Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

sabato 10 maggio 2014

Il cammino di Santiago (settima tappa) perché ci siamo andati




Io parlo del Cammino perché Lui ha parlato a me. Sia chiaro non sto professando una credenza animista dove le cose o gli spiriti evocano riflessioni. Non abbiamo intrapreso il cammino per motivazioni spirituali, ritrovarci nel grande tutto, cogliere il nesso di noi stessi.
Pur rispettando chi si è messo sulla strada per questa ragione, o per cercare il silenzio, o per cercare l’amore o per dimenticarlo o per traking, per celia o per non morir, pur provando un profondo rispetto per costoro, che sarebbe negare il Cammino non averlo e sarei un bugiardo e un ipocrita, non ci siamo avviati come spirigrini o turigrini. 

Ma come pellegrini: devotionis causa

Per ringraziare e chiedere perdono e rinnovato aiuto. Ecco perché. 
Quindi non sono le pietre o la terra o le piante a parlarmi. Ma il Creatore, Dio, quel Dio che ha conquistato San Giacomo e che ha sospinto su quelle stesse pietre per centinaia di anni, sin dalla prima della fine del primo millennio, persone che Lo cercavano attraverso l’omaggio offerto alle spoglie di uno di quei Boanerghes, figli del tuono, che con Suo figlio avevano camminato per altre strade.

Quindi quando dico che il cammino mi ha ispirato, intendo dire che per mezzo dell’andare e dell’andare su quelle strade, sono riuscito ad ascoltare ciò che Dio non smette incessantemente di dirmi e che altrove non ho l’accortezza di 
ascoltare. Perché questa è la regola numero uno: il cammino ti parla, e parla a tutti e per qualunque ragione tu abbia deciso di andare a percorrerlo che Dio non fa differenze, non abbandona pecore sperdute, se tu lo vuoi stare a sentire, se quieti la tua voce che ti urla dentro e leggi ciò che ti circonda: leggi la fatica che ti squarcia le spalle prima dei muscoli, leggi il caldo, il freddo, la tormenta; leggi le persone che incontri, tutte latrici di un messaggio per te se lo vuoi cogliere. 

Il cammino parla, ma tu hai voglia di ascoltarlo?

Questo me lo porto a casa di sicuro, questa lezione qui, quella di ascoltare. Sette giorni sono pochi sul cammino, ho incontrato persone che stavano arrivando a Santiago da Saint Jean Pied de Port, l’inizio ufficiale della via francese, 800 km fatti in 28 giorni. Sette giorni sono pochi, ma sono sufficienti per imparare ad ascoltare, e per far mettere radici, fragili, tenere, da proteggere, dentro di te a questa abitudine che ti fa guardare sempre oltre la superficie, che ti attiva dentro uno scanner sintonizzato sullo Spirito, per capire cosa c’è dietro la superficie in quello che ti sta accadendo.

E là mentre cammini lo capisci subito.


Prendi la fatica. La prima sera, dopo aver fatto 26 chilometri su per il monte della Cruz de Hierro, luogo mistico di cui parlerò poi, ed essere sceso già a picco dal punto più alto del percorso, quel Colle delle antenne che arriva poco dopo la Cruz e ti sbatte giù fino a Ponferrada con 1200 metri di dislivello che le cosce urlano ancora adesso, quella prima sera lì arrivati alla nostra meta –sì, travolto dalla follia del milanese imbruttito avevo prenotato un po’ di habitaciones qua e là-  quella Molinaseca che sembrava non arrivare mai dentro al bosco di primavera, attraversato il ponte romano, abbiamo trascinato i passi fino alla nostra destinazione con dolori che non immaginavamo neanche di poter provare. 

E il giorno dopo con la tappa più lunga e dura, per noi, che ci ha portato a Villafranca del Bierzo, 32 km avanti, abbiamo smosso le gambe giù per la discesa che porta a Plaza mayor solo per scommessa, con dolori tali che non riuscivamo ad alzarci dal letto per andare a cena –eppure la mattina dopo eravamo del tutto riposati, miracolo del Cammino- pieni di dolori sì, ma felici come bambini, felici di avercela fatta, di aver superato le difficoltà, di aver battuto lo sconforto, annientato le sofferenze ed esserci lì, in quella piazza, in quel posto. 

Felici. 

Quante volte abbiamo provato un senso così profondo di gioia? Quante volte nella vita ci capita di lottare fino all’ultimo gardino per poter aprire la porta della nostra meta e dire: sì, io proprio io ce l’ho fatta e con la mia volontà, con la mia fatica? 

venerdì 9 maggio 2014

La lezione del cammino (sesta tappa): guarda chi si vede!



Il cammino è incontri. Sulla strada ti mescoli. Non era così affollato il sentiero durante il nostro andare, ma neanche deserto.  Abbiamo incontrato un po’ di persone e, forse per una magia, solo di due conosciamo i nomi. Come se fosse più importante capire che cosa rappresentassero o forse per serbarli sempre incollati su quegli sfondi, come a garantire una vicinanza al ricordo più che al presente. O ancora perché conoscere il nome è conoscere l’anima e questo ci stimola ad andare oltre ai pochi passi fatti insieme,ci ammonisce a cercare di essere davvero vicini alle persone così da guadagnarsi l’onore di conoscere il loro nome.
Appartengono a due famiglie gli incontri e le persone: chi viaggia come te e chi sta ai bordi della strada per offrirti sostegno e aiuto.
Parliamo dei primi oggi, e credo anche in un’altra puntata almeno, e di che cosa ci hanno lasciato.

La prima persona che abbiamo incontrato e che ci ha spiegato che cosa voglia dire la cordialità è una signora di Lecco che abbiamo trovato ad un caravan-bar appena sotto il colle delle Antenne, a poco meno di metà della tappa tra Rabanal e Molinaseca, la nostra prima.
Era alla seconda esperienza, aveva ripreso il cammino da prima di Leon, dove s’era fermata l’anno precedente e camminava già da dodici giorni e ne prevedeva almeno altrettanti per arrivare (e un po’ la domanda: ma che lavoro fanno? ti viene, perché noi a strappare dieci giorni tra Pasqua e ponti abbiamo fatto una fatica e ora tocca star su la notte per recuperare, e lo si fa con piacere…). Aveva i piedi devastati dalle vesciche, ci ha raccontato che la sera prima la signora dell’albergue gliele aveva curate e pulite   -e come lo sanno fare loro non lo sa fare nessuno! diceva- e che per questo poteva continuare. Ci ha insegnato la tenacia, la forza della volontà: si va comunque.

In quel medesimo punto si son fermate tre signore anziane, francesi, per prendere un succo e ripartire: passo corto, zaino leggero, sorriso aperto. Non c’è età per il Cammino: accoglie tutti e a tutti dà una possibilità.

Come alla signora canadese, di Toronto, claudicante, molto anziana, un po’ gobba, piena di voglia di chiacchierare. Ci racconta che viene sul Cammino da 11 anni, non riesce a fare più di 7-8 chilometri alla volta, massimo dieci se si sente bene. Per questo parte da Leon, dove riesce a trovare alloggi alla giusta distanza. Conosce benissimo tutti i posti di ristoro e si preoccupa di dove dormiremo nelle giornate successive. Dice che il cammino la rassicura. Che coraggio e che voglia di superare tutte le difficoltà. Una volontà che batte età e il corpo stesso e si ritaglia soluzioni che possono essere sfide da vincere. Alla faccia della voglia di lamentarsi e piangersi addosso.

Nel medesimo locale, l’Aira do camino di Rosa (ne parleremo diffusamente), incontriamo un aitante cinquantenne di Muggiò. Asciutto, deciso, ruvido. Sono in cassa integrazione, ci dice, invece di star a casa a far niente faccio il Camino mi son detto e son partito. Il gruppo iniziale l’ho seminato subito dopo Roncisvalle, troppo lenti, ma mi sono aggregato a questi ragazzi per strada. Camminiamo insieme da un po’. Ecco uno che sa sconfiggere le difficoltà, che non si crogiola nei rimpianti e nella disperazione, che investe in se stesso per darsi speranza e darla agli altri.

In senso inverso incrociamo –nel racconto di altri compagni di viaggio di cui parlerò più avanti- una coppia anziana, sui settanta ci raccontano, che sta tornando indietro dopo essere arrivati a Santiago e Finisterrae.  Fino a casa. A Vienna. A piedi. Sei mesi. Per tornare. Con calma.


Perché a casa devi tornare e l’importante è capire come ci torni e come sei cambiato tu.



Ecco qui tutte le tappe fino ad ora pubblicate

martedì 6 maggio 2014

Le lezioni del Cammino: attraversando la vita (quinta tappa)





Capita quando attraversi le città, lì lo vedi con evidenza. Non è che noi ne abbiamo attraversate tante, quella che c’è rimasta più impressa e Ponferrada, ci siamo arrivati che pioveva e ne siamo usciti con il sole. Non finiva più. Ci siamo fermati in farmacia a prendere dei Compeed, che ne avevamo portati tanti, ma da legge di Murphy mancavano quelli che servivano.

E quando attraversi le città ti mescoli, come se perdessi un po’ quella concentrazione, ma forse no, magari la trovi in modo diverso, stai attento ai segnali, li cerchi tra i cartelli del centro urbano.
E vedi nel tuo andare un susseguirsi di quartieri che spaccano la realtà.
Che ti viene quasi da parafrasare la Karenina: tutti i centri storici sono belli a modo loro, tutte le periferie sono tristi allo stesso modo. Che non è poi neanche vero, un po’ ingiusto. Solo un poco, però.
Ma c’è che da lì ci passi e giudichi, o per lo meno osservi: e vedi che passi dentro zone belle e altre brutte, alcune tristi e altre allegre, sarà che con il sole sembra tutto allegro. E poi aree devastate dall’incuria e altre curate come un corpo di un neonato, alcune dalla queli vuoi fuggire subito e altre dove ti fermeresti per viverci.

E ti rendi conto che la vita è così, che ci sono giorni grigi come un sottopasso stradale pisciato e altri così carichi di speranza da specchiarsi nel giardino rasato di una villa ottocentesca. 

Ma se cammini, se vai avanti, se prosegui tutto passa e si confonde e quello che resta è il senso del tuo andare, del inseguire la meta, non ciò che hai attraversato, e hai lasciato. 
Niente disperazione, nessun rimpianto per nuvole e giorni, ma la serenità per la meta che si avvicina sempre di più.

Così come quando da lontano vedi un edificio, come la torre che ti sfida e minaccia a Ponferrada, che già la vedi da lontano nella valle quando ti butti giù dal colle delle Antenne e pensi che è impossibile che devi arrivare fin lì, che di lì devi passare tanto sembra lontana, e non vuole avvicinarsi mai. Poi la perdi e all’improvviso te la trovi di fianco, poi dentro che si allontana,quasi fugge, sconfitta, per la vergogna di non aver rallentato il tuo andare.

Anche questa è immagine della vita, di una data importante, di un incontro che mette paura, di un traguardo da fare tuo, che prima sembra irraggiungibile poi ti si affolla incontro, poi è lì e non te ne accorgi, infine ti saluta dal passato. E non ti sembrava cosa che si potesse fare, e invece eccola lì che fa già la storia, la tua storia.

Se però continui a camminare. Perché a stare fermi si finisce schiacciati.



Tutte le tappe del Cammino e le sue lezioni le trovi qui


lunedì 5 maggio 2014

La lezione di Santiago: il cammino..... di coppia (quarta tappa)


Dovrebbe essere incluso nel corso per fidanzati. Un pezzo di cammino. Almeno una settimana. Perché qui c’è tutto della vita matrimoniale. E capisci subito che cosa sia e come funzioni.
Dicono che il cammino va fatto da soli. Aperti agli altri ma concentrati a riscoprire se stessi. Ho dei dubbi, poi capisco perché Franca ed io il cammino l’abbiamo fatto in effetti da soli. Infatti “non sono più due ma una carne sola” e quindi noi eravamo una persona sola, insieme, sul cammino.

Ti spiega cosa sia la vita insieme il cammino: perché devi tenere lo stesso passo, ma ogni tanto lo perdi e chi scivola più avanti deve sapersi fermare e prima ancora accorgersi di essere più avanti, perché se sei concentrato sul tuo passo, sui tuoi pensieri, e l’altro non ti chiama, rischi di cadere troppo avanti e non ritrovarti più.
E se sei dietro devi avere il coraggio è l’umiltà di farsi sentire se l’altro davanti non s’accorge. 

Che poi è difficile inseguire e se il peso è troppo ti viene lo sconforto e lasci lì, lasci andre, ti fermi, fai una strada diversa.
Bisogna sapersi aspettare e calmare: sei lì che ha voglia di fare il chilometro lanciato, il tempo migliore, il record perché sei competitivo, perché voi sfidarti e devi fermarti per la pausa pipiì. Ma come? Ancora? Ma quanti metri fai con una pipì? Però ti fermi, perché si va avanti in due, insieme.

E il passo, non è quello che va tenuto. Difficilissimo camminare affiancati allo stesso passo. Ma alla stessa velocità sì, con ritmi diversi. Perché ognuno ha il suo è va rispettato, magari rallenti un poco, magari acceleri un tantino, ma mantieni la tua individualità nel camminare assieme.
E ci si aiuta insieme, perché la crisi viene sempre, e mai nel medesimo momento. E magari viene quanto tu sei tonico, passo morbido, slanciato, che ti viene da guardarti in giro, ammirare il panorama. E all’altro invece viene da vomitare dalla rabbia, dalla fatica, dall’orizzonte chiuso che quanto accidenti manca  all’arrivo e ti vien male da digli che sei appena dopo la metà. 

Tutto pesa, tutto rallenta. I campi dorati? Urlando sudore e caldo! La strada che si stende verso il basso? Infiamma le cosce e spezza le ginocchia! È lì che scopri la pazienza, il sorriso, il lasciar correre, lo spegnere tutto quello che hai voglia di fare perché al lei/lui tutto dà fastidio, tutto innervosisce. Devi solo tacere e aspettare. E agire. Prendere il suo zaino. Portartelo in braccio come una bambino, con le braccia che si spezzano e le mani tagliate dalle corde, e sorridere e cantare e accarezzare con la voce, finché la crisi passa. Che poi viene a te, stai sicuro, mica che la scampi la crisi. Viene a te.

Anzi t’è già venuta quando hai dato in escandescenze per i guanti dimenticati 30 metri indietro nel rifugio perché lei non se ne era accorta. Come se toccasse a lei farti da baby sitter. E tutto si spezza con una risata. Ecco bisogna saper ridere e di sé, delle situazioni, delle difficoltà.

Non puoi fare quello che vuoi sul Cammino, se sei in due, e talvolta neanche quello che si vuole tutti e due: devi lasciarti fare dal cammino. Vuoi fermarti? C’è la bufera e c’è il vento, c’è la pioggia e fa freddo: ma per fermarti devi andare al prossimo rifugio. E se è brutto e a lei non piace? Andiamo avanti.

Capisci che qui si mette tutto alla prova? E dopo nulla è uguale: o s’è sfilacciato o s’è saldato ancora di più. Come barre d’acciaio. Come pietre che insieme fanno le torri della Cattedrale. Insieme, perché non sono più due, ma una cosa sola. Più bella.




Tutte le tappe le trovi qui

domenica 4 maggio 2014

La lezione di Santiago: i pellegrini sul Cammino (terza tappa)


(grazie ad Angelo Vervari per la bellissima foto che mi ha regalato)

Proseguo a condividere il regalo che il cammino mi ha fatto



L’ho imparato fin dalla seconda tappa, quella che da Molinaseca ci ha portato a Villafranca del Bierzo, 32 chilometri in là: tra pellegrini ci si riconosce. Ci si saluta. Buen camino è la parola d’ordine. E non è una consuetudine sdrucita e insipida. È un augurio sincero. Che sta in mezzo alla strada e ti conduce.

Poi ho pensato: ci si riconosce e ti si spalanca il sorriso, ti si ammusica il cuore, come se nella folla avessi visto un parente, un amico, un viso caro.
E se fosse così sempre? Che al riconoscerli ti si squaderna la gioia, squarcia il grigio per far irrompere addosso la serenità, quella che dura?
E riconosce chi? Chi sta camminando? Ma tutti siamo sul sentiero! È che qualcuno non lo sa, non si vede lo zaino, non si sente mentre cammina, convinto com’è di starsene comodo –oppure l’opposto: disincantato, deluso, depresso- a bordo strada.

Tutti camminiamo, alcuni forse con maggiore consapevolezza: e questi io li riconosco? Li sostengo? Li incoraggio? Sono per loro l’augurio di un buen camino?

O sono intralcio?

E anche quando sei alla fine, il giorno dopo, in abiti “borghesi”, e li incontri questi pellegrini che stanno quasi completando il loro Camino –il viaggio no, non si finisce mai- ecco li saluti, li vorresti abbracciare, perché lì, davvero lì, riconosci quel tratto comune che segna la fraternità.
Ma poi la gioia si smarmella, si spatascia, si slarga e strabocca che ti vien voglia di sorridere e salutare tutti quelli che incontri e finché sei sui sentieri segnati solo dalle frecce gialle è un conto, ma quando attraversi borghi o città –Ponferrada ad esempio nella seconda tappa- a volte è imbarazzante. Mettiti dall’altra parte, sei lì serrato nel tuo pensiero, la riunione, la scuola, le bollette, e viene in contro questo tipo ricoperto di cerata con un enorme zaino sulel spalle racchiuso in un telo giallo e ti sorride e ti saluta. Ma che cosa vuole? Forse soltanto che questa giornata sia buona anche per te.
È così difficile?

Perché quando sei all’altro estremo del saluto, oh come ti si allieta l’animo!
Tra i momenti più esaltanti del nostro andare, sempre in questa seconda tappa, faticosissima, ricordo il passaggio in un quartiere residenziale all’estremità ovest di Ponferrada,  che non sembrava finire mai: eravamo intorno al dodicesimo chilometro e sapevamo che ne restavano altri venti circa. Era appena apparso il sole. E anche una prima crisi –le crisi vanno a strappi, come le rampe di una scala: come se all’improvviso alla fine del corridoio ti trovi davanti una nuova scalinata da risalire e soffri poi quando sei in cima hai un altro corridoio piano e riprendi fiato- e scorrevamo lenti tra le villette. Tra bambini su pattini e altre ruote ci vengono incontro, ci affiancano, ci sorridono: buen camino urlano. 
Ecco, sanno già distinguere la strada, con quella purezza tipica dei piccoli. 
E allora tutto riprende senso, cammini anche per loro, per dare a loro una speranza, per confermare il significato della vita.

Perché finche c’è gente che cammina, c’è la carezza di Dio per l’uomo.

in settimana pubblicherò altre storie, grazie al vostro incoraggiamento continuo a scrivere, non riesco a garantire il post quotidiano, ma almeno 3-4 a settimana fino all'arrivo ve li prometto. Grazie del vostro sostegno e dei vostri commenti che sono una grande carezza.... sul cammino.


sabato 3 maggio 2014

Le lezioni del Cammino: imparare da Santiago (seconda tappa)


Continuiamo il nostro viaggio insieme a ripercorrere i doni elargiti dal Cammino:

La lezione che ti impartisce il Cammino la capisci meglio quando arrivi a Santiago.
Perché da lì tutto comincia anche se sembra che tutto lì finisca.

Intanto quando arrivi, chiunque tu sia, per qualunque cosa tu abbia camminato, anche solo per turismo, quando entri in città vai diretto alla Cattedrale. La strada finisce lì. Non al tuo hotel. Non al bar.
Non ti fermi finche non sei lì in quella piazza e vedi le torri e ti scatti il selfie.
Ti attira. Attirerò tutti a me. Il cuore resta inquieto finché non arriva lì.
E tutti si commuovono. Sarà il mal di gambe, lo sforzo finito. Non so. Io vedo. Constato.
Parla il cuore.
Il centro è lì.

Poi Santiago ti scuote, ti toglie di dosso il rischio dello straordinario che può aver vestito nella tappe precedenti, per certi versi chiuse su se stesse, in un mondo fatto di pellegrini (o turigrini, comunque di gente che viaggia, siano bicigrini, piedigrini o ippogrifi, siano purigrini che stanno negli ostelli o spussigrini che preferiscono stanze o alberghi) sei sempre sul cammino e un po’ protagonista, con tutti che ti guardano con affetto e fraternità.

Così arrivi a Santiago, superando il ponte ed entrando nella periferia –che giusto a ricordarti che cosa sia il mondo ti saluta con Decathlon e altri capannoni simili- e non ti si fila nessuno. Anzi, cammini infangato, ingobbito dallo zaino, appeso alle racchette o bastone che sia, e intorno ti guardano con un po’ di fastidio: dopo mille anni ancora gente che cammina fin qui? Intorno gente in giacca e cravatta, tacco a spillo, tuta da lavoro. Negozi, bar, uffici. E tu risali e poi scendi e poi risali come un personaggio fuori luogo, isolato, una macchia nel quadro immacolato della modernità.

Arrivi nella città vecchia e comincia a rivedere altri pellegrini, ritrovare la complicità di chi è arrivato ieri, ma nessuna banda, nessun comitato. Arrivi sulla piazza e non c’è un maxischermo che ti accolga rilanciando il tuo nome.
Anzi quasi devi districarti per capire dove andare.

Ti accolgono quelli che distribuiscono volantini di ostelli e ristoranti, che ti dicono di entrare dal lato perché il frontale è chiuso. E la zingara che chiede l’elemosina ti ammonisce a non entrare con lo zaino che non si può. Ed è vero, e mi sembra impossibile, che hai fatto tata strada e sei lì ma non puoi entrare in cattedrale con lo zaino.

Ti mandano all’officina del pellegrino dove puoi deporre il carico e ritirare l’onore della Compostela, che attesta il pellegrinaggio.
Poi sparisci. Sei un reduce. Uno già arrivato.

Che grande lezione di umiltà! 

Che delicato insegnamento del tuo posto nella vita. Sei parte della storia sì ma, un sassolino, nel viale di ghiaia dell’eternità. Sparisci subito dal palcoscenico appena arrivato, per evitare di inorgoglirti, di sentirti il pigro che fece l’impresa. Quale impresa? Quante persone hanno visto arrivare lì quelle pietre? Quante storie, drammi, felicità, dolori,speranze? E quanti sono morti nel camminare? Hai pregato per loro mentre ricalcavi i loro passi?

Ecco, questo scivolamento nella massa, mai però indistinta, direi popolo allora, dove ognuno ha un nome anche se il cognome è comune, questo capire che sei una parte e non l’unico, questo lasciare spazio, essere lì a battere la mani a chi arriva domani e posdomani, a non restare sul palco se non un battito di ciglia, è così aiuto per capire quanto bene ti vuole un Dio che ti ama come figlio unico sì, ma in mezzo a tantissimi fratelli.


Ecco, questa lezione ti spiega tutto quello che hai vissuto, ogni singolo passo, perché gli dà quella profondità che l’andare rapido aveva confuso.


Nota di servizio: sto raccogliendo gli appunti e penso di organizzarli intorno a questi temi

·      Le piccole lezioni del percorso
·      La lezione dei muscoli
·      Gli incontri sul sentiero e non
·      Il cammino e il matrimonio
·      La messa del pellegrino e il senso della fraternità
·      Riconoscersi e dirsi ciao
·      Senza patente
·      Lo zaino e le spalle
·      Arrivare, dormire e ripartire
·      Le tentazioni del cammino


E molto di più.
Continuate a camminare con noi, e condividete qui su questo blog le vostre impressioni, dubbi, contrarietà, commenti, entusiasmi...


venerdì 2 maggio 2014

Le lezioni di Santiago: insieme sul Cammino (prima tappa)






Poi torni e ti trovi in aeroporto. E li ti accorgi che non ci sono meriti acquisiti, che la Grazia non ti sta addosso come un tatuaggio incancellabile, ma che te la devi custodire e proteggere. Che il dono che hai ricevuto può essere un odore che lavi via alla prima doccia o un seme da far crescere e salvaguardare, con piccoli gesti. Sta a te deciderlo.

Perché lì ritrovi l’umanità fatta dei suoi limiti, magari che lo sono solo per te. E devi decidere se li vuoi disprezzare o accogliere. Per me l’aeroporto è luogo di sfida e tentazioni e tra tutte la più grande è proprio questa: superare lo sdegno, quel misto di disgusto per la banalità, l’ignoranza, la maleducazione, la totale assenza di eleganza. Secondo il tuo metro si intende, per il quale son tutti coatti.

Vorresti che tutti fossero belli, furbi, svegli, arguti, ironici, intelligenti, colti, sensibili, attenti, pazienti. Come te. O alla tua altezza. Così li potresti amare.
Quindi dimmi: in fin dei conti vorresti soltanto amare te stesso clonato negli altri!
Comodo così.

Sporcati il cuore, amando persone vere, come gli altri amano te nonostante i tuoi limiti!

Ecco. Lì capisci che puoi fare la differenza se vuoi, se lo scegli.

E il Cammino, che poi è la voce di Dio,è messaggio, profezia, sussurro, allora può fare effetto e continuare a tenerti sul suo sentiero, che poi la vita è continuo cammino, viaggio, ti fermi solo per cedere, per farti schiantare della tentazioni.

“Noi siam peregrin come voi siete” (Purgatorio II 63) inesperti “d’esto loco” che è la vita se non ci facciamo guidare.
Il cammino me ne ha impartite molte di lezioni che ho il piacere di condividere con voi, se lo volete, partendo proprio da qui, dal dono più grande, più intenso, più utile. Più profondo. Da non dimenticare mai.

Dal quale voglio cominciare.

La lezione delle frecce. Sono ovunque. E ti segnano la strada.

Sono fatte di sassi: ecco le piccole cose di tutti i giorni che solo se messe insieme, connesse, ti dicono la strada, ti guidano, devi fare lo sforzo di trovarle e collegarle tra di loro per capire il senso, capire la direzione.

Sono nascoste tra altri segnali, li devi trovare: devi stare attento, non perdere la concentrazione, l’attenzione: mistico nella realtà di tutti i giorni. Attento a trovare quello che cerchi, senza distrarti, lasciarti andare.

Sono tracciate da mani di chi non ti ha mai conosciuto, non sa chi sei, non sa a chi serviranno. Eppure lo ha fatto. E adesso servono a te. Semi sparsi con generosità che proprio adesso,  per me, fioriscono. E che anche io devo spargere per altri.