aver immaginato tutto. La mia mente è così scossa".
Una mano gli si posò sulla spalla e strinse. Si volse di scatto.
"Davvero te ne vuoi andare?".
Il vecchio gli sorrideva.
"Chi sei? Che vuoi da me? Sei dei loro?", replicò Schroeder in preda ad un violento tremito.
"No".
"Lasciami allora".
"Mi lasci solo".
"Qui dentro non ci resto".
"Dovevo saperlo. Quindi ti fidi di me? E se mi fossi inventato tutto?"
"Correrò questo rischio".
"Dove pensi di andare?".
"Non lo so".
"Vorrei venire con te, ma non posso. Il mio posto è qui".
"Lo so".
"Forse verranno degli altri. Forse. Devo essere qui ad accoglierli".
"E' così".
"Addio".
"Addio".
Schroeder proseguì a fatica fino al muro. Non gli fu facile scavalcarlo. Si tolse immediatamente il pigiama. Camminò ancora a lungo, attraverso i campi, finché giunse ad un quartiere di periferia. Cercò una panchina nel parco pubblico. Si sdraiò e rimase a fissare il cielo stellato, leggermente velato dalle luci dell'illuminazione stradale.
"Sono fuori. Fuori da quella casa, qualunque cosa fosse. Fuori dalla mia vita. E' come se nascessi ora. E' come se nascesse un altro Schroeder, un uomo che non ha nessun legame con il passato, come se l'onda che mi rappresenta avesse avuto uno scarto, deviata da una massa così grande da curvare anche la luce, e quest'onda, che adesso sono io, si fosse lascita piegare, distrocere, e si fosse impennata, cambiando verso e direzione, ed ora, chiunque sia colui che la osserva, genererà una nuova creatura. Sono solo. Solo. Io sono solo. Io sono. Io sono colui che sarò. Colui che non è ancora stato, ma sarà quello che gli agli vorranno che io sia. Io sarò un'onda che vibra. Non sono solo. Sono insieme a tutte gli infiniti possibili Schroeder e sono insieme a tutte le onde che riempiono questo universo. Tutte. Le sento accanto a me, dentro di me, come le voci. Non sono solo. Un fotone si comporta da particella solo se è osservato singolarmente, se invece chi osserva non si cura della singolarità, ma del fascio di fotoni, allora tutto gli appare come un'onda di probabilità. Io sono, perciò chi mi osserva, osserva me, solo me, non si cura della folla, ma di me, ha in mente me, è per me che si preoccupa, perciò io sono couli che è osservato per ciò che è. La foglia, anche la foglia io la fissavo e per me era quella foglia su quel ramo ad essere importante. Io capisco, adesso capisco la verità quantistica dell'essere umano".
E fu sonno. E fu mattina. Un nuovo giorno.

                          *   *   *

"Cosa fa?"
"Sta guardando".
"Lo vedi?".
"Come sempre".
"Che sta facendo?".
"Quello che fanno tutti".
"E' cambiato?".
"Un'onda va e un'onda viene ed il mare non è mai pieno".
"Non ti stanchi mai di guardare?".

"No. C'è mio figlio laggiù".