Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

martedì 16 aprile 2013

La barba e la cicatrice

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Carissimo Valerio, ti ho visto sdrucito e sfarinato stamane quando mi sei apparso come un riflesso per pochi istanti. Poi non ho più visto il tuo viso e ho iniziato a pensarti. Come eri. E come sei diventato. E mi sono commosso.
Ho visto quello che hai fatto e quello che hai distrutto in questi anni e non ho potuto fare a meno di provare una fitta di dolore, caro, perché fai sicuramente parte di quella generazione che ha dissipato ciò che i padri avevano accumulato, di fatto rubando ai tuoi figli quello che non avevi ricevuto in eredità ma, come si dice, in prestito. E l’hai fatto nella massima buona fede, inseguendo i tuoi sogni prima e poi cercando di stare a galla in un mondo che aveva distrutto le sue stesse fondamenta prima di accorgersi che il tetto gli cascava addosso.
Che tu poi per queste fondamenta ti sei sempre battuto. Poi, battuto… parliamone carissimo, che la faccia ce l’hai messa spesso, ma quasi sempre dietro ad uno schermo, ad una icona, che magari portava anche il tuo nome, ma sai caro, non è che tu sia poi così conosciuto che tutti ti fermano per strada per ricordare quella battuta arguta, quel commento tagliente, così intriso di ironia da lasciare a bocca aperta. E infatti spesso a bocca aperta, mi dici, ci rimani tu che non riesci ancora a capacitarti di come la gente non capisca, di come ogni volta che tu indichi la luna loro si soffermino a guardarti il dito e magari il callo o l’unghia o la pellicina che cresce fastidiosa. E ci rimani male perché in fin dei conti non riesci a scrollarti di dosso proprio quella sensazione di avere fallito che vorresti annegare in un tripudio di folla che urli innamorata il tuo nome.
Mi confidasti, una sera ai bordi di un falò su una spiaggia domestica, di un tuo sogno ricorrente dei tempi del liceo -quando non eri neppure una comparsa, neanche un nerd- di salire sul palcoscenico di quell’aula magna allora spazzata solo da collettivi e comizi e compagni e interpretare una commedia di cui non sapevi nulla se non la scena madre: tu che in piedi di fronte a lei seduta, la guardavi inteso e stringendo un bicchiere all’estremità di un braccio teso, volgevi lo sguardo al pubblico con occhi ora rossi e intinti nelle lacrime e poi con un gesto secco e romantico spezzavi quel bicchiere, come se schiantassi una vita, la tua vita, o un amore o un sogno. E veniva giù il teatro. Quanta disperata vanità carissimo in questo banale –diciamolo: proprio uguale a quello di tanti emarginati- desiderio di farti amare scegliendo la scorciatoia. Come? Proprio tu che dici di credere in certi valori, che mi riempi la testa del valore dell’umilità, stai poi a rincorrere questa sgangherata fama fatta di urletti trepidanti e di immeritati ricordi? Ah già tu mi dici che era l’amore che volevi accendere non il desiderio, ma ci credi davvero anche tu a questa panzana? Che poi è sempre e solo tentazione.
Così hai schiantato le tue speranze? Così vivi oggi tra un espediente e l’altro, inseguendo l’ottimismo e il successo di amici che ti regalano le briciole della loro stima, così impegnati ad inseguire risultati che non sono nemmeno più compresi tra i pronostici della tua schedina?
Questa è vita? Come fai la notte a dormire, sapendo che ogni giorno ti allontana di più dalla sicurezza, da quella terra che i tuoi non ti avevano promesso, ma affidato e che tu hai gettavo via e neppure per un frutto proibito, ma solo per incapacità?
O sì, hai voglia a dire che le circostanze, le crisi, la sfortuna, gli incontri, gli amici che ti hanno tradito, quelli che ti hanno perduto. Sì. Posso anche crederti: ma tu, dentro, che cosa hai fatto?
Ti ho visto piangere una sera, di soppiatto e poi ti sei quasi gettato addosso a me perché ti ascoltassi nel confessare quella fatica che fai, istante dopo istante, mentre vedi dissolversi le tue energie, quella costanza capacità di farcela sempre, e ti pare -mi dicevi singhiozzando- di venir prosciugato da molti lati, come drenato della volontà, assalito da continue seduzioni di “lasciargliela lì come fosse un gioco questa vita che non vale niente, ma non vale poco”. Che ormai, mi confidavi, tutto sembra congiurare per farti perdere tempo: per privarti della sobrietà necessaria per essere generosi nelle proprie azioni, obbedendo per essere creativi e eseguendo comandi per difendere la prorpia libertà. Hai finito per piangere quella sera e non è stata l’unica, sostenevi, perché questo sentimento –o tentazione- che ti lacera l’anima e svella il cuore mentre svela la tua pochezza, ti assale spesso e non solo quando cala il sole e l’ora più che al disio volge al rimpianto, che tu sia navigante o no, che poi tutti lo siamo nella vita.

Eppure sorridi sempre e questo mi irrita al punto da ammirarti. Perché in quello specchio in cui ormai io vedo un adulto ingrigito, scorgo una luce che come te inseguo ogni giorno e che tu sembri avere indovinato. Mi dici che tutto concorre al bene, e che questa certezza ti inietta dentro quelle vitamine che ti fanno sorridere al giorno che viene, solo perché viene, perché è uno in più e puoi amarlo, con tutti i tuoi limiti e le tue sconfitte. Che anzi queste sconfitte sono un aiuto –ma sì, daì, non esagerare- perché tu ad ogni bivio abbia qualche indicazione in più per prendere la strada giusta.
Non so se sia vero, ma mi piace, mi piace credere a questa tua folle speranza che come un colpo di spugna ogni giorno cancella una striscia di grigio per portare alla luce il cielo azzurro. E mi sento allora sulla tua barricata, quella degli sconfitti, quella dei perdenti per il mondo, quella dove tutto si sfalda perché tutto si rifondi, dove l’incertezza e l’instabilità non sono maledette condanne ma doni preziosi, a saperli scartare e leggere.
Perché carissimo Valerio, posso confessartelo, credo proprio che il legame che ci unisce sia il medesimo che univa i due leader politici in quella vecchissima canzone del Professore.

domenica 14 aprile 2013

I muri di BAires

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Per conoscere una città guarda i suoi muri. Vabbé può essere anche una banalità, ma suonava così bene. E può essere anche vero. Perché i muri sono lo specchio della gente. Il muro racconta e non solo perché qualcuno ci ha scritto sopra, anche certo ed è curioso vedere come l’anima si spalma su una tela ruvida e faticosa, e quanto riesce a estrarre dalle profondità. Ma anche perché come lo tieni questo muro e dove lo metti e a che cosa serve ti dice molto della vita. 

I muri che dividono il pubblico dalle auto che corrono un gran premio cittadino parlano di orgoglio della città di aprirsi alle novità. I muri dipinti urlano rabbia, ma raccontano le fatiche, le passioni, gli amori e le speranze, e queste foto spero sappiano raccontare più delle mie parole.
I muri sbrecciati delle case parlano di crisi e quelli di marmo invece di nuove ricchezze o si speranze che non vengono mai meno.
Nessun muro però porta in cima cocci di bottiglia, anche se facce che supplicano di non chiedere che cosa siano e che cosa vogliano ne ho incontrate molte.
I muri uniscono, quando fanno da salotto a chi non sa dove trovare rifugio, e separano quando più che da difesa fungono da confine, separando il futuro più che dividere il territorio.
Ma è il colore quello che colpisce, che canta della voglia di vita, dello sguardo sempre teso al futuro, della voglia di ballare e suonare quale che sia il presente, perché c’è sempre una ragione per trovare dentro di sé la serenità, ed è così forte che diventa vernice che condivide i sentimenti e la speranza.












     Questa ultima foto è in realtà di Toronto, ma è troppo bella per non regalarvela!

venerdì 12 aprile 2013

In bicicletta a BAires

E poi attraversarla in bicicletta… piena di piste ciclabili e di servizi per i ciclisti, come il deposito custodito a vista da un arcigno e gentile poliziotto che ti chiede il passaporto per depositare e riprendere la bici dandoti quella sicurezza che altrove la città sembra volerti negare.
Vedi i quartieri che si sfarinano e mutano: la Recoleta che si vuole quello della borghesia e che sembra certe zone bene di Roma e Milano, con case sobrie e borghesi, molto anni Sessanta e piccoli parchi ordinati e abitati da gente per bene, quelli che la mamma ti avrebbe indicato a dito per dirti ecco così devi essere.
Poi piombi in zone in cui l’olezzo costringe ad accelerare la pedalata perché non lo riesci proprio a tollerare quell’odore marcio, dolciastro.
I giardini e i mercati e il cimitero in collina dove c’è la coda per vedere la tomba di Evita, segno di un’epoca così bella che no, non doveva morire e poi così giovane. Che ci ha tolto la speranza. E ancora oggi facciamo fatica a ritrovarla.
E infine l’acqua, che di fiume o mare non si può parlare dato che sono canali e bacini, che separano Puerto Madeiro da San Telmo, il quartiere che più vecchio non si può e più ricco di sogni forse già infranti.

I viali assolati e spaziosi del porto trasudano ricchezza e gioia, magari fasulla ma coinvolgente.  Senti il tango che ti fa ballare e lo vedi negli occhi dei giovani che senza paura per il futuro spingono carrozzine a manciate e camminano contornati da bambini piccoli sorridenti, e hanno l’età che qui stanno decidendo ancora se fare il master o no e al massimo su Facebook scrivono impegnati.

martedì 9 aprile 2013

I viali di BAires




Sta nei suoi viali Buenos Aires, che la sezionano senza mai cambiare nome, con un vezzo tutto americano come se queste strade lunghe chilometri fossero garanzia di libertà e speranza senza fine, come una lunga vita da percorrere col sorriso e il sole in fronte, alteri, giovani, traboccanti speranza.
E in questa avenida, che porta tre nomi perché così larga da avere quattro sezioni e diciotto corsie, e quella centrale è una data, il 9 di luglio che a noi, italiani, dice poco così come direbbe poco il 22 marzo a un argentino.
In mezzo sta l’obelisco, sembra confuso e presuntuoso, separa, mescola, ma non trattiene se non pochi  che lo prendono per il simbolo della città, ma Tour Eiffel e Colosseo sono ben altra cosa.
Poi la plaza de Mayo, circondata da questi palazzi ben intagliati e rigidi, come soldati di sentinella, e il rosa della Casa non smorza questo rigore che parla una menzogna alla quale tutti vogliono credere. Ma la gente sorride, spera, supera tutto.
Tutti italiani, dicono: almeno un bisnonno lo trovano. Che ti viene da dire ma se non ci fosse stata l’immigrazione che cosa sarebbe ogg l’Argentina?
Parla come un fiume in piena l’ultimo tassista, che si dice figlio di cosentino di cui porta il nome (Macrì), e mescola calcio

 a politica, la pioggia al futuro, e cantilena uno spagnolo che sa di portoghese senza rendersi conto che noi ne capiamo solo schegge, come quando dice che i grandi campioni di calcio possono essere solo sudamericani perché nel gioco mettono il sole e la poesia, mentre noi in Europa ordine e tecnica.
E poi attraversarla in bicicletta…




domenica 7 aprile 2013

Buenos Aires l'inizio



Più viaggi più scopri che il viaggio in fin dei conti è un pretesto per andare alla scoperta di te stesso. Che viaggiare non fa che rivelare cose di te, dei tuoi ricordi. Ed ogni città nuova potrà anche essere una città per cantare, ma è soprattutto una città per ricordare e confrontare. Perché siamo fatti così noi uomini: paragoniamo, connettiamo, cerchiamo legami. E sono tutti con l’anima.
Me ne sono reso conto con solare evidenza in quest’ultima vacanza trascorsa con Franca a Buenos Aires. E già con questo affermo che non c’è vero viaggio se non con lei, che quando mi capita di girare da solo per lavoro, comunque lei me la porto dietro e me la tengo vicino (nel cuore dire se non fossi banale e baciopreuginoso... ma esistono altre parole per dirlo? Non le conosco) perché non posso pensare di non condividere con lei anche questo della vita. Che tutto il resto è insieme. Grazie a Dio.
Passeggiavamo per i quartieri, o li percorrevamo in bici o ancora li attraversavamo in taxi e affioravano spezzoni di città già viste, e più forti ancora le memorie, che come madeleines proustiane, riconducevano indietro nel tempo in un viaggio che si spalma nell’anima. Questo ricorda Soho e Tribeca e Nolita e quella parte calma e intima di Manhattan che placa i sogni e li rilancia, ma dolci e insieme. Questa i quartieri duri di Tel Aviv e quelli di Shangai dove la gente sopravvive lottando con rabbia e dolore. E forse il dolore era mio e non loro così come la rabbia. Che noi proiettiamo su ciò che viviamo e vediamo  quello che abbiamo dentro e intorno e così i colori si accendono o spengono con il cuore e non con il sole. 
Non è certo il posto dove vorresti viverci senza più fuggire Buenos Aires: non è la GrandeMela, ma neanche Frisco o Aruba che da lì sì non ti muoveresti mai. Come da Milano, che ci sei nato e che comunque t'è rimasta dentro, che ogni angolo ormai è un libro di storia personale e qui rivedi tua madre, e là la tua adolescenza. Perché ogni storia ti entra dentro ma ha bisogno di un palcoscenico e di un ambiente dove squadernarsi.

Ma BAires è una città che ha fascino e lo dispensa senza avarizia. Stavamo a Palermo, un barrio in rinascita, dove torri eleganti e pretenziose si alternano, ma divorandole, a casette cadenti e quasi fatiscenti ma piene di dignità e orgoglio. Un quartiere dove ti senti di casa, che restituisce una dimensione da anni Sessanta quando l’estate la sera si giocava per le strade e il massimo della trasgressione era andare a sedersi al chiosco di angurie per magiarne una fetta in compagnia. Gli angoli si accendono di ristoranti o negozietti che vendono generi alimentari, e la gente non fa paura.


Sembra rinchiuso questo barrio -che qui chiamano Soho per sognare di essere nell’altra America- tra quattro strade che ne tagliano i confini con violenza, secche come frontiere, come il Checkpoint Charlie che nega un mondo per dettarne uno completamente diverso con un solo tratto di penna sull'atlante e di sangue sull'asfalto.  A est, verso quel mare -che in realtà è fiume- che la città non mostra mai, come se lo rifiutasse, Palermo sfocia in piazza Italia e nei parchi ambiziosi che hanno accolto la mia corsa mattutina. E che amarezza nel correre fresco e presuntuoso e incrociare i visi sfatti e forse fatti di ragazzi che chiudevano la notte, una gabbia nella quale si erano dati via, regalati a chissà chi e che cosa, e che ora barcollando gli uni, baldanzosi gli altri, fuggivano per rientrare nella vita o nei suoi brandelli che portavano ancora addosso.
Sta nei suoi viali Buenos Aires, che percorreremo la prossima volta, in settimana. Come si dice... stay tuned fino a martedì! 

giovedì 4 aprile 2013

Una città da correre







Ho corso in molte città: è un modo di possederla e sentirla un po’ tua.
Mica maratone, non arrivo a 10 chilometri di fila, ma ne bastano 5-6 per regalarti quel sentimento di esserne diventato complice, intimo. Perché quando corri tutto sembra più lieve e intenso. E gli sguardi si fanno morbidi.
Ho corso nel Central Park ed è stato come sentirti piccolo tra i giganti, che bastava alzare lo sguardo per non trovare il cielo ma gli sguardi seri dei grattacieli.
Ho corso lungo il Potomac a Washington, come un eroe che tornava a raccontare le vittorie a casa.
Ho corso a Boston dentro il parco nei giorni in cui stava per celebrarsi la maratona e ho rubato l’ammirazione di chi mi ha confuso con uno dei partecipanti.
Ho corso a Toronto, in una fredda Pasqua che sembrava negare la primavera e la speranza.
Non ho corso a Philadelphia, e averi voluto farlo su per quella scalinata dove sembra sempre di sentire Gonna Fly Now.
Ho corso a Houston, chiuso nel fresco della palestra dell’hotel e a New York al cinquantasettesimo piano quando era troppo freddo per scendere al Central Park, così come a Chicago e a Modena.
Ho corso tra le ville di Beverly Hills immaginando di vedere da un momento all’altro spuntare fuori da una villa Brad e Angelina. Non ho corso a Santa Monica e me ne cruccio ancora.
Ho corso sulla sabbia a Miami Beach, e lungo Ocean drive, dove tutto sembra fatto per dissipare la tristezza e confondere la noia, ma anche il candore. E poi ad Aruba e a Grenada dove la battigia regala tepore e speranza. Ho corso a Buenos Aires sotto un cielo rovente d’autunno che significava riposo e rilancio. Ho corso a Tel Aviv sul lungomare in un gennaio che minacciava un anno di dolore, a ha mantenuto la promessa.
Ho corso e correrò perché tutto è metafora e tutto è vita e solo quando stai da solo con i tuoi pensieri e le tue preghiere riesci a scacciare anche i più aggressivi fantasmi.

martedì 26 marzo 2013

Contro il commento di scambio



Lo so: farò male. Nel doppio senso che sbaglierò e ferirò. Ma ci vuole, perché anche con orgoglio, ma voglio chiarire, distinguere. Perché so che cosa sono, che cosa voglio. Ho l’animo ben squadrato.

È successo che ho ripubblicato la mia avvelenata, lo sfogo contro me stesso più che contro il mondo, la di a leggere i segnali che mi vengono regalati tra le righe per crescere.
Uno dei punti era sui commenti ai blog. E ha prodotto questo interessante scambio che uso come strumento per raccontare come la vedo.
In corsivo i commenti ricevuti da una persona cara e attenta e gentile, per distinguerli dalle mie parole.


Chi ha tanti commenti è perché, a sua volta, ne lascia tanti in giro.La pubblicità è l'anima del commercio, lo sai. Se non ti fai conoscere, nessuno sa che scrivi su queste pagine e, se non ricambi i commenti, i blogger smettono di farlo anche con te. Regola dell' "Occhio per occhio, dente per dente!" Dopo nove anni che sono sul blog, almeno questo l'ho capito.

C'è un altro modo per vedere questo argomento. Onestamente di commenti così, come contraccambio, perché ci si faccia coraggio a vicenda, non me ne faccio nulla. Sono scambi di cortesia. Non mi interessano. Non mi interessa girovagare per blog che raccontano vicende personali come il mio, disseminare commenti per averne in contraccambio. Occhio per occhio dici? Non mi interessa.
Non cerco il "ciao, come sei bravi, che belle cose scrivi" perchè così poi vado a leggere e commentare il suo blog. Leggo i blog che mi interessano, che mi danno qualche cosa. Che mi fanno sognare. Che raccontano storie che mi piacciono. Non ho tempo da perdere per lasciare commenti in diari che farebbero meglio a restare nel cassetto per averne in contraccambio un click in più, un commento in più.
Non cerco questo. E non è così che secondo me trovi visibilità.
A essere sincero con questo blog, che è davvero un diario personale, e che conta circa 70-80 contatti a post... va bene così. Questa è la mia valvola di sfogo.
I commenti mi interessano sul blog professionale, quello del marketing ad esempio, di di contatti nel fa 15.000 al mese, che vuol dire oltre 800 a post (che faccio? visito 800 blog, ammesso che ce li abbiano per dire "grazie, che bel blog!"?). Quello che promuovo con Twitter, FB, e altri mezzi. Quello che propone idee professionali e chiede pareri.
Lì avrei piacere ad avere commenti.
Perché quello è valore aggiunto: l'occhio per occhio dente per dente lì non conta.
Lì conta la voglia di dire la propria. Di dare un contributo.


I blog professionali sono una cosa diversa. Sono utili, pertanto sono letti da molti, che possono trarne insegnamento.
I blog "diari" sono visti invece come salotti personali dove si ricevono gli amici. Oggi da me, domani da te, come si fa nella vita reale. Io ho notato che, quando ho smesso di frequentare alcuni blog, semplicemente perchè non sapevo cosa commentare, i loro proprietari non sono più venuti da me e ricordo anche di aver letto qui qualche lamentela di blogger che si sentivano "abbandonati" perchè commentavano sempre da te e tu mai da loro.
Mi è capitato anche di conoscere realmente una blogger, che è venuta a trovarmi a casa mia. Mi ha poi invitata a casa sua, ma nel frattempo mio padre si è ammalato, mia madre ha contratto l'Alzheimer ed io non sono più stata libera. L'ho invitata altre volte, spiegando che mi è difficile muovermi ed in fondo non è importante che ogni visita sia contraccambiata, ma lei sembra essersela presa e non è mai più venuta, pur continuando ad invitarmi a casa sua.Nemmeno sul mio blog commenta più, anche se magari lo legge.
Insomma, questa è l'esperienza che ho avuto io e te ne ho reso partecipe, poi puoi prenderla come vuoi. Non sempre i casi sono uguali.

Il tuo approfondimento non fa che
confermi nella mia risoluzione. Gli amici me li scelgo con cura e con affetto e non per scambio merci
o commento di scambio. Non scrivo per raccontare della gita al mare con le amiche o di come mi sento
triste perché mi hanno maltrattato al lavoro, se mi è scappato il cane o se ho litigato con la moglie. Trovo anche un po' sconcertanti questi diari pubblici, così pieni 
di solitudine e di povertà interiore: questo mettere in mezzo alla piazza, anche in forma anonima, soprattutto
le proprie ombre come se così le si esorcizzasse. 
Non è quello che, credo, faccio: a me piace scrivere, non condividere un diario. Io scrivo perché ho la presunzione,
la medesima di ogni scrittore, di stimolare il pensiero, di pungolare l'anima, di indurre alla riflessione e all'emotività.
E a questa ne aggiungo un'altra: quella di scrivere bene. 
I modelli a cui mi ispiro sono i blog di Costanza Miriano (10.000 visite al giorno) di Claudia de Lillo (forse anche di più)
quelli dove chi scrive condividerà anche pensieri intimi e situazioni vere, ma -per dirla con Baricco- con lo sguardo del giovane
Holden, per andare oltre, per indicare la luna. C'è chi si ferma a vedere il dito, va bene, fa parte dei rischi dello scrivere.
Ma non vorrei essere in nessun modo quello che descrive il dito e lo racconta.
Per cui mi spiace se qualcuno si possa sentire tradito perché non ricambio le visite. E la smetta di leggermi.
Meglio così.  Vuol dire che alla fine non era interessato a ciò che scrivevo ma a cercare un po' di compagnia
e quella non posso dargliela. Forse non voglio, ma di sicuro non posso.
Poi peccherò di arroganza? di presunzione? di orgoglio? Può essere, anzi lo è di sicuro.
Pazienza. Correggerò e migliorerò. 
Ma questa è tutta un'altra storia.