Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

giovedì 19 febbraio 2015

Ricomincio da quattro



apparso su La Croce del 17 febbraio 2015

I precedenti articoli si trovano qui


I media e le parole (versione ufficiale)
Il furto delle parole (extended version)
Le parole tra noi leggere
And then there were three

C’è saggezza nelle parole perché prendono la loro origine dal Logos che tutto ha creato.
Ci credo e lo affermo, con le parole e spero con la vita. Perché il dramma della nostra società è che proprio dove pensavamo che l’esponenziale crescita delle notizie ci avvicinasse, in realtà il rumore di fondo di dati inutili ha separato sempre di più. La tragedia della comunicazione sta nella difficoltà crescente ad avvicinare le intenzioni di chi comunica con l’interpretazione di chi ascolta.
E giù a moltiplicarsi gli interventi sulle differenze di azione e comprensione di donne e uomini, corsi e articoli sugli stili relazionali, Chapman che illumina –e ci campa, per dirla tutta- con i linguaggi dell’amore.
Sentiamo il bisogno di riavvicinarci trovandoci, volenti o no, dentro a Babele, proprio alla sua radice, dove il male assorda impedendo di ascoltarsi. E ti lascia sporco di pregiudizi, che hai respirato così a fondo, da non accorgerti più che te li porti addosso come un marchio. Come quando vai in montagna e ti accorgi all’improvviso dell’auto che ti passa accanto perché puzza, e allora ti viene in mente che in città quell’odore non lo senti più. E capisci.
Così.
Amo le parole, la loro storia, il loro senso profondo, a volte nascosto dentro una etimologia che scolora quando invece potrebbe illuminare.
Ascoltate la dolcezza di “quiete” che già mormora come un ruscello al tramonto, o perdetevi nel mormorio di “effimero” la cui radice greca ci ricorda che dura un giorno solo, o quella “lievità” che tutte le volte mi richiama il leggiadro verso di Cristina Campo: “con lieve cuore con lievi mani la vita prendere la vita lasciare” che potrebbe essere il ritratto di Paola Belletti. Cogliete la forza di “sghembo”, il suono di “scaglie”, la soavità di “riposo” e assaporatene il senso per poterlo restituire a chi amate nel momento opportuno, invece che assordarli con tvtb e altri intrecci delle dita che sottraggono invece che lenire il cuore.
Amo quegli scrittori che scolpiscono storie accostando parole selezionate con cura, perché ognuna vale il senso che porta, perché non esistono sinonimi, ma sfumature (e non di grigio per favore, che non è mai stato peraltro un colore che attira e affascina. E che oggi lo sia diventato la dice lunga sulla nostra società tiepida e sazia e quindi disperata).
Adoro Dostoevskij dalla parole febbricitanti, intrise di pietà e terrore, mi beo di Jean Giono del quale ho gustato in lingua originale Que ma joie demeure nella mia adolescenza inquietamente banale, stravedo per Tolkien, che partendo dalla parola ha creato un mondo dove ogni particolare induce a guardare il cielo. Ammiro il primo Baricco che spremeva il piacere della saggezza e la comprimeva nella frase. Mi piace D’Avenia che oltre al gusto insacca nelle sue storie il senso.
Mi affascina Montale con quel suo squadrare la vita con parole aguzze come cocci di bottiglia; sono un devoto di Dante capace di squadernare il senso, di avvolgerlo in rime aspre e chiocce da far tremare vene e polsi eppure di illuminarti dentro, come amor che a nullo amato amar perdona.
Tra tutti uno in particolare porto in cuore, anche perché l’ho conosciuto di persona e mi è stato maestro quando volevo tirare fuori dal cassetto storie che non hanno mai superato la scrivania: Giuseppe Pontiggia, rude, ruvido, a volte irritante, sempre lucido, insuperabile in Nati due volte, capace di aforismi brucianti raccolti in Le sabbie immobili da dove estraggo la citazione che mi fa svoltare pagina e cambiare passo: “Lo dica pure con parole mie”.
Ecco qua, quali sono le mie parole?
Quando ho proposto il primo articolo a Mario non credevo di sollevare un movimento d’opinione. Invece è andata così: c’è chi mi suggerisce parole nuove, chi condivide articoli su un singolo vocabolo chi ricorda le lezioni americane di Calvino, tanti che si congratulano. Così da spingere me a scrivere ancora, l’editore a darmi spazio, e la creatività a pensare che chissà si potrebbe immaginare un bel e-book sul tema da regalare agli abbonati o a chi dimostra particolare affetto per il quotidiano…. Sai mai?
Per cui vi dono come sempre le mie parole che estraggo dal tesoro di cose antiche per renderle nuove

Complicità
Appartiene a quelle parole, generate dal male, oggi sdoganate proprio in virtù del fatto che si tratti di vizi. Complicità è il lato depravato dell’amicizia: evoca Lucignolo, fiancheggiatori, terroristi. Eppure oggi la si applica a coppie indaffarate a fare sesso: non a caso. Amarsi richiede amicizia, e questa, a differenza della complicità, è volta al bene.

Esperienza
Mostro dalle molte teste, usato tutte le volte che si cerca un alibi come oggetto del verbo fare, mentre dovrebbe essere accompagnato da avere. Fare esperienza è spesso complice di fare quello che si vuole: si millanta che senza aver prima esperito non si può giudicare o agire. Se ne dovrebbe dedurre che i magistrati sono pluricriminali, i medici reincarnati da mille malattie, gli insegnanti esploratori e antichi greci e i giornalisti…  
Che poi oggi l’uomo d’esperienza non è colui che sa perché ha già fatto, ma colui che decifra perché attinge dalla saggezza per risolvere un problema mai visto prima. E quindi spesso evita di farla quella esperienza.

Coscienza
La si invoca come complice (anche lei) del fare quello che si vuole (no, non è un errore di copia/incolla) adducendola come giudice supremo delle proprie azioni. Sì, va bene, ma questa è la coscienza formata, che studia e si impegna per capire che cosa è bene e che cosa è male, non una pagina bianca sulla quale l’istinto scrive volta per volta le leggi che gli pare. Quella è incoscienza, e si sa conduce la gioventù bruciata a sfracellarsi frontalmente come James Dean.

Contagio
Ogni epoca l’ha fuggito come la morte, di cui era vessillo e scudiero. Le facce che assumeva hanno ispirato scrittori d’ogni epoca, e hanno scatenato la follia umana contro coloro che, si diceva, lo propagassero. Oggi, epoca in cui male e bene si confondono se non si scambiano di posto, diventa untore di novità e creatività, di progresso e piacere. E’ che non sanno l’inglese e prendono cross contamination per cross fertilization. Sarà mica perché fertilizzare ricorda la generazione di nuove vite?

Colpa
Si afferma per dire che nessuno ce l’ha. O che è a monte. La si ricerca in quei casi in cui, verosimilmente, nessuno ce l’ha, perché se si trova un colpevole non ci si ricorda della fragilità dell’uomo nel creato e della sua assurda pretesa di farsi Dio. Stangerup la invocava per affermare la libertà e la propria individualità. È segno del nostro essere ed esistere e, quando è felice, cammino per liberarsi del male, sempre che se ne voglia assumere il carico leggero, svuotato di peso dalla richiesta di perdono.

Errore
Mai umano, sempre tecnico. Generalmente la ragione per la quale i cattolici mettono al mondo dei figli. Nessuno oggi ritiene di vagare nelle nebbiose pianure dell’ignoranza per cui lo si associa al numero 404 per allontanarsi il più possibile dall’1 che sono io. Se riflettessimo sul fatto che l’errare è ciò che rende umani, invece che inseguire lo zero difetti, cercheremmo le radici dell’errore e non di eliminare l’errante, cosa di per sé tanto arrogante quanto imbarazzante.


Umiltà
La virtù essenziale dell’ambizioso, che se fosse anche presuntuoso sarebbe destinato al fallimento. Per lunghi anni parola che non si poteva pronunciare nella buona società fatta di uomini che non dovevano chiedere mai e di donne che si innaffiavano di Egoiste e Arrogance, recuperata dalle multinazionali che cercano persone con gli attributi e quindi proprio per questo capaci di apprezzare un feedback –termine che nella sua esoticità pare attenuare fino a rendere piacevole il palliatone,  spero figurato, che Totò eleva dal dialetto napoletano a gag cinematografica- che li migliori grazie ad una eccellente correzione manageriale, pratica mutuata dalla evangelica correzione fraterna. Umile è chi sa riconoscere qualche cosa di più grande e qui forse casca l’asino e tutto il bestiario di chi pensa che di fronte all’uomo ci sia solo l’illimitato limite delle sue voglie.


Famiglia
Parola cestino: tutto quello che fa comodo metterci dentro, ce lo si butta come dentro alla magica borsa di Mary Poppins, la quale che cosa fosse la famiglia lo sapeva bene visto che lo insegna molto bene a mr. Banks e signora. La Costituzione la caratterizza società naturale fondata sul matrimonio e così facendo ne riconosce la primogenitura rispetto allo Stato. Se ci fosse tra noi Gaber avrebbe già sparato una serie di stop! chiedendo cosa sia matrimonio (ma l’abbiamo già detto) natura (fatto!) e società. Si dice che la famiglia è la culla di tutti i mali e covo di omicidi e violenze, ma non si ragiona mai con quale aggettivo qualificarla, che sarebbe la cosa più importante. Perché ogni società è ordinata ad uno scopo comune, che dovrebbe essere un bene per tutti, c’è da chiedersi se questo sia chiaro e se l’assenza di questa finalità trasformi la coabitazione in famiglia. Ho il terrore di no.

Coerenza
Da manipolare con cura perché è lama a doppio taglio che penetra fino al midollo ed è facile, camminando su questo sottilissimo filo piombare nella testardaggine così come nella volatilità di chi sale su tutti i carri. L’etimologia ci rende un fondamento compatto, intessuto, sul quale crescere, che non trascina al fondo come sabbie mobili. Certo, richiede costanza di giudizio e volontà. Facciamo cascare un altro asino.

Cattolico
Deve essere adulto, altrimenti è tradizionalista. Curioso che ci sia qualcuno che ami il primo aggettivo, affiancato ad una religione che afferma, a chiare lettere, che il premio sarà di coloro che si fanno bambini. Ancora più curioso che più che il sostantivo ciò che sbatta in pagina come nella vita sia l’aggettivo, spesso estratto dal linguaggio calcistico (rigorista, ultà…) con intento giudicante, anzi condannante. Ma non eravamo tutti #charlie?


Rispetto
Sempre dovuto, mai dato. Come la sensibilità, che in genere si arrogano coloro che definendosi tali non intendo dire che sono pronti a spendersi per gli altri, ma che sono pronti a ritenersi vittime di infiniti torti.

Patto

Irreversibile. E quando mai? Eppure ciò che caratterizza questo rispetto al contratto sta proprio nel fatto che i contraenti del secondo non cambiano, del primo sì. Diventando alleati, coniugi, parenti. Per sempre. Quindi c’è da chiedersi perché usiamo questi termini (patto e contratto) come sinonimi. E il matrimonio, che facendo di due una carne sola così tanto da generare vita nuova cambia per definizione le persone, come fa ad essere preso per contratto, come quello che lega un calciatore alla società sportiva e che comprende ab ovo la clausola rescissoria? Finisce che in Italia l’unico patto irreversibile è quello, contrattuale, dell’articolo 18. 

sabato 14 febbraio 2015

And then there were three





Previously on La Croce ossia nelle puntate precedenti
(trovi qui 
prima puntata
seconda puntata)
Le parole contengono dentro una saggezza che rivela molto della nostra vita e che può dare fastidio… Le parole parlano piano, sussurrano, gridano e dicono il senso: sono come cartelli che puntano più il là, per mostrare che c’è vita oltre il suono ed è una vita che va compresa per farla propria….Le parole uniscono se si utilizzano nel medesimo modo, con condivisa pienezza: perché se le parole perdono senso diventa impossibile ragionare….. Se dunque vuoi combattere il senso, impedendo il dialogo sulla realtà, è le parole che devi attaccare per prime… oggi la guerra è differente: ci stanno rubando il significato delle parole e così finisce che non ci si capisce più. Non si può più discutere. Soprattutto non si capisce più la realtà. Succede ogni volta che l’uomo vuol farsi Dio, come a Babele. …. Questa deprivazione di senso, questa tempesta che impedisce il dialogo, perché ognuno applica la propria interpretazione del termine, questa manipolazione che assonna le coscienze, è responsabile della separazione dal vero: quando si inizia a parlare si finisce per litigare per ore sul senso del vocabolo e quando alla fine trovi una quadra ti sei scordato del punto di partenza e di dove volevi arrivare…… Solidità e senso. La possibilità di ragionare, che forse è il vero obiettivo di questa desertificazione, perché un uomo in balia dell’attimo fuggente è preda di chi tesse alle sue spalle un film noir, in cui l’incauto ottimista, o idiota se preferite visto che il naufragio è assicurato, finisce per essere al contempo assassino e vittima….. Questo pensare per momenti e soprattutto per frasi fatte, non solo nega coerenza e logica, ma crea mostri comportamentali, persone sedotte e derise dai luoghi comuni che brandiscono senza nemmeno capire ciò che dicono….. Il punto è che per capire il dono che sta dentro bisogna di nuovo far sforzo di umiltà e tornare a comprendere che la natura (stop!) ci precede e ci insegna…….

“Non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”. Parole secche, dure, illuminanti. Pronunciate nel buio. Nelle profondità di Moria, da Gandalf che redarguisce un Frodo-che-sono-io il quale si lamenta: tempi duri questi!
Ci toccano, sono anni interessanti, che per un giapponese è una maledizione da augurare con il sorriso: possa tu vivere in anni interessanti.
E ci tocca combattere, su ogni pallone, come la finale della Coppa, come il mediano di Ligabue, anni di fatica e botte e vinci casomai i mondiali. Che per noi vuol dire contribuire a quello che manca ai patimenti di Cristo. Che non manca niente sia chiaro, ma che vuol dire che ci dobbiamo mettere il sudore, sennò che ci stiamo a fare, che questo mondo lo dobbiamo custodire e coltivare.
Cultura deriva da coltivare, e di parole si alimenta la cultura e qui di parole parliamo, per sguainare le spade della logica e della coerenza. Perché il linguaggio è creazione, è co-creazione, che parte da una materia precisa: la verità, la realtà. Lo spiega bene Tolkien: “L'invenzione di linguaggi è il fondamento. Le 'storie' sono state create piuttosto per fornire un mondo ai linguaggi, che non il contrario. A me viene prima in mente un nome, e la storia in seguito. Per me è un esteso saggio di estetica linguistica, come dico talvolta alle persone che mi chiedono 'di cosa parla?”.
Le parole rispecchiano il mondo, lo rivelano, un po’ l’arte di Michelangelo che estrae dal marmo la sua scultura dicendo che in realtà l’ha solo rivelata, che c’era già.
La parola questo dovrebbe fare: dare consistenza a ciò che già c’è, che ha senso, che vuole raccontarcelo.
Ma le parole possono essere pericolose, lo dice sempre Tolkien: “la costruzione del vostro linguaggio genererà una mitologia”. E lo sappiamo bene che l’antilingua questo vuole fare: trasformare il mondo a propria misura, per modificare la realtà a colpi di parole. Ah, tra l’altro fobia vuol dire paura, non odio: aracnofocia, agorafobia, claustrofobia sono terrori, non livore contro le piazze, i ragni, gli sgabuzzini. La rabbia richiederebbe il prefisso miso- ma è più faticoso e meno marketing.
Noi invece vogliamo raccontare la storia che dentro le parole vive. Perché, come dice José Ortega y Gasset: “la parola è un sacramento da amministrare con delicatezza”.
Ho in mente una bella immagine tratta da un gran bel film, Questioni di cuore, con Antonio Albanese e Kim Rossi Steward: c’è Albanese che gioca con il figlio di KRS. Lui fa lo sceneggiatore e insegna al piccolo come si fa a trarre ispirazioni dalla banalità quotidiana. Si comincia da l guardarsi in giro e osservare le persone e farsi domande: perché quella donna porta occhiali rossi? E quel vecchio continua a togliersi il cappello e ad agitarlo? Perché il bambino tiene gli occhi bassi e l’uomo parla sommesso al cellulare? Questa è la domanda: la risposta è la storia.
Bella quest’idea di leggere dal reale, perché la storia nasce dal reale.
Ci vuole discernimento per uscirne vivi: già che cosa vuol dire discernimento?

Discernimento
Selezionare con cura, il che implica che ci sia un metro secondo il quale valutare e mettere da parte. Allora implica che ci sia una regola che vale per tutti e che io debba sforzarmi di conoscerla studiando la verità.

Regole
Se ne vedono sempre meno, godono di cattiva fama, persino quella del fuorigioco che, dicono, le donne non capiranno mai. Come i limiti se ne percepisce il loro potere escludente, e in una società che vuole tutto questo è un torto grave. In realtà più che guardare fuori, bisogna guardare dentro: regolare vuol dire mettere ordine per arrivare ad uno scopo. Come si potrebbe gustare uno sport senza regole?

Ordine
Una volta lo detestavano solo gli adolescenti, che a quello della stanza associavano quello imposto nella vita dai genitori. Oggi siccome l’adolescenza non è più una stagione di passaggio, ma uno stato dell’animo, oltre che del fisico –almeno così molti sperano- l’ordine è detestato da molti a priori. Lo si identifica con tutto ciò che pone limiti alle mie voglie e gli si preferisce l’opposto ritenendolo alleato della creatività, che poi è un modo con il quale creare un alibi alla perversione. Così come il diritto, spesso appunto usato in modo sghembo come copertura alla proprio passioni oblique.
In realtà il disordine è ordine senza fantasia, e soprattutto senza scopo. Perché l’ordine è ciò che mette in riga verso la felicità.

Felicità
Ecco appunto, dovrebbe essere l’adesione tra atto e potenza, cioè la tensione verso ciò che si è per natura, per nascita. Invece la si confonde con divertimento, che –dice la parola stessa- è ciò che allontana, distrae dal fine vero. E qui Berlicche potrebbe farci una puntata per le sue opere di crudeltà spirituale.

Scopo
No, non è la prima persona singolare, anche se ogni volta che la pronuncio questa modalità declinativa mi fischia nelle orecchie –o quelli sono gli acufeni e in realtà mi fischia la coscienza?- perché la leggi pressoché ovunque. Scopo2. Fa rima invece con finalità e quindi felicità. Impone però, a differenza del verbo, una legge a me superiore che questo obiettivo mi indica e suggerisce, per la via felicità (vedi) come un traguardo, dove mi attende un premio. Oggi il sostantivo viene negato perché a differenza del verbo impone fatica e lungimiranza, e mal si coniuga con effimerità e volatilità.

Esempio
Sempre letterario, sempre buttato contro, mai indossato. L’esempio vale soprattutto se vissuto e proposto, con sforzo, cadute, risurrezioni, lotte, sorrisi. Oggi diventa specchio per sostenere le proprie idee, specie se riflette cosa fa la natura, perché nel creato trovi sempre qualche cosa che sostenga la tua idea, quale che sia.

Fede
Credere perché hai un testimone che garantisce. Ce l’abbiamo tutti, ma lo neghiamo. Senza fede, o fiducia, come faremmo a credere a Giulio Cesare, il neutrino, l’equazione di Fourier o le previsioni del tempo? Però sono tutte cose che sfiorano la nostra vita, se qualcosa, o Qualcuno la tocca, specie i vizi, allora si evoca il dubbio sistematico, che sembra caratterizzi la condizione dell’adulto. E son perplesso.

Accogliere
Spesso lo si confonde con approvare mentre al massimo è sinonimo di accettare. Ti amo quindi ti accolgo così come sei, ma non approvo necessariamente tutto ciò che fai. Molti non lo capiscono.

Tolleranza
Sbandierata come massima espressione dell’amore in realtà è una forma radical chic, molto snob, di superiorità: io tollero con eleganza chi sopporto a fatica, è di moda. Io non tollero, io amo, che sono due cose radicalmente diverse, e questo è chic. Quelle alimentari sono infatti intolleranze, non odio, ne deriva che al massimo posso tollerare una fragola, ma una persona la devo abbracciare.

Autorità
E qui casca l’asino. O meglio l’italiano che questa cosa qui proprio, storicamente, non la puà tollerare (vedi). Sarà perché l’autorità invece che essere autorevole è spesso stata autoritaria, e così facendo ha trascinato nel lato oscuro anche una virtù –ebbene sì, è una virtù- che dovrebbe essere un servizio: aiutare a crescere indicando la strada e correggendo gli sbandamenti. Certo, si presta a rivestirsi di “lei non sa chi sono io”, ma questo non è mica colta della parola, quanto dell’abusivo.

Follia
La vedo crescente, in molte sue declinazioni, spesso confusa con la bugia. In realtà mi sto facendo l'idea che poiché ormai ci crediamo creatori della verità, creiamo a nostro modo la realtà come vogliamo finendo per credere vere le nostre fantasia. Intendo dire che siamo stati così indottrinati sulla possibilità di essere dio che ne abbiamo assunto il potere deliberativo. Questa ondata di menzogne che ci avvolge mi pare più essere una patologia della realtà, un volere che le cose siano così perché così io sono quello che sono, non sbaglio:  io ho ragione. Come le ideologie che sono pretese di realtà. Se la realtà non si adegua, allora la cambio, me la invento, ma è vera, è mia. È un segnale terrificante di disperazione e implosione del mondo. Sguainiamo le spade!





Prossimamente:, laico, bellezza, famiglia, cattolico, rispetto, coerenza, e, perversione, compagnia, colpa, errore. Esperienza,  complicità, coscienza, consapevolezza

giovedì 5 febbraio 2015

Parole tra noi leggere

Apparso su LaCroce del 3 febbraio 2015




L’articolo della scorsa settimana ha prodotto fuochi d’artificio sul socialcoso,  dove molti hanno preso sul serio la proposta di una task force stile WWF per la difesa di parole a rischio estinzione.
Come dire: hanno davvero sguainato la spada per difendere il verde dell’erba, ripetendo l’affermazione Chestertoniana ormai così usata da aver superato il mikebuongiornesco “Allegria” nella classifica delle citazioni più abusate.
E siccome l’iniziativa mi pare intrigante e in qualche modo me ne sento responsabile ecco che accolgo con benevola attenzione questo grido di dolore che si solleva da ogni parte del Belpaese per riflettere su significato e conseguenze, soprattutto conseguenze, di alcune parole che fanno la differenza.
Il che costringe a pensare. Ed è già un dono che questo giornale fa a me: mi obbliga a rendere conto. E dimmi che non è un tesoro!
Perché se sono tanti a segnalare tante parole ormai erose di senso, beh allora vuol dire che siamo di fronte ad una tragedia popolare, altro che da Accademia della Crusca.
Infatti una lingua sopravvive alle abbreviazioni tvtb, alle k invece che i ch, alle contrazioni delle parole in geroglifici ideogrammizzati alle faccine, ma quando il senso resta saldo come roccia sulla quale costruire.
Ma che senso ha il senso?
Riprendo questa frase tratta da un intrigante e profetico monologo di Gaber (cliccate qui e state tranquilli: in coda all’articolo pubblico tutti i link) citato da don Fabio Bartoli in un incontro che avveniva più o meno contemporaneamente alla stesura del precedente articolo e che finiva per trattare del medesimo tema: l’importanza di dare solidità ai vocaboli, alle espressioni.
Già perché –e scusate l’inciso che ci sta- noi alla comunione dei santi ci crediamo e crediamo proprio che ci si possa aiutare ed intende a distanza, e siccome ci crediamo ecco che funziona, e lo vedi tutti i giorni, rilanciato da sorriso a sorriso.
Solidità e senso. La possibilità di ragionare, che forse è il vero obiettivo di questa desertificazione, perché un uomo in balia dell’attimo fuggente è preda di chi tesse alle sue spalle un film noir, in cui l’incauto ottimista, o idiota se preferite visto che il naufragio è assicurato, finisce per essere al contempo assassino e vittima.
Già perché questa menzogna dell’attimo da cogliere, altro inganno dello svuotamento del linguaggio, ti trascina giù dal prendere quello che viene dalla vita come dono della Provvidenza –che questo sarebbe sì degustare il succo di ogni instante- per sbatterti in un manicomio dove ogni istante è slegato dal precedente in una sequela di frammenti senza senso, senza memoria, senza coerenza. Come il Tom 10 secondi che Drew e Adam incontrano nella clinica del dottor Aykroyd nel film 50 volte il primo bacio che resetta la sua vita e il suo cervello appunto ogni 10 secondi.
Così nella stessa frase c’è chi su Facebook riesce ad urlare che non esistono differenze tra le persone e che “io ho il mio pensiero personale e lo devi rispettare”. Come? Se non esistono differenze? Che cosa sono le differenze?
Questo pensare per momenti e soprattutto per frasi fatte, non solo nega coerenza e logica, ma crea mostri comportamentali, persone sedotte e derise dai luoghi comuni che brandiscono senza nemmeno capire ciò che dicono.
Prendiamo proprio differenza: confusa con disuguaglianza viene attaccata come se fosse un reato di lesa persona, altro vocabolo del quale non si capisce il significato, senza capire che l’uguaglianza così intesa lungi da rendere felici devasta l’umanità, appiattendola su una sovrapposizione dettata da altri. Se uguali vuol dire congruenti, cioè sovrapponibili, cioè indistinguibili, vuol dire che allora l’unico scenario possibile è un mondo di cloni, deprivati del pensiero, assoggettati alla meccanica, di fatto uno scenario alla Matrix.
Se invece uguaglianza significa pari dignità, allora la differenza –che peraltro sperimentiamo istante per istante: ecco di nuovo una dimostrazione di come l’ideologia scolla dalla realtà- è ricchezza e va coltivata, va incentivata, va difesa.
La paura è più profonda: differenza implica merito, implica talenti e classifiche, implica umiltà per riconoscere che ho dei limiti e li devo saper riconoscere. Implica apprezzamento degli altri. E temo che di questo oggi si abbia folle timore, perché un mondo che mette al centro me, rendendo sostanza l’antica diabolica minaccia “sarete come Dio”, impone che il mondo a me si pieghi e che io non possa essere più debole di te e che abbia ragione per definizione.
Noi invece non temiamo le differenze, anzi le benediciamo, perché sappiamo che dal dialogo nasce verità.
Stop! Stop! urlerebbe Gaber nel monologo sopra citato tratto da Io se fossi Gaber. Che cosa vuol dire dialogo? Che cosa vuol dire verità?
Ecco altri due termini che meritano attenzione perché se crollano, come i pilastri del tempio insieme a Sansone, seppelliscono tutti.
Il punto è che per capire il dono che sta dentro bisogna di nuovo far sforzo di umiltà e tornare a comprendere che la natura (stop!) ci precede e ci insegna. Come spiegava san Tommaso d’Aquino, e ricordava pochi giorni fa qui in pagina don Fabio (sempre lui!) nulla esiste nel mio pensiero se prima non passa dai sensi. La natura, cioè l’essenza ontologica delle cose, e il loro scopo, esiste prima di me e io devo riconoscerla non inventarla. Devo dare un nome alle cose non crearle: il mio verbo non è il Verbo per mezzo del quale tutto è stato creato.
«L'uomo si comporta come se fosse il creatore e il padrone del Linguaggio, mentre invece è il Linguaggio che rimane il signore dell'uomo. Quando questo rapporto di sovranità si rovescia, l'uomo si inventa strane macchinazioni», scriveva Heidegger mi sembra con grande saggezza.
Dunque verità è adeguarmi alla realtà intrinseca dell’essere che vedo intorno a me: l’erba è verde e se voglio difendere la verità della realtà son pronto a sguainare le spade perché è falsa accoglienza approvare che sia blu, posso prendere atto in un primo momento che su lo dica, perché siamo nell’ospedale da campo e devo prima conquistare la tua fiducia –non perché devo venderti la fontana di Trevi ma perché ti voglio realmente bene- prima di lanciarmi in una estenuate discussione sulla sintesi clorofilliana, ma non scenderò mai dalla verità.
(Compito a casa: trova la differenza tra approvare e prendere atto).
Questo è dialogo: ragionare insieme. E come lo si debba fare ce l’ha insegnato un filosofo brillante spesso citato a sproposito, tale Socrate ateniese vissuto tra il 460 e il 400 aC, che ha illustrato il devastante potere della domanda. Dialogare per me vuol dire chiedere, con schiettezza e umiltà, con onestà intellettuale, ed essere pronto a comprendere ciò che viene detto.
Oggi dialogare viene confuso con affermare e soprattutto con affermare idee mainstream. Dialogo solo con chi mi approva. Entusiasticamente. Chi dissente è fascista (stop!) e non vuole dialogare: anche frequentando blog e luoghi aperti al dialogo con i distanti se ne ricava l’impressione, spesso non sempre, che per molti di quelli che trovano spazio nei quotidiani e in certe piazze dialogo voglia dire “dammi ragione”, voglia dire “ascolta in attento e affascinato silenzio ciò che dico per approvarlo”, voglia dire “non provare a dissentire perché allora non dialoghi, allora imponi e io ti asfalto”.
Chiaro che nel mondo di oggi tutti subiamo questa patologia, tutti siamo portati a dire invece che a proporre, che non vuol dire ritenere la verità opinabile, ma scegliere un modo più affettuoso che direttivo. Chiaro. Il giusto cade sette volte al giorno. Figurati io.
Ma dialogo vuol dire sforzarsi di capire, non voler imporre.
Specie luoghi comuni.
E qui si arriva ad un altro vocabolo di quelli che non si squadernano facile, che richiedono rime aspre e chiocce per difenderlo: educazione.
In un mondo che pretende libertà come fine l’educazione è violenza, tranne quando insegna ciò che il pensiero comune impone. Per cui si deve illustrare che sesso è bello e sesso è ogni cosa mi salti in testa, perché così ti libero dai condizionamenti –falso logico dato che in realtà te ne sto inculcando altri- e lo posso fare fin da piccolissimo perché così non sei imprigionato dai falsi miti della tradizione.
Educare significa aiutare a sviluppare il potenziale e per farlo devo darti la capacità di leggere la realtà, devo darti un vocabolario di valori e di virtù, con le quali poi sta a te scoprire il mondo. Come dice quel delizioso adagio, che nella lingua originale –l’inglese- suona meglio, educare significa preparare i figli per il cammino, non il cammino per i figli.
Di nuovo impone capacità di leggere la realtà, e la persona sta dentro questa realtà, non dentro l’ideologia dominante che si inventa un essere umano a sua immagine e somiglianza invece che a Sua, quella originale (stop! va bene: originale = conforme al disegno all’origine).
Il discorso si fa complesso e i caratteri a mia disposizione scivolano via come polvere nel vento, chissà che non abbia scoperchiato un filone che possa garantirmi altre puntate, a Dio e Mario piacendo, e mentre già scorrono i titoli di coda mi lancio allora nel dizionario polemico e ragionato di alcune delle parole che mi sono state segnalate iniziando da quella richiesta –come si faceva una volta per le dediche in radio- da Antonella Maggi: decisione.

Decisione
Oggi il contrario è virtù, non l’indecisione però, l’altro contrario: voglio tutto. Perché scegliere quando puoi veltronescamente avere cicci ma anche coccò, come insegnava che non era possibile fare mia nonna. Decidere vuol dire tagliare, lasciare da parte. Il che impone criterio e conoscenza della realtà. Per questo oggi non si decide, si sceglie, perché nessuno vuol rinunciare. Il lusso è un diritto insegna la pubblicità.

Curare
Riportare alla salute iniziare, al progetto iniziale. Si cura solo ciò che è fuori rotta. Oggi al sinonimo prendersi cura si preferisce un minaccioso dare cura che implica bastoni, olio di ricino, e te lo spiego io come devi essere.

Ubbidire
Oggi è il peggiore dei mali, atto dei sottomessi (stop!) privi di volontà. In realtà è l’azione dei coraggiosi, degli impavidi, dei temerari. È il più umano (stop!) dei comportamenti quello che al tempo stesso esalta la volontà e la conoscenza. So di sapere che esiste qualche cosa di puù grande di me e me ne lascio cullare. Obbedire non è rinunciare al pensiero è applicarlo per riconoscere la verità. Sono meno uomo se non obbedisco alla legge di gravità? Se attraverso col rosso? Se gioco a calcio prendendo la palla in mano? Libero è colui che obbedisce alle leggi diceva Epitteto. E tutti a chiedersi in che squadra giocava.

Amicizia
Guardarsi dal suo difetto principale che non è odio ma complicità. Meglio un nemico dichiarato che un falso amico, un Lucifero che mi porti nel paese dei Balocchi. Ah ma ci siamo già è vero.

Prossimamente: discernere, accogliere, autorità, laico, bellezza, famiglia, cattolico, tolleranza, rispetto, coerenza, fede, limite, regole, ordine, perversione…

Gaber le parole https://www.youtube.com/watch?v=i9JGFOZvcxk
L’articolo precedente

http://www.lacrocequotidiano.it/articolo/2015/01/28/media/i-media-e-le-parole

mercoledì 28 gennaio 2015

Il furto delle parole



Il furto delle parole
Come i media svuotano le #parole
apparso su Lacrocequotidiano 
del 27 gennaio 2015 


In un bello quanto antico telefilm –si chiamavano così all’epoca quelli che oggi sono più nobilmente serial tv- della serie Ai confini della realtà  (Parole in libertà 1985) un uomo perdeva progressivamente il significato dei vocaboli. Non era più in grado di chiamare gli oggetti per nome e privo così del terreno comune finiva per non riuscire più a comunicare con chi gli stava intorno.
Questa stessa idea, un incubo per chiunque oggi, disegnato sulla nebbia dell’Alzheimer (il delizioso mestolo di Barney), fu ripresa qualche hanno dopo dal fumetto Dylan Dog (dicembre 1995 albo gigante 4) in una vicenda nella quale il personaggio che perde il senso del linguaggio finisce suicida, rivelando l’importanza del comunicare per vivere. Senza senso si diventa pazzi.
Nell’epica e ben nota scena di Palombella Rossa Nanni Moretti schiaffeggia l’incauta giornalista che si abbevera di banalità sinistre apostrofandola con un bruciante “le parole sono importanti!”.
Già le parole sono importanti.
Perché le parole contengono dentro una saggezza che rivela molto della nostra vita e che può dare fastidio. E quindi oggi c’è chi vuol cancellare questa loro forza: coniuge e consorte sono molti diversi da compagno. Il pane lo spezzo con chi voglio e alzato da tavola me ne vado, la sorte o il giogo –quello che è leggero e felice- si divide per la vita.
Le parole parlano piano, sussurrano, gridano e dicono il senso: sono come cartelli che puntano più il là, per mostrare che c’è vita oltre il suono ed è una vita che va compresa per farla propria.
Le parole uniscono se si utilizzano nel medesimo modo, con condivisa pienezz : perché se le parole perdono senso diventa impossibile ragionare.  Logos in greco sta sia per parola che per ragione: una ragione ci sarà!  Se dunque vuoi combattere il senso, impedendo il dialogo sulla realtà, è le parole che devi attaccare per prime.
Una battaglia è già in atto: è la creazione –avvenuta anni fa- dell’antilingua, non quella di Calvino che attaccava il burocratese, ma quella di Liverani che mostrava come si cercasse di sottrarre il dolore e il crimine da atti violenti edulcorando l’azione con vocaboli incomprensibili o morbidi. Purtroppo non sono le parole che rendono giuste le cose, sebbene lo si pensi e lo si speri. Le parole descrivono non determinano. Né che le rendono cattive peraltro: definire omofobo un convegno sulla famiglia…. Va bé sapete già tutto, tirem innanz.
Oggi capita altro, oggi la guerra è differente: ci stanno rubando il significato delle parole e così finisce che non ci si capisce più. Non si può più discutere. Soprattutto non si capisce più la realtà. Succede ogni volta che l’uomo vuol farsi Dio, come a Babele.
Poiché vuole scimmiottare il Verbo, deve inventarsi altri linguaggi e non potendoli creare, cerca di cariare quelli esistenti, prosciugandone l’essenza come un dissennatore o impiantandosi dentro come i face-hugger di Alien che generano mostruosità erompendo dal guscio svuotato di vita.
La strategia è semplice: prendi una parola chiave – chessò: libertà, amore, educazione, genitore, matrimonio- e inizia ad eroderla lavorando sull’emotività (e in questo i media sono maestri, coltivano e moltiplicano l’emotività più Gesù pani e pesci, perché così si finisca per affogare la ragione nel pianto e nel godimento), svuotala da dentro e riempila di sensazioni che affogano la logica. E inizia ad usarla contro la sua reale definizione.
Facciamo un esempio: libertà che da mezzo è diventato fine.
Libertà in origine è una facoltà, uno strumento che permette il discernimento. E c’è chi ne distingue l’attuazione dalla possibilità: come spiega bene Frankl posso essere libero anche se internato in un campo di concentramento, ciò che mi viene sottratto è il libero arbitrio, la possibilità di attuare una scelta, ma mantengo sempre la possibilità di volere o non volere.
Quindi a libertà è mezzo che guida, meglio: è guidata dalla coscienza, ad agire per raggiungere un bene. In questo senso la verità ci farà liberi, perché più conosceremo la volontà più saremo liberi in quanto capaci di scegliere il bene.
Non è la libertà che farà il vero, come invece si sostiene oggi.
Irridendo non dico solo l’etica ma anche la coerenza, si pretende che la libertà sia fine ultimo, possibilità di scegliere senza costrizioni, poiché è la libertà a determinare che cosa sia bene e cosa dia male nell’atto stesso della scelta. Il che vorrebbe dire che qualunque cosa scelgo è lecita. Poi no però, perché parlare di famiglia è aggressione e quindi con la mano destra scrivo #jesuischarlie e con quella sinistra #convegnoomofobo. Ora è vero che il Vangelo dice non sappia la tua destra cosa fa la sinistra, ma forse non era in questo senso che lo si intendeva.
Oggi quindi finisce che libero è chi libero fa, cioè chi fa quello che vuole e così si riduce la logica e la coerenza a fascismo della filosofia.
Peraltro da questa manipolazione del senso nascono i conflitti di oggi: come si può trovare un terreno comune tra chi pensa che la felicità stia nell’esercizio senza limiti della libertà e chi pensa che nell’affidare la propria libertà ad una guida che nel limitarla le restituisca una felicità maggiore e senza fine?
Prendiamo amore che secondo la vulgata è significato a se stesso (love is love) e soprattutto non è un verbo, come dicono gli americani avvantaggiati dalla bivalenza della parola love, ma un sentimento che soffia dove vuole, specie sui genitali, i quali rinnegando l’etimologia non servono a generare ma a divertirsi.
Questa deprivazione di senso, questa tempesta che impedisce il dialogo, perché ognuno applica la propria interpretazione del termine, questa manipolazione che assonna le coscienze, è responsabile della separazione dal vero: quando si inizia a parlare si finisce per litigare per ore sul senso del vocabolo e quando alla fine trovi una quadra ti sei scordato del punto di partenza e di dove volevi arrivare.
Ma questo è quello che vogliono i gestori della cultura e i media, che così con le parole giocano da perfetti illusionisti senza svelare il trucco. I nuovi media ne amplificano l’effetto, la rete al giornale ne rimanda notizia, ma masticata, devastata, rimpastata in un senso nuovo che dell’originale non ha più nulla. Perché nella rete c’è sempre chi beve qualunque cosa, confondendo il lercio.it per fatto certo e non riconoscendo l’illogicità che a volte sta dentro la medesima frase: un tempo ci si esercitava con i paradossi logici “il cretese Epimenide dice tutti i cretesi mentono”. Oggi basterebbe leggere qualche titolo di giornale specie on line, o constatare che a fianco dell’ennesima tirata contro il maschilismo sessista campeggia la foto seminuda di una pubblicità o peggio di un pezzo porno soft.
Riconquistiamo l’etimologia, dichiariamo il dizionario patrimonio dell’Unesco, affidiamone la protezione al FAI, lanciamo una campagna aggressiva con una parola che sculetti e proclami “toglietemi tutto ma non il mio significato” (come testimonial propongo intimità o sottomissione o relazione che fanno di sicuro audience), fondiamo un movimento NoFAV (Furto Avvelenato Vocaboli), creiamo un evento durante Expo (il senso nutre il pianeta), ma non facciamoci rubare ciò che collega la riflessione alla realtà.

E per chiudere e istigare alla riflessione provo a raccontare qui con provocazioni verbali, ci sta in un pezzo sulle parole, questa distrofia linguistica descrivendone la deriva.

Limite
Serviva a separare, proteggere, definire. Oggi è solo da abbattere, perché tutto si conquista a prezzo della verità. L’importante è fini….re

Libertà
S’è affrancata dal PER e si è ammantata con DI e DA. Si è fusa con il libero arbitrio ed è diventata fine, finendo prigioniera del capriccio e delle mode.

Amore
Sceso dal verbo, è saltato a cavallo delle emozioni, dalle quali è trascinato e deriso,. Si guarda allo specchio per trovare quello che una volta si cercava fuori da sé, oltre sé. Onanismo della ragione.

Genitore
Sinonimo di possessore di figli, ha rinnegato la sua radice etimologica per assumere quella più conveniente

Educazione
Tirare fuori, esaltare il potenziale, indirizzare il talento: questa l’origine. Oggi insulto che implica autoritarismo, costrizione. Per evitarlo si finge di trasformarla in una offerta di valori tra i quali si può scegliere. Peccato che alcuni valori siano più uguali di altri.

Giustizia
Dare ad ognuno il suo. O dare la medesima cosa a tutti? E poi ognuno chi? Ci sono ognuno che sono più ognuno di altri. E nel dubbio meglio costruirsi la propria. E marciare per aggiustarne la definizione di volta in volta secondo gli interessi del momento.

Sesso
Una volta diceva quello che eri e la tua personalità. Oggi si fa, senza limiti e confini.  Ma non è un canto né libero. È solo animalità che si offre nuda a noi.

Figli
Siamo passati dall’avere –accogliere il figlio che arriva- a fare. Il prossimo passo è acquistare. Anzi no è già qui. E-baBy

Matrimonio
Dono alla madre. Poi sono diventati alimenti alla moglie abbandonata. Oggi è un’etichetta vuota di senso che rincorrono tutti salvo affermare, dopo, che è una prigione dalla quale scappare in fretta. Coerenza l’è morta.

Fare
Giannino o Prometeo? Ha sostituito avere, che può essere passivo, e soprattutto essere. Oggi sei ciò che fa, perché chi fa è dio: sesso, figli, soldi, quello che vuoi.

Saluto
Gli ebrei auguravano la pace, i greci la gioia, i latini la salute. Noi il benessere o la luce. O gli auguri di stagione. Che di per sé non hanno senso.

Diritto

Il retro della moneta dovere. Oggi qualunque capriccio.  Diritto alla autodeterminazione, diritto all’aborto, diritto al lusso. Manco il valore dell’aggettivo gli hanno lasciato.

domenica 28 dicembre 2014

Dacci oggi la nostra illuminazione quotidiana




Prego molto. Almeno credo. Poco se confrontato con quello che dicono i santi. Molto se confrontato con la media. Il che è già un’ammissione di banalità.
Che cosa m’interessa la media? C’è forse una specialità olimpica della preghiera quotidiana?
Lasciamo stare, andiamo sullo zoccolo duro: perché pregare?
Perché invocare alcuni santi, ripetere ogni giorno la preghiera di Santa Brigida, quelle a sant’Espedito, quella per i figli, il rosario, o le novene per il lavoro, o il ciclo dei sabati di Pompei?
Poi ci sono le preghiere che ti chiedono e che chiedi, sai che offri e impetri per altri che ti chiedono di ricordare loro, le loro sofferenze, i loro cari, le loro intenzioni, le loro speranze, le loro fragilità.
Certo, c’è una certa componente di superstizione, non lo nego: 


prega che ti va tutto bene.

E lo sai che non è vero.

Che non ha senso pregare perché vuoi essere esaudito. Ci speri sì, ma sai che comunque vada, va bene, perché tutto concorre al bene. Tutto. Anche se fa male. In superficie. Magari anche più dentro. E fai fatica a capirlo.
Ecco perché preghi, perché senza che te ne accorgi finisci per affidarti, per assorbire da quelle parole che ripeti magari distratto, in modo meccanico, senza starci dentro, ma dentro ti entrano, per osmosi.

E pregare per gli altri, 

-e quanti altri, che ci sono quelli che te lo chiedono e ti senti in dovere, dovere d'amore, di essere al loro fianco, lì quando non c'è null'altro da fare, quando non sai come parlare, che parlare sarebbe comunque sbagliare ma stare in silenzio di più, quando tutto crolla e soffoca e non capisci come possa esistere un cielo e un futuro e tutto è dolore, gonfio, ruggente, ruvido come carta vetrata, tutto brucia a respirarlo; quanti altri quelli che non te lo chiedono ma stanno lì piantati nella tua vita e li vedi che hanno bisogno, eccome, persino più di me, li vedi e ti sgorga dal cuore come un urlo nel buio, che squilla e profuma di mele e primavera e squarcia e mette in fuga, che cosa non sai, ma scaccia e rasserena, come l'aurora, come il mare che sale lento a sera, e come fai a non pregare per questi, tutti?-

e pregare per gli altri 

chiedere, ascoltare, rilanciare, ti spalanca comunque l’orizzonte, ti squaderna la vita, che non è riferita a te, costruita intorno a te (quella semmai è la banca, affascinante che ciò che fa centro su di te è il denaro e quello che rappresenta..) ma che ti cattura come un arazzo intrappola il filo per dargli ricchezza che da solo è solo un tratto di corda e nel disegno diventa mare, vento, capelli, gioiello: 


splendore.


Pregare ti dona questo, il che vuol dire che ne vale la pena anche se non ottieni ciò che vuoi, perché in realtà l’hai già ottenuto, nell’umiliarti a chiedere, e ad ascoltare, e a recitare formule che sembrano vuote ma piano piano ti illuminano la vita. 


La tua innanzitutto.

venerdì 15 agosto 2014

C'è di più oltre il BelPaese



Quelli che esaltano la vacanza locale asserendo che il Bel Paese è il posto più bello che c’è e che non c’è bisogno di andare all’estero non hanno proprio capito che cosa sia viaggiare e mostrano una mentalità imprigionata.

O per lo meno così sembra, così appare.
Perché viaggiare non è delocalizzarsi da un luogo ad un altro per fare le medesime cose, mangiare italiano e lamentarsi perché l’acqua non è così trasparente, il clima non così asciutto, i ristoranti italiani non sanno fare l’amatriciana.
Viaggiare vuol dire iniziare a cercare le differenze, apprezzarle, capire la storia, le usanze, le culture e cogliere ciò che è utile per crescere in saggezza; viaggiare vuol dire calarsi dentro mondi diversi, ascoltare, guardare, confrontare non per dare giudizi ma per capire, per imparare. Vuol dire scoprire come si può affrontare diversamente la stessa situazione, scoprirne di nuove inattese, allargare cuore e mente. Apprendere dai gesti, dai luoghi, dai colori, dai fiori, dai tramonti, dalle autostrade, dai cartelloni, dai negozi, dagli odori, dai tempi.

Perché viaggiare vuol dire lasciare il consueto per spalancarsi alla novità e tornare a casa con un tesoro da riversare nel proprio paese.

Chi resta a casa, apparentemente a godere delle bellezze del paese, non sa che cosa si perde. E se lo sa e ci rinuncia, non sa la gravità del suo errore.

sabato 2 agosto 2014

La corrente del Pacifico



Ti dice un cartello qui davanti all’oceano che se ti prende una corrente non devi certo cercare di combatterla, ma farti trascinare finché ti abbandona o ti lancia nella direzione che desideri, perché comunque lei è più forte di te.
Già perché la natura è più forte, in quanto esiste e segue delle regole senza deflettere.
Mi veniva in mente questo contrasto: da un lato le cose che capitano, dall’altro l’ossessione per trovare sempre un responsabile. Che non è in sé una cosa sbagliata, quando non diventa l’ossessione per controllare tutto. Solo se esercito un controllo sulle cose sono responsabile, solo se sono io che posso disporre di tutto, sono responsabile.
Allora forse in questa caccia al colpevole, in questa denuncia di tutto, in questa proliferazione di cause e di liberatorie per evitare le cause, in questa follia di avvocati e citazioni, di titoloni di giornale e magistrati ci sta dentro un desiderio solo: quello di rendere l’uomo Creatore e gestore del creato.
E non sono certo fatalista, né voglio dire che c’è un destino che determina le cose, ma che la casualità esiste e che non c’è sempre piena avvertenza e deliberato consenso dietro ogni azione perché l’uomo non può tutto.

E non è certo il Dio di questo pianeta.