Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

martedì 31 gennaio 2012

Hic et nunc






Fai in fretta a dire hic et nunc.
C’è che spazio e tempo sono molto diversi nell’universo femminile e in quello maschile.
Non ci credete? Ve lo dimostro:
Quando ci chiedete: sparecchi tu? Butti tu la spazzatura? Metti apposto tu la sala? Non in genere rispondiamo: sì, subito.  Ora, subito è un concetto impreciso, che sostanzialmente significa “prima che sia troppo tardi”. Per noi ovviamente.
Perché intanto stiamo guardando la partita, e dopo fanno rivedere i gol. Poi c’è lo studio con Ilaria D’Amico, poi i commenti e le interviste. Poi il sommario. Poi…. e un minimo di zapping per resettare la memoria ce lo lascerete anche fare. E poi, se non siamo troppo stanchi, senno è la prima cosa che si fa domattina, allora si sparecchia o qualsiasi altra cosa abbiamo promesso. Parola di marito.
E invece voi, voi… subito vuol dire un nanosecondo, neanche foste il CERN a Ginevra con i neutrini. Siccome che poi siete vendicative, se non interveniamo nel tempo di oscillazione di un neutrone di berillio, che già a capire quando ci impiega ci vuole il suo tempo, fate voi al nostro posto, così potete rinfacciarcerlo. Dopo ovviamente. Quando ce ne accorgiamo. Il che, appunto, è molto dopo.
Epperò poi ci cascate sullo spazio, che si dilata manco andaste alla velocità della luce. Va bene, sì, andate alla velocità della luce. Noi no. Però.
Così se mentre vi inseguiamo con il carrello, che abbiamo il terrore di perdere, capita sempre che, stanche del ritmo lento, ci intimiate: “aspettami qui”.
Ora per noi qui, è… qui. Ossia un punto preciso dello spazio con raggio massimo di 20 micron. Che se dobbiamo fare tre passi per andare a vedere lo scaffale dei libri, vi mandiamo un SMS, che non si sa mai che ci si perda. Perché sì, ci spiace proprio perdervi, nonostante tutto.
Invece per voi… eh… qui ha un raggio di 2-3 chilometri, che quando siamo noi a dirvi “aspettami qui che torno subito” e in genere è davvero subito. Spesso. Quasi. Subito. Quasi subito. Beh quando torniamo non ci siete mai, e quando disperati ormai stiamo telefonando al 113, a chi l’ha vista? a amici, parenti, e voi tornate, avete sempre il coraggio di sbattere le ciglia, e dire candidamente “ma ERO qui! Sono solo andata in profumeria a vedere se avevano…” ovviamente la profumeria è nella città vicina….
Aveva ragione Einstein: tutto è relativo.

lunedì 30 gennaio 2012

Il nuovo reality show






Non capisco come non abbiano già utilizzato questo format. Che in confronto il Grande Fratello o L’isola dei famosi sono una passeggiata a Disneyland. Perché c’è un luogo, una situazione, che inspiegabilmente riesce a condensare e riassumere tutte le abiezioni dell’uomo, a rapprenderle nello spazio di un soffio e a farle esplodere con la fragranza di una giorno appena nato. E stende intorno a sé la tenebra, dopo la luce cattiva scende un’oscurità densa e fritta nella quale la bestialità si aggira mordendo e stanando anche chi spera ancora di trovare un barlume di razionalità. C’è una situazione, un luogo in cui le persone depongono il tratto umano, abbandonano sulla soglia ogni benché minima pretesa di altruismo, ma neanche, anche solo di attesa per il bene comune, e indossano le armi della difesa dei propri egoismi ad oltranza, come Leonida alle Termopili: piuttosto sopra il mio cadavere. Immaginatevi ricreare una simile ambientazione in un reality: altro che le schermaglie del GF! Altro che le risse dell’Isola di Supersimo. Persino altro che le rivalità di Amici. Pensate che audience potrebbe avere un reality in cui ognuno si riconosce, perché di là almeno una volta ci è passato, e almeno per una volta quelle stesse sensazioni le ha vissute dentro di sé, intorno a sé: ha sentito crescere dentro di lui la rabbia, prima sommessa, poi incredula, poi spaventata, infine incontenibile. Perché ci ha provato a controllarla, ci ha provato a ragionare, ci ha provato a mediare. Ma alla fine ha ceduto: o si è lasciato travolgere dalla passionalità del clima, e come belva ruggente si è gettata nella mischia; o ha lasciato le armi e se ne è fuggito atterrito da se stesso e dal genere umano. Sì perché potrebbe anche esser salutare mettere in mostra dove l’uomo può giungere, fin dove può scendere nell’abisso dell’egoismo, dell’odio, della mancanza di rispetto, dell’idiozia, dell’incapacità di ragionare. E sarebbe anche un interessante studio sociologico, perché lì, cadute le difese del perbenismo, abbandonati i sorrisi da cortile, quando ci si incrocia e si saluta mettendo su la faccia più brillante e falsa che possediamo, per quei sei metri in cui si rientra nel campo visivo, prima di riaccendere il pettegolezzo e la critica, lì tutto viene fuori: è un grande specchio che riflette all’uomo il suo io bestiale, demoniaco. Che se uno riuscisse a fare un passo indietro, a vedere il tutto con sguardo non dico limpido, ma almeno sbrinato, se riuscisse a riaccendere la ragione quel tanto che basta per osservare ed osservarsi, gli cadrebbero le scaglie dagli occhi e potrebbe vedere i demoni danzare accanto alle persone che tengono al guinzaglio, e ridere, e schernirle mentre le aizzano. O sì, avrebbe anche una valenza metafisica un reality simile. Che parlasse dell’Armageddon quotidiano. 


Che mette in scena, a beneficio di tutti, l’assemblea di condominio.

domenica 29 gennaio 2012

Le difficoltà dell'amore





L’amore a volte produce problemi. Di comprensione. Perché nel tentativo di fare sempre cosa desidera l’altro…
Così ci capitano questi siparietti:

vai a Messa stamattina o questa sera
Preferirei questa sera
Ah, c’era da dare al parroco il modulo per i volontariato per il convegno di giugno.
Allora vado questa mattina
Ma no, c’è tempo fino al 31
Va bene allora, vado questa sera, preferisco
Bisogna darlo proprio a lui
E questa sera non c’è.
No, c’è al mattino
Allora vado questa mattina.
Ma no, non disturbarti. E’ che bisogna per forza consegnarlo a lui.
Va bene vado.
Non voglio che cambi i piani però. Fai come vuoi comunque.

Com’è finita? Che sono andato alle 8.30. Ovvio .
E non basta:
E’ ora del caffè?
Vado a vestirmi e te lo faccio.
Ah.
Va bene te lo faccio subito.
Ma no fai con calma. Il caffè.
Lo preferisci adesso allora?
No, posso anche aspettare..
Ho capito te lo faccio subito.
Ma no, che ci impieghi cinque minuti a vestirti. Io aspetto qui. Aspetto.
Va bene, prima il caffè, tanto non cambia.

Ora, sta scritto sia il vostro parlare sì,sì,no,no con quello che segue.
Vogliamo provarci per favore? Per il vostro bene… potremmo prendervi sul serio una volta o l’altra….

sabato 28 gennaio 2012

Letto e tv






Succede questa cosa strana, che noi spesso guardiamo la TV a letto. Serial Tv, registrati così da gustarceli al momento giusto. In genere due puntate. Così da fare l’ora giusta per dormire placidamente.
Ora capita che lei, che ha bruciato di più durante la giornata, approfitti del ritmo vorticoso dei thriller, per farsi guidare verso un sonno ristoratore. E si lascia scivolare sul guanciale con una delicatezza che solo lei può.
Nel mentre io prosegui nella visione appassionata in genere mentre navigo sul Mac per stare aggiornato, che non si sa mai cosa capita nel mondo.
Ecco, neanche finita la sigla di coda, neanche spento il televisione, che lei si desta da cotanto sopore per sorridere angelica e iniziare a parlare.
Talvolta provo a leggere. E qui succede un fenomeno che è duro da spiegare dato che sembra contraddire la logica. Specialità questa tipicamente femminile.
Ordunque laddove la confusione tremebonda e ricca di spari del poliziesco la cullava senza disturbarla, il timido girar di pagina del volume che leggo, anche questo thriller in genere –il che dovrebbe aiutare- o comunque banaloso, ecco questo fruscio appena impercettibile, quasi languido, come lo sciacquio di un’acqua gentile e lieve, che appunto si dice culli, questo sciabordare allegro e ninnananneggiante la risveglia definitivamente ed è un continuo chiedere di mettere giù l’appassionante lettura e spegnere la luce.
Ma io dico.. proverò a tenere accesa la tv su una spystory, mettere tappi nelle orecchie, e leggere beato mentre la mia dolce lei si tuffa in sogni d’oro.
Poi vi dico.
p.s ma chissà se queste cose che racconto sono davvero vere oppure se la letteratura mi cattura la tastiera e mi trascina su territori dove la realtà si mescola alla fantasia e alla ironia? 

venerdì 27 gennaio 2012

Amplifon!








Ci sento poco. L’ho già detto. Non se ne capisce la ragione. L’otorino che mi ha visitato tempo fa mi ha detto che sembra esserci stato un trauma uditivo all’orecchio destro.
Gli ho detto che quella è la parte dove di solito sta mia moglie, a tavola, in macchina, a letto. Ha sorriso, ma ha escluso.
Forse le sale macchine che ho frequentato da marketing manager oleoidraulico. Mah.
In casa non ci credono, neppure davanti ai testi effettuati due volte, in ambulatorio e al negozio Amplifon. Dicono che il mio è un caso di ascolto selettivo. Che fingo per sentire solo quello che voglio.
Il che può essere.
Solo che poi a volte faccio proprio fatica. Dove non arriva l’orecchio arrivi il cervello dice mia moglie, come a dire cerca di intuire.
E qui casca l’asino perché posso anche intuire, anzi comprendere, i ragionamenti maschili che sono lineari, ma intuire le divagazioni di tre donne a tavola, ce ne vuole.
Così sono più le figuracce che faccio…. Ma non demordo…
E la mia rivincita ce l’ho in macchina: anche la mia signora ha un calo d’udito, a sinistra però (colpa mia quindi), il che a volte rende in viaggi in macchina per lo meno curiosi, come si può immaginare.
Ha suggerito, per rimediare, che io le ceda i volante.
Piuttosto compro un auto inglese con guida a destra!

giovedì 26 gennaio 2012

Giona contro Dio

I  racconti del giovedì



Facile parlare per Lui. Non sbaglia mai. E non ti dà respiro. Ti insegue ovunque. Anche sopra il mare. E ti tormenta finché non fai quello che vuole. E sì che glielo avevo detto: tanto si sistema tutto. Tanto poi ti lasci commuovere. Sei tenero tu. Vuoi fare il duro. Vuoi ricoprirti del manto della giustizia. E quella storia degli occhi bendati e della bilancia che fa tanto marketing. No. E’ tutto un trucco. I tuoni, i rombi. Gli scuotimenti della terra. Sono effetti speciali. Magari quello che vorresti veramente essere. Ma non puoi. Non ci riesci. Sei amore, non te lo ricordi? E così alla fine, come avevo predetto, quello che ha fatto la figuraccia sono stato io. Per fesso mi hai fatto passare. Andare in giro a minacciare sciagure. Un profeta da strada. E se non mi hanno deriso prima, lo faranno adesso.
Mi hai ricattato e non ho potuto dirti di no. E che cosa ho ottenuto? Il successo. Sì, paradossalmente mi hai fatto conoscere il trionfo. Nella sconfitta. Hai ottenuto il risultato che volevi, facendomi minacciare stragi. E dove poi? Proprio nella città più torbida, il covo degli assassini, dei predatori. Un popolo senza pietà, sguaiato, imbattuto ed imbattibile. Il cui solo nome getta nel panico. E tu l’hai piegato con l’amore, non con un esercito più potente. Che avresti avuto solo schioccando le dita. E che avrebbe raso al suolo loro fino alla centesima generazione.
Invece hai mandato me. Riluttante, timoroso, ma sì diciamolo anche: codardo. Soprattutto irritato. Perché sapevo già come sarebbe andata a finire: tu sugli altari, io qui, sotto questo ricino rinsecchito a maledire la mia vittoria. E che cosa ci ho guadagnato? Una fuga precipitosa, un soggiorno indesiderato sott’acqua, tre giornate di cammino nell’inferno e poi questo caldo secco, senza vento. Questa infinità bianca e infuocata che spazza via dall’anima ogni desiderio non per affogarla in un appagamento dissetante, ma anzi proiettandola in una disperazione accecante. Non la luce nella quale desidero un giorno riposare, ma un crudo anticipo di tutte le sofferenze di Giobbe. Perché anche con lui non è che ti sei comportato da galantuomo, diciamola tutta. Gli è andata peggio che a me.
E qui prigioniero di questa fornace, devo anche sorbirmi i tuoi discorsi, le tue scuse, i tuoi pretesti? Non tuoni mica, qui sotto questo cielo così trasparente e piatto da spaventare. Non urli come facesti con quello al quale togliesti tutto per un gioco, per metterlo alla prova. No. Con me sussurri, con questo tono così morbido, paterno, anzi materno. Fai domande. Mostri come l’amore può perdonare tutto.
No. Così non mi piace. Proprio da questo fuggivo. Da questa misericordia infinita. Da questo abbraccio che è sempre pronto e che chiede solo di lasciarsi andare. Da questo perdono che non si rifiuta mai, ma che può essere solo rifiutato. Perché tu non ti neghi mai, siamo noi che possiamo negarti.
Io volevo vedere il fuoco dal cielo. Volevo vedere il terremoto. Il suolo squarciarsi e ingoiare palazzi e animali. Volevo vedere fumi salire dalle viscere della terra e bruciare. Oh, sì. Arderli, con il medesimo gusto con il quale i loro soldati hanno violato case e donne delle città che hanno raso al suolo, devastando l’anima dei sopravvissuti, così violentati da desidera la morte piuttosto che il ricordo.
Volevo vedere i tuoi angeli scendere e sterminare i sopravvissuti con la paura prima ancora che con i loro dardi. E il fuoco purificare ogni cosa lasciando solo cenere su questa Ninive maledetta.
Volevo vedere gli innocenti perire insieme ai colpevoli, maledicendoli per questo e caricandosi così, in punto di morte, di quel peccato di odio che li aveva inseguiti per tutta la vita senza mai raggiungerli. Così che anch’essi sarebbero stati dannati.
Volevo vedere trionfare la giustizia, strumento del mio odio più viscerale. Volevo vedere il sangue, che avevo predetto per incarico tuo, quello che avrebbe lavato gli scorticati ricordi delle loro vittime, facendoli affogare nel livore acceso della rivalsa. Perché se non serve a soddisfare la tua sete di odio per i persecutori, a che serve avere un Dio personale? Che me ne faccio di un Dio di tutti, che tutti ama, tutti perdona, tutti accoglie?
Eppure così sei fatto tu, e anche adesso se qui a tormentarmi con il tuo amore. Lasciami in pace, lasciami il tempo per accettare questo mio successo, questa mia vittoria: questa predicazione che ha ottenuto il suo scopo, che ha convertito, che ha condotto al pentimento. Che mi ha così deluso.  E per questo mi sta purificando da dentro.

mercoledì 25 gennaio 2012

Innamorati di tecnologia







La tecnologia è la perfetta amante
C’è un fascino nella tecnologia che seduce tutti gli uomini. Va bene, quasi tutti. E un numero ridotto di donne. Ma un conto è usare della tecnologia, un conto è esserne attratti. Ora è vero che anche al solo livello di utilizzatore la popolazione maschile è decisamente preponderante. Non sono molte le donne che affrontano la tecnologia con la stessa grinta con la quale affrontano un uomo.  Probabilmente solo le più giovani. Ferme, ferme: non è una dichiarazione di guerra. Neppure una battuta di spirito. E’ questione di imprinting. Per tutti coloro che sono nati dopo la nascita di Internet e del telefono cellulare, è impossibile non sapere fare uso di strumenti che stanno a questa generazione come alla mia , alla mia si intende e forse a quella di alcuni lettori, ma in modo assoluto NON a quella delle signore lettrici, i tappi a corona e le biglie di vetro. Ma restarne sedotti è altra cosa.
Per contro c’è una sorta di rifiuto nelle signore a diventare completamente padrone di qusti mezzi. Capita così che la mia ammirevole metà mi cerchi ad orari più impensati per ricordarle una sequenza di tasti sul Mac, guidarla in una operazione sul videoregistratore o che chieda aiuto alle figlie per modificare la suoneria sul cellulare.
Ora da una donna come lei che padroneggia  senza alcuna esitazione una della apparecchiature più complesse al mondo, la lavatrice, uno non si aspetta questo analfabetismo tecnologico.  Sebbene sia roso dal dubbio che ci sia un disinteresse personale alla base di questo disagio, mi sono fatto una idea differente. Che tutto questo vi convenga.
Già perché noi uomini siamo attratti da questa innovazione delle nostre vite: passiamo la stessa quantità di tempo che voi trascorrete di fronte ad una boutique a contemplare negli azzurri e diafani negozia degli aeroporti le sfilate di nuovi computer, gli scaffali di hard disk esterni, saltelliamo senza riuscire a deciderci di fronte alla provocazione di nuovi telefonini multifunzione,provando persino un profondo desiderio di acquistare una chiavetta da 32 Giga come se fosse la conquista di una impossibile amante. Per cadere in un deliquio che fa perdere coscienza e serietà quando ci capita di entrare in un Apple Store .
Io non ho viste di cose che noi uomini possiamo solo provarne vergogna: provare passione per un panno triplice uso per computer, ridurre la salivazione per il nuovo Mouse Mac che riproduce il Pad simulando anche lo scorrimento, scambiarsi compulsivamente applicazioni gratuite per iPhone, specialmente quelle che non verranno mai utilizzate.
Travolti da queste ventate di passione vera, finiamo per venire distolti da tentazioni antiche e cadiamo tra le braccia di questa amante che non tradisce, se non di rado (quando ti crasha l’hard disk o ti si impianta il telefonino), e che soddisfa la più profonda delle brame maschili: tornare bambino.
Sono sicuro che voi signore, profonde conoscitrici dell’animo e dotate di grande intuizione, aveva capito tutto questo fin dl primo albore della tecnologia e con grande magnanimità, e con una strizzata d’occhio all’utilità, ci avete lasciato via libera ritirandovi non perché non avreste potuto impossessarvi anche di questo, ma per lasciarci l’illusione della trasgressione.
Non solo: c’è un pizzico di malizia tutta femminile in questo. L’uomo che oggi non apre più la portiera alla compagna, che non si alza in piedi all’ingresso in stanza di una signora, che non le cede il passo alle porte, come potrebbe resistere ad una donna che con arrendevolezza gli chiede: “scusi, mi si è bloccato il cellulare, puoi aiutarmi?”.

martedì 24 gennaio 2012

Targhette sul banco





Ti siedi o ti inginocchi, non ci fai caso, poi all’improvviso, quando giri lo sguardo forse per cercare una maggiore concentrazione, forse per scacciare un pensiero che si insinua, ti invadono il campo visivo, sommessamente però, non come una luce che squilla.
Inchiodata come per fissare il tempo che gratta e soffia via, una targhetta sussurra un nome. Talvolta solo una sigla. In memoria. Doppia: dell’offerta fatta alla parrocchia e della persona che, come si dice, non c’è più.
Qui. Non c’è più. Intendo. Non è visibile. Perché c’è. Ancora. Eccome.
Ecco. Se ci fermassimo con la mente, se capissimo veramente che cosa è quel rettangolo di ottone o plastica, saremmo percorsi da un brivido, quello della vita che sorride e accarezza.
Perché quelle sono esistenze, che magari si sono sedute sulla medesima panca, hanno pregato lì, sognato lì, imprecato lì, pianto lì.
E sono ancora accanto a me.
Perché dobbiamo essere capaci di far parlare la realtà muta, quella che fa da sfondo, da colonna sonora, quella che sussurra come lieve brezza, che sta nascosta, ombra, anzi penombra, pastello, fischio lontano.
Per gustare la vita, collegare i punti, capire il disegno, andare in profondità e apprezzare il senso.
Prima che diventiamo anche noi targhette sul banco.

lunedì 23 gennaio 2012

Il riposo dello stiratore


Questa sera 23 gennaio 2012 tutti con Costanza Miriano, a Milano, scuola Faes Monforte, ore 21.00 per parlare di matrimonio, educazione, famiglia







Certo che voi donne siete inarrestabili. Quando scherzando dico che mia moglie per riposarsi stira, beh non vado lontano dal vero.
Dicono chi studia il cervello che quello maschile ha bisogno ogni tanto di andare in pausa, così ci stravacchiamo sul divano a fare zapping compulsivo.
Voi…. mai!
Sempre attive, sempre in movimento. Sempre pronte a risolvere situazioni, aggiustare, mettere in ordine, qualcuna pulire.
Credevo fosse una mia fissa, una mia visione distorta dell’universo femminile e della sua voglia di onnipotenza, quando sul più bel blog dell’anno, quello di Costanza Miriano –autrice del libro dell’anno per grazia stile e provocazione- quello che fa in una mezza giornata i click che questo blog fa in un mese (e vedi che l’anima competitiva maschile viene sempre fuori?) ecco proprio lì la bravissima Raffaella Frullone me lo ha confermato scrivendo proprio della necessità femminile di agire come una divinità empatica pronta a risolvere le difficoltà cosmiche. E l’ha proprio intitolato delirio di onnipotenza.
Ora con un suggello simile, come sfuggirete alle mie battute?

sabato 21 gennaio 2012

Anche odiare costa fatica






Nella vita si combatte e si fa fatica. Sempre. E’ il gioco. La regola. Senza sforzo niente premio. Senza salita niente vetta.
Cerchiamo di farci sconti, ma la natura non perdona.
Specie quando la fatica non è fisica, dove la scorciatoia si può trovare. Ma lotta d’anima, quella di Giobbe, quella per strappare il cielo, che infatti è dei violenti, di quelli che si impossessano di se stessi con una battaglia senza omissione di colpi.
 Così se fuori tutto sembra sorridente, liscio: tramonto d’inizio estate, quando i colori virano dal pastello al sangue senza ferire; baia senza vento; molo che confonde l’orizzonte. Ecco dentro invece c’è tempesta, incendio, devastazione. Lotta.
Non credevo di provare un odio così profondo. Non c’è bisogno di dire perché o per chi.
Basti sapere che si tratta di un livore acceso, rancoroso e continuo, come una bestia che rosicchia, un tumore che gonfia e si espande, una goccia che crudele tortura la pietra e la scava, acida, urticante.
E produce ribrezzo e rigurgiti, incubi viola in cui le ossa si spezzano, i cazzotti affondano con soddisfazione, le bastonate sfondano, i calci rimbombano. Non credevo. Tormento continuo, che ti afferra quando meno te lo aspetti. Ti giri sorridente e invece di quello che credevi, vedi questa scena da fight club, da vecchio horror alla darioargento, da periferia moderna.
E non dà neppure soddisfazione perché al primo dulcore segue l’amaro, aspro e crudo.
Ma il sacco va svuotato, la valvola deve sputare, il veleno uscire perché la ferità sia pulita e possa sperare di guarire.
Così scrivo, e affido questo rancore alla pagina, e all’angelo che la custodisca, la bruci, la disperda sul web in modo che rimbalzando da un lettore all’altro perde la forza, diventi letteratura. Che non fa più male.

venerdì 20 gennaio 2012

Di occhiali e cacciatori





Dicono che dipende dal fatto che discendiamo dai cacciatori, che si sa bene devono guardare fissa la preda, avanzare in silenzio, e non farsi distrarre. Fatto è che proprio non le vediamo le cose che non sono evidenti e le calze nel cassetto non le troviamo se non sono al solito posto.
Per questo ecco la dimostrazione.
“Mi passi gli occhiali per favore?”
Letizia ha riaperto la porta del nido montano. Fuori nevica. Se supera la soglia ci tocca lavare il pavimento. Sembra fatto apposta per attirare l’acqua ed esaltarne lo sporco, come se le piastrelle stingessero appositamente.
Franca e io siamo ancora  a tavola.
Tavola. Si fa per dire.
Una penisola che nelle pubblicità svetta come l’Italia nel Mediterraneo. Qui sembra un molo abbandonato che si sostiene stiracchiandosi sopra una caletta calma. Piatta.
 Intendiamoci: bellissimo, quello che ci vuole. Un posto che chiami casa e che ci permette di rilassarci e stare come in una bolla spazio temporale di serenità e incoscienza, lontani dai dolori che incombono. Sempre. E’ la vita peraltro. Non è un lamento, è constatazione.
La amiamo appassionatamente, comunque. La vita intendo. Oltre a Letizia, la famiglia, e la casa si intende. Per piccina che tu sia….
Torniamo.
Mi alzo e inizio a cercare sul mobile a ripiani, l’unico che non sia quello dell’angolo cucina.
Secche arrivano le disposizioni: “busta blu, rettangolare, con scritta bianca Salmoiraghi-Viganò di lato”.
“Trovati!”
Glieli porto. Riesce nella bufera di neve.
Torno in cucina-salotto-salatv-talamonuziale. Tutto in uno.
“Visto”, mi sorride, “basta darti indicazioni precise, e trovi tutto…. Occhiali era troppo generico, domani eravamo ancora qui”.
In effetti….

giovedì 19 gennaio 2012

La storia di Firmino


I racconti del giovedì






Se solo sapessero. Invece ti guardano di sghembo. Fingono di ignorarmi. Non sono neppure capaci. So bene che cosa sia l’indifferenza, quella cruda, acida, che ti penetra nelle ossa come nebbia fredda e umida. E ti lascia solo. Legato solo alla tua disperazione come un àncora, che ti tiene a galla grazie al rancore. Vivi per la vendetta. Qui invece, è uno scherzo vedere questi turisti che scivolano atterriti dai miei gesti lenti, che loro prendono per stanchi e folli, simulando disinteresse, mentre invece sono rosi da una curiosità malsana. Ormai non posso che amarli per questo, perché questo è il mio compito ormai, la mia strada di espiazione. Sono l’uomo che mette ordine. In ogni cosa. Rassetto la mia panchina ogni sera. Raccolto le carte cadute dalle tasche dei viaggiatori cupi che salgono sugli autobus per rientrare a casa, e i sogni di coloro che partono immaginando una vita migliore. Sapessero che ciò che bramano come ossigeno è caduto qui, sull’asfalto unto e ardente del piazzale, non sorriderebbero appoggiando il viso al finestrino. Non perché io non creda che il futuro su può cambiare. No. E che i loro sogni sono così banali, sciatti, lenti che non li raggiungeranno mai. Parola di Firmino. Perché io prima di loro ho sofferto questa delusione. Sono scappato, non inseguivo il successo, inseguivo la serenità, la libertà dal crimine commesso. Inseguivo il perdono, che lo Stato mi aveva attribuito, ma il popolo no. Nessuno. Come potevano perdonare il mio crimine? Un errore che aveva provocato la morte di decine di persone. Un piccolo errore: misurabile in 28 millimetri. La distanza che separava tra loro due bottoni. Uno scambio ferroviario. Il suono dello scontro assorda ancora oggi le mie orecchie molto più dell’odio che ne è seguito. Il primo fu il mio per loro: nell’assurdità della mia colpa rinfacciavo a loro la morte come una salvezza. Loro stecchiti, io arido ma vivo, a portare per la vita, ma la si poteva chiamare vita?, quel segno marchiato sulla pelle fin dentro l’anima. Come avrei voluto essere al loro posto! Non capivo. Poi venne l’odio dei parenti: non ne risparmiarono neppure una goccia nel donarmelo. Li capivo. Non potevo contraccambiarlo. L’avessi fatto forse loro mi avrebbero perdonato. Invece restavo lì, al processo, a testa bassa. Cercavo un segno, una traccia, per quanto esigua, per dare senso. Poi venne l’odio reciproco con le persone del mio paese: a loro non avevo fatto torto se non quello di essere nato lì. Ma era troppo grande perché me lo perdonassero. Io glielo restituivo, quel livore, freddo, secco, viola, quasi razionale, perché mi sentivo tradito. E fuggii. In treno. Divertente vero? Come un killer che per scansare il destino si affidi alla pistola.  Il boia e la sua forca. Fu quando arrivai qui che compresi. C’era una strada. Fu un incontro: non posso dire che mi restituisse la vista. Non perché non l’avessi persa. Perché non l’avevo mai avuta. Più che cecità era miopia: non vedevo più in là di me, della superficie, di ciò che per me era importante. E lui mi mostrò che cosa c’era dietro, fu come voltare la carta, rivoltare il guanto. Sguainare la spada. D’un tratto vidi tutto più scuro: perché la verità va ricercata. Solo allora ti si dona. Ne conobbi la radice, la formula, il trucco. E capii che il mio compito era ricostituire l’ordine che il mio crimine aveva infranto. Dovevo ribaltare l’entropia. Riportare la quiete nei cuori, di tutti, senza scelte. Come senza scelte avevo assassinato centocinquantatre persone quella sciagurata notte.
Se sapessero. Forse invece che scivolare via, impettiti e distratti, mi degnerebbero almeno di uno sguardo d’odio. Che io saprei ricambiare assorbendolo e sottraendolo loro, per negare il gusto della rivalsa, del ricambio. Anche questo è mettere ordine.

mercoledì 18 gennaio 2012

Arrostire la logica


Lampi di blog: la replica della settimana








A tavola quasi tutti insieme, tra la “piccola” che è in montagna (la piccola ha quasi 18 anni per intenderci): un delizioso tacchino in pentola cotto con cipolle e patate. 
“Ti piace l’arrosto?” 
“Buonissimo”, rispondo; 
“Ne faccio sempre metà perché meglio appena fatto che scaldato, poi si asciuga” 
“E' buonissimo”, confermo e aggiungo “non è proprio un arrosto”, 
“infatti. Il tacchino arrosto non mi piace per nulla e non piace a nessuno”. 
“Dunque, fammi capire… non è un arrosto e non dovrebbe neanche essere un arrosto. Allora perché lo chiamo arrosto?”. 
“Ma che c’entra? Come sei pignolo. Non sapevamo come chiamarlo così Andrea e io abbiamo deciso di chiamarlo affettuosamente arrosto. Se vuoi lo chiamiamo pippo”. 

Dove ho sbagliato?

martedì 17 gennaio 2012

La rivincita del 50enne





Due sono i momenti in cui riesco a dare vigore alla mia autostima nella relazione con mia moglie: il risveglio mattutino e i thriller. Non perché entrambi siano accomunati da un mistero o dalla paura. E se dovessi trovare un collegamento tra di loro propenderei per una certa accondiscendente rilassatezza, quasi una concessione affettuosa per lasciare spazio. Insomma, bisogna saper vincere e questo comporta che ci siano ambiti nei quali mostrare una affascinante debolezza, magari fingerla, per ristabilire una equità che rinvigorisce le relazioni.
Così, grazie ai miei bioritmi, dei quali non posso assolutamente vantarmi, mi capita da sempre di essere mattiniero, al punto che la sveglia è spesso puntata più vicino alle 5.00 che non alle 6.00 di mattina. E mi piace allora, mentre davanti al caffè penso a come riuscire a non dilapidare il patrimonio di secondi che la vita mi regala anche quel giorno, cullarmi nel pensiero che “la posso lasciare dormire ancora”. Ed è un ancora che mi piacerebbe protrarre ad libitum: e se maliziosamente, con quell’ilarità che sborda da un lato nella confessione dall’altro nel timore, lei mi dice che vorrei che dormisse ad oltranza per non averla tra i piedi, è anche vero che, conoscendo il valore del sonno, poterglielo regalare è una bella soddisfazione. Magari per poterle portare il the a letto la domenica mattina. Ma, non illudiamoci, questa non è una poesia nel linguaggio dei gesti di servizio, semmai può essere una strofetta, un distico, nell’idioma dei momenti speciali: come dire un trailer di quello che un vero momento speciale potrebbe essere.
E poi, dal risveglio morbido e sfuocato, scendiamo nei thriller, che generalmente vediamo già protetti dalle coperte del talamo. Quindi in uno stato semisoporifero che la tensione del film cerca di dissipare. Franca riesce anche qui a stupirmi: da un lato riuscendo ad addormentarsi mentre l’assassino insegue la preda (un po’ come se noi ci fossimo addormentati al 117 minuti di Germania –Italia semifinale dei mondiali 2006 mentre Del Piero stava andando a battere il calcio d’angolo); dall’altro perché risvegliandosi d’improvviso, mostra di ricordare alla perfezione tutto quello che è successo anche mentre sembrava dormisse.
Ma poi, ecco il mio momento: perché ricordare i fatti non significa necessariamente capirli! Per collegarli la sovralogica non basta, ci vuole la banale razionalità. E qui c’è i mio momento di riscatto. Quando posso spiegarle il film. Il che a volte può essere complicato, dato che la richiesta di decodifica della trama viene formulata proprio mentre si sta giungendo ad un punto chiave e i protagonisti stanno appunto commentando e svelando. Ma risolta nella dinamica coniugale l’inappropriatezza di un commento proprio in quello specifico momento, è possibile passare alla fase tronfia in cui le dipano la matassa e lei, con pazienza e affetto me lo lascia fare e finge di avere capito.
E quelli sono proprio momenti speciali!

lunedì 16 gennaio 2012

La sera del dì di Natale





La sera del Natale mi rende triste, ma di una mestizia sana, pacata, lieve.
(Per inciso: che bella parola è lieve, così trascurata e derisa, forse proprio per quella leggerezza pastello che la rende inavvertita a chi non sa che farsene delle sfumature, della voce della brezza morbida e prudente. Che belli quei versi di Cristina Campo: con lieve cuore, con lievi mani, la vita prendere la vita lasciare)
Perché è un richiamo del Paradiso, una voce lontana che sussurra e attira. Che il giorno di Natale, da quando siamo famiglia, quindi dal 1985, è l’occasione per radunare insieme quella che mia moglie chiama con affetto “la nostra famigliola” e a dispetto del comune andare, non annida in sé parenti-serpenti né assomiglia a quel nido di vipere che Mauriac descriveva, né a stantie mummie. E’ un luogo di affetti, un cesto di personalità diverse, con spigoli e abbracci, ma con una sincerità affettuosa che anticipa gioie che nessun occhio poté mai vedere.
E’ un giorno speciale, che annuncia e convoca, e nello spazio di breve ore promette e mantiene, senza esaurire, che le ore che scendono, e con esse il buio delle sera, finiscono per nascondere senza negare la gioia che verrà, allora sì per sempre.
Fin da piccolo avevo in cuore questo dolore appunto lieve, che ho imparato poi a chiamare melanconia, alla francese, perché questa lingua mescola altri ricordi, altri suoni, altre saudade: il dolore di non poter avere tutte accanto a me contemporaneamente le persone che amavo e poter discettare con loro in amorosi tratti. E soffrivo nel distacco, nella separazione, in quella cesura che comunque il tempo impone e la nostra fragilità suggella. Ecco, se me lo provo ad immaginare il Paradiso, è quel luogo dove posso comporre tutti gli affetti della vita, senza competizione, senza sovrapposizioni, senza rivalità né interferenze. Amare tutti con un sincerità semplice e asciutta, stesa ad asciugare senza ombre.
 E il giorno di Natale mi parla di questo: dall’intensità di una fede che rimane nell’aria come una colonna sonora che c’è, ma quasi si cela come per avvolgere leggera senza incupire, alla presenza di coloro che rappresentano famiglia.
Poco importa se col tempo si scivola lontano: già perché per tradizione nella tavolata i posti vicino alla finestra spettano ai più agée, e da quando è stato inaugurato quel tavolo, di posti se ne sono liberati, e io, che sedevo ben lontano, lasciando spazio alle mie radici, ora sono lì, primo del lato lungo, radice troncata, a ricordare quelli che sono altrove, spero là dove spero un giorno anche io arrivare.
Questo è il Natale, una promessa, un anticipo, una luce che ti rimane dentro e ti ispira ad agire, che come lievito produce una piaga, che puoi curare solo con un amore che non sia flatus voci ma azione maschia e decisa.

(Post originariamente uscito sul blog di Costanza Miriano in data 28 dicembre 2011)

domenica 15 gennaio 2012

Ancora di donne e lavatrici

Lampi di blog: la replica della settimana





Ci deve essere qualche cosa di strano, quasi prossimo al vizioso, nel rapporto tra una donna e la lavatrice, qualche cosa che dal nostro punto di vista può apparire morboso.
Che basta un raggio di sole in montagna per scatenare queste voglie, mentre in città è sufficiente il senso del dovere.
Dovere poi… certo senza una macchinata, come dite voi, la vita sarebbe molto peggiore. Ma est modus in rebus.
E ci dovete spiegare perché avete questo amore, perché così potremmo trovare nuove strade per conquistare la vostra ammirazione.
A me piace giocare con l’acqua, forse dipende dai miei trascorsi di laboratorio, da studente, quando praticamente 3 pomeriggi su 5 li spendevo a lavare beute e alambicchi mentre taravo crogiuoli, ricercavo elementi, ne facevo reagire tra loro altri.
C’è come un richiamo all’infanzia nel mettere le mani nell’acqua calda, e lavare i piatti con il detersivo liquido, sfruttando le conoscenze apprese in anni da sguattero di laboratorio chimico universitario per rendere tutto brillante come uno specchio.
E ciò nonostante, nonostante cioè la mia esperienza comprovata, è ancora lì a suggerire la temperatura dell’acqua, le tempistiche, le procedure…
Che ci ho provato a far andare una lavatrice, ma pare ci voglia una laurea in ingegneria tecnologica: tra temperature, programmi, colore, nero, bianco, centrifughe, lettere, numeri e filtri, non riesco proprio a raccapezzarmici. Ma deve essere una questione maschile, perché invece le due figlie hanno imparato subito, anche se devo ammettere pure Andrea la sua usare alla perfezione.
Mah, le nuove generazioni!

sabato 14 gennaio 2012

Una cena con vendetta

Buon weekend, a lunedì





Per la sera di sabato 7 gennaio abbiamo organizzato una cena semi-ufficiale con Chiara e Claudio. Chiara è nostra figlia, seconda in ordine di apparizione, prima in ordine di femmine. Claudio… lo lascio immaginare.
Franca ha come sempre progettato il miglior menu del mondo, centrato sul bollito e nella ricerca di qualche ricetta speciale on line è persino capitata sul sito della Confraternita del bollito misto alla quale chiederò presto l’ammissione. (A proposito, avete notato come cambiano i gusti? Da piccolo detestavo bolliti e stufati dei quali i miei erano ghiotti. All’epoca erano poi di gran moda la mostarda – che ancora non riesco ad amare- e il gulasch, allora grande novità proveniente da una Ungheria della quale si sapeva poco. C’era anche un apprezzato ristorante ungherese in largo la Foppa a Milano sparito all’epoca in cui il gustoso stufato venne spazzato via da rucola e penne vodka e salmone).
Torniamo alla cena: prima del bollitone ci vuole una delicata minestra con crepe al formaggio.
E su questo scatta un ricordo che in famiglia è storia con la S maiuscola. Torniamo alla scuola elementare del primogenito e alla sua prima amicizia particolare, durata peraltro lo spazio di un mesetto, prima che il calcio tornasse al primo posto.
Franca dunque invita a pranzo post-scuola Silvia G. (cosiddetta per distinguerla da Silvia C.) e prepara le super quotate crepe al formaggio da ammorbidire nel brodo di carne.
E nel momento di servirle a tavola che cosa scopre? Che un furetto casalingo, golosa e furtiva, aveva morsicato TUTTE le estremità delle crepe già ripiene e arrotolate… lasciando ben in vista il segno dei suoi dentini..
A Chiara va bene che il fratello non c’era quella sera. Avrebbe potuto vendicarsi…

venerdì 13 gennaio 2012

Le piccole cose






Sulle piccole cose verremo giudicati, sugli atti ai margini, sulla periferia della vita, su lke briciole che, quasi inavvertite, lasciamo cadere e che dimentichiamo subito, quasi con irrequietezza.
Perché la carità, quella dell’inno paolino, risplende di più quando la consapevolezza è assopita, quando è il pilota automatico ad essere inserito: perché è lì che parla il cuore della sua pienezza, è lì che si vede quanto i profondità è scesa la fede, se è diventata atto agito oltre la razionalità, quasi istinto.
Come nei grandi santi dove cedi sempre in traslucido, nella trama, la figura di quel Cristo del quale vestono i panni, come l’ombra che si stempera pallida al crepuscolo e all’aurora, ma c’è e solo sotto il sole cocente si staglierà squillante.
Così nella mia sono gesti minimi che hanno lasciato solchi profondi, frasi cadute dal desco, smozzicate.
Ricordo una insegnante di religione delle elementari, forse la terza, 1968-69. Una meteora. Eppure ricordo il suo vis. E una frase. Che parla di abbracci. “se saremo stati onesti”, diceva, “lo scopriremo nel momento in cui affronteremo Dio, se gli correremo in contro a  braccia spalancate o se terremo la testa bassa timorosi. È questa la differenza”.
Ecco: non ricordo neppure come si chiama. Ma spero di correrle incontro per abbracciarla quando saremo nella luce.
E poi il film scorre, ero già universitario, ad una partita di basket, non ricordo quale fosse la denominazione dell’Olimpia ancora. Ricordo solo questo: un’azione concitata, una mossa eccessiva da parte di un avversario su un “nostro” giocatore, il pubblico rumoreggia, io scatto in piedi, trascinato da quelle urla, e grido “bastardo” con viso credo distorto e acceso. Una frazione di secondo, abbasso lo sguardo e incontro quello stupito e ferito di un bambino –dieci anni?- che seduto davanti a me mi fissa turbato. Ecco quello sguardo, durato pochi millesimi, me lo porto ancora dietro, che mi ha ustionato l’animo. M’è sceso giù fino al fondo della feccia per far rifluire come un conato un’amarezza acida, una vergogna atavica, un dolore purulento. Avrei voluto mettermi in ginocchio e chiedergli perdono a quel ragazzino, ma il processo di espulsione è durato a lungo e dura ancora oggi se quella è l’immagine che mi dipinge la vergogna spalmandola su ciò che sto per fare e riesco a trattenere all’ultimo istante, come un gesto interrotto, abortito, un equilibrio precario. Un’immagine sfuocata eppure in fiamme, che guida e ammonisce. Ancora oggi mi interrogo su che cosa avrà lasciato quella maschera che per un istante a rivelato non forse l’odio –non ne avevo- ma la sordida passione, l’incapacità di fermarsi e distaccarsi da una massa che travolge e porta a valle. E mi auguro che non si sia ancorato nell’animo suo, ma l’intensità di quello sguardo mi fa temere il contrario.
E ognuno di noi di semi, gettati e raccolti, minuscoli, intrufolati nelle pieghe della vita, avvolti in parole smozzicate, disciolti in istanti congelati proprio perché puri atomi di tempo, frammenti primi, non scomponibili ulteriormente, semi così ne abbiamo piene le tasche.
Su questo saremo giudicati. 

giovedì 12 gennaio 2012

Due tracce sulla sabbia

I racconti del giovedì








Due tracce sulla sabbia. Piedi. Due tracce parallele. Sulla sabbia di una spiaggia caraibica. All’alba. Parallele. E in sintonia. Stessa frequenza, stesso passo: piede destro, piede sinistro. Si tengono per mano. Per forza. E camminano lenti. Nel primo solo caraibico. In silenzio. Guardano il mare. Si guardano negli occhi. Pensano. Sospirano. Al loro passato. Al loro futuro. Sempre insieme. Affermazione che può essere declinata in ogni tempo. Una donna e un uomo. Certo. Un piede è più piccolo dell’altro. L’età? 
La sabbia non rivela questo segreto. Guardano il mare e ogni onda, ogni sfumatura di verde ricorda loro un giorno della loro vita insieme: passata o a venire. Delle gioie e delle pene. Sì. Perché un amore forte è un amore che ha sofferto. È nel fuoco che l’oro si purifica. Così l’amore. Non camminerebbero così vicini e non vibrerebbero, i loro passi, con la medesima frequenza se non si fossero feriti a vicenda. Più volte. Spesso, quasi sempre, senza malizia. Qualche rara volta per cattiveria. Vendetta.
Rivincita. Banale sussulto dell’ego. Più ami più sai come ferire in profondità. Quando vuoi si intende. Colpisci duro. Profondo. Lì, sulla ferita che non si rimargina, che è sempre gonfia e infetta. Te ne penti: lui, magari subito; lei, magari dopo un po’. Ma te ne penti. Se ami davvero si intende. E l’amore beve questo dolore e lo purifica.
Due tracce parallele: l’amore non ammette ritardi. Ci si aspetta. Ci si aiuta. Di continuo. Qualche volta con dolcezza altre con l’acidità di una battuta, che fa spurgare la piaga. E fa male. Ma cura. L’amore è cura. Mani di guaritore. Mani di re. Di regina. Insieme.  Guardano avanti. Camminano e guardano avanti. Non per negare il passato. Non potrebbero: è il loro tesoro. Ma perché l’amore è creazione, generazione continua: è futuro. E’ eternità. Guardano il mare che è speranza e sgomento al tempo stesso. L’amore può essere tempesta, ma il più delle volte è porto, è calma, è brezza, è un lieve scintillio del sole su onde sommesse e timide. 
E’ fatica. L’amore è certezza. Una sola: insieme. Tutto il resto cambia, oscilla, precipita, s’impenna, scuffia. Tutto scorre. Ma insieme rimane. Sempre. Non sarebbe amore.
Guardo le impronte lasciate all’alba, potrebbero essere le nostre. Non lo sono. Così mi è risparmiata la superbia. So che le avremmo lasciate identiche. Ma l’amore non è esclusivo. È  per tutti. Basta volerlo. In due. L’amore è più azione che sentimento. Anzi. È innanzitutto volontà. Intrisa d’emozione, d’accordo, come un biscotto ricoperto di cioccolata. Che senza biscotto scivolerebbe via, per disperdersi.


Due tracce. Parallele.


Il segno di una sola vita: fusa insieme.