Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

domenica 15 novembre 2015

Il racconto della domenica: per sommi capi




La passione è una bestia che si controlla facilmente, non fosse che per orgoglio: il sentimento no.
Con la passione ci giochi, l’accarezzi in coda al semaforo quando ti diverti a fissare e sorridere dentro le macchine dove un’affascinante ragazza accetta e ricambia la sfida dei tuoi occhi. Felici entrambi che tutto svanirà pochi secondi dopo, quando il rosso della passione si dissolverà nel verde del semaforo. Forse la insegui, giocando più con te stesso, e lei sembra accettare fino a quando un (im)provvido autista ti sbarra il passo e ti riapre le porte del tuo universo. Il sentimento ti scardina: come un vento, che sorge gentile per trasformarsi in tempesta, ti piomba addosso proprio quando gli vai incontro allegro e presuntuoso e ti rovescia come un guanto. Perché si appoggia sul tuo orgoglio.

Ti è successo: proprio quando credevi che non sarebbe mai potuto accadere: ti sei innamorato di un’altra donna. Ma non è una questione di carne, di quegli ardori che entrano dagli occhi e, grassi, scivolano giù oltre lo stomaco per fermarsi tra la gambe e scuotere. No: questo ti si è fermato nel cuore, come la piuma bianca di Forrest Gump, e non sembra volersene andare via. Sta lì, quasi nascosto, timido, ti sgrana gli occhi contro, stupito e svagato, come un bambino infreddolito che ti si ripara addosso e teme solo che tu lo voglia scacciare via, nel cuore dell’inverno. E come si fa a mandarlo via, nel gelo? Nella tormenta? Com’è facile crearsi degli alibi quando non vuoi guardare in faccia la realtà?
Che farai? Ti guardi addosso smarrito e non trovi una soluzione. Una sola soluzione esiste: è proprio quella che escludi in partenza. Perché credi di averne il coraggio.
E’ successo per caso: come avrebbe potuto altrimenti?
Non te l’aspettavi: tu così imbolsito nella tua sicurezza, nella tua spocchiosa certezza di non commettere errori, né tanto meno di aprire la strada a debolezze che annidandosi nella tua vita potrebbero mettere in forse il castello di moralità che ti sei costruito intorno. Eppure è successo: un granello di sabbia nell’ingranaggio, una concessione alla vanità, o forse soltanto la trascuratezza, e quel vento ha trovato lo spiraglio attraverso il quale insinuarsi. Come serpe nelle fessure del muro.
Una battuta lasciata cadere forse più per riempire un fastidioso vuoto che per comunicare una notizia importante: “la prossima settimana sono a Firenze per lavoro”. “Allora la invito a cena”. Un brivido. Hai lasciato cadere le cose, ma queste sono rimaste in piedi. Hai avuto l’impressione che lei insistesse e un primo sorriso, diverso dal solito, non dunque di serenità, ma quasi di vittoria, ha leggermente piegato le tue labbra. Non ce l’hai fatta a tirarti più indietro. Perché? Per vanità? Per il desiderio di sentirti desiderato, tu, proprio adesso che senti il tuo corpo disfarsi con dolcezza non sotto i colpi di un’età che scappa, non puoi pensare questo quando i quarant’anni sono ancora una frontiera lontana, ma per il leggero picchiettare del lavoro, come di quelle attività che senti così tue, che ti lavorano l’addome e i polmoni, depositando nel primo quello che sottraggono ai secondi. Desiderato poi? Per che cosa? Per chi? Che cosa è stato? Che cosa ti ha fatto abbassare quella tua guardia di cui sei così orgoglioso? Forse un orgoglio più grande? La pretesa di ricostruire? Di essere importante per qualcun altro, anzi, diciamolo con chiarezza, per un’altra donna?
Ecco sì, me ne accorgo cogliendo quel gesto, quasi impercettibile, di fastidio che ha preceduto il tuo sorriso: una venatura di tollerante ironia, come per allontanare -da chi: da me? Da te?- il sospetto. La vanità sa scegliere strade impervie e difficili per perforare l’anima e riemergere ammantata di sentimenti innocui: è quella macchia da sempre impressa nelle profondità dell’intimo, che spinge te, come ogni altro uomo, a cercare un’affermazione. Di più: l’affermazione. Un continuo, inarrestabile cammino che ha bisogno sempre di nuovo consenso, perché quello rinnovato non basta più. E’ questo che ti è sembrato di vedere? La caccia? Banale! Proprio per questa desiderata! Essere di nuovo dio per qualcuno?
Di certo, da quel momento è cambiato qualcosa. Hai atteso il giorno della partenza con la stessa ansia con la quale da bambino aspettavi la mattina di Natale. In macchina giocavi con la radio. Fermo all’autogrill, le briciole del panino ancora sulla barba, il respiro infastidito dalla puzza di fumo che inondava il locale, hai avuto una esitazione. Ti sei fermato con il telefono in mano, il numero già composto sul visore, il dito pronto a premere il tasto. Che cosa hai visto? Qualunque cosa fosse, non è stata più forte della tua agitazione. Hai pigiato, la telefonata è partita, lei ha risposto. Un po’ fredda per la verità, quasi distaccata. Hai avuto l’impressione che si fosse pentita di ciò che ti aveva detto solo pochi giorni prima. Hai avuto paura: non tanto di aver perduto qualche cosa che ancora non avevi, quanto di aver sprecato la tua sicurezza in un sogno che non aveva radici. Ti sei preoccupato più per il tuo orgoglio che per la tua tranquillità. Ti sei visto trascinato e deriso dalla tua vanità, gettato in mezzo alla piazza, umiliato, beffeggiato. Hai avuto paura.
La sua voce si è raddrizzata, ammorbidita, forse era solo la tua medesima tensione, la fatica della costruzione, un momento poco adatto. Avete combinato per la sera dopo. Ancora una giornata di attesa. E’ stato lì che hai cominciato a crearti alibi, a ingannarti con l’innocenza e la semplicità di una cena con una cliente, affermazione peraltro incontestabile. Un’angoscia di segno inverso ti ha allora assalito costringendoti a sedere. Un pensiero martellante che ha cominciato a combatterti ti ha persino tolto la voglia di mangiare. Te ne sei andato di filato nella tua camera d’albergo e ti sei buttato sul letto, la televisione accesa, fingendo di sfogliare libri e appunti di lavoro, come per prepararti alla giornata seguente. La cui sera è calata di schianto. Una mano che scuote i capelli. L’altra che chiude la porta della stanza. Il cielo strina di colori: brucia e sanguina al contempo. Come te. Un vente leggero si porta via il tuo onore. Bastava così poco: l’avresti creduto?
Hai preso l’auto, acceso la radio prima ancora di mettere in moto, e tutto ha cambiato velocità. La strada è volata via fino al parcheggio dove vi sareste incontrati. La musica è più galeotta dei libri: non so se avessi scelto apposta la voce di Michael Pfeiffer o se è stato tutto un caso, ma mentre attendevi, seduto in macchina, anche impaurito, guardando ogni vettura che ti si affiancava per riconoscere lei, quella My funny Valentine ti ha confuso ancora più le idee al punto che hai finito per lasciarle da parte e affidarti al cuore, che non sa spesso dove va. Finalmente lei è arrivata.
Sorride. Vi date del lei. State lontani. Sali sulla sua macchina. Cominci a parlare: lento, distaccato, professionale. Non sai che cosa vuoi. Neppure lei probabilmente. Arrivati. Parcheggio. Due passi. Il ristorante. Ordinate. Parlate di vicende ai margini; poi il cerchio si stringe: la tua vita, la sua vita, i ricordi, il passato, il presente. La voce ha cambiato tono. Uscite. E’ ancora presto. Si fa due passi per le stradine del centro. La temperatura è morbida. Lei ti cammina vicino, ti verrebbe quasi voglia di prenderla sottobraccio. Resisti. Vorresti fosse lei a farlo. Non lo fa. Ti dispiace. Ridete. Ti riporta alla macchina. Le avevi preannunciato un regalo, nulla di personale, solo un libro del quale avevate già parlato e che è collegato in qualche modo alle sue vicende passate. Glielo dai. Vi salutate. Lei si sporge e ti bacia sulle guance. “Ci rivediamo?” , ti chiede. “Se le fa piacere”, abbozzi ed aggiungi come per difenderti, “sarò qui di nuovo tra quindici giorni, se è libera e lo desidera mi chiami”. “Senza dubbio”, risponde e invece il dubbio comincia già a morderti.

E’ già tutto finito. Eppure quell’attimo nel buio, illuminati di taglio dall’insegna dell’albergo, mentre siete rimasti vicini, ti ha lasciato una ferita profonda. Come nei film avresti voluto fermare il suo movimento. Sporgerti piano anche tu in avanti e con delicatezza baciarla. Quell’attimo congelato in cui gli occhi si guardano interrogandosi e scorgendo gli uni negli altri angoscia e desiderio, ma di nuovo non una sensazione forte, carnale, quando una tenerezza infinita. Ecco, quell’attimo che non può che accadere una volta tra un uomo ed una donna perché poi tutto sarà differente, qualunque sia la direzione che le vicende prenderanno. E’ questo che desideri? Vivere una scena che ti è stata rubata nel passato? Essere protagonista di una nuova storia d’amore? Non lo sai neppure tu: ti affascina la sequenza di fotogrammi. E dimmi: che cosa sarebbe accaduto dopo? Non ammetti che puoi pensarci. L’amore oggi è merce al dettaglio e tu non vuoi comperare. La dolcezza è padrona più crudele della vigliacca passione: quest’ultima molla la presa quando la scuoti al mattino, la prima non morde neppure, scivola dentro. Non ti era mai successo. Accenderti sì, è la natura che si agita e ti vantavi di metterla a tacere, di saper voltare lo sguardo, a volte con un secondo di ritardo, al punto che l’immagine ti rimaneva addosso, non per molto però. Adesso invece guidi piano nella notte toscana, risali lungo l’autostrada declivi secchi e crudi mentre rientri in albergo. Ascolti una musica che tormenta: l’hai scelta tu questa volta. La stessa voce della stessa Michelle Pfiffer che canta ancora My funny Valentine: lo stesso struggimento, no anzi: diverso. Profondo, rosso e rumoroso. E tu non sai spegnere quella melodia così come non riesci a tagliare una vicenda che non è che all’aurora eppure scalda come se fosse a mezzogiorno. La colpa ti macera dentro, la ricacci cercando di annegarla con un fiume freddo di giustificazioni. In realtà aspetti come un bambino che l’incontro si ripeta, che quel piccolo amore cresca. Il sonno ti sorprende come un ladro, più per pietà sua che per tua scelta. Ma puoi ancora scegliere ormai?

domenica 8 novembre 2015

Il racconto della domenica: tu che sai



Ti senti bella. Di più. Ti senti fine, elegante. Se fossi vissuta nel secolo scorso ti saresti trovata a tuo agio nei panni di una nobildonna francese o di una baronessa russa; o forse, meglio, saresti stata un'eccellente milady inglese, generosa anche con la servitù. Cammini con tranquillità, lo sguardo alto, il portamento altero di chi sa di valere e di non avere nemmeno bisogno di dimostrarlo. Non vesti in modo affettato per affascinare: sai che non ti serve, ti basta la semplicità, anche se non sobria, ma piuttosto raffinata. Non solo, ma hai capito benissimo, lo spiegavi proprio ieri alla tua amica in mensa, che un abbigliamento appariscente invece che colpire la fantasia di un uomo e scuoterne il cuore, lo afferra solo per i genitali ispirandogli pensieri indegni per lui e per te. " Preferisco piuttosto il sussiego", le dicevi, "forse un po' esagerato in quest'ambiente aziendale, ma sicuramente più distinto che la volgarità". E tu vuoi certo distinguerti. Nel lavoro sei precisa, attenta, anzi perfetta: arrivi molto più in là di dove potresti fermarti e ci tieni che gli altri se ne accorgano. Manovri perciò in modo che i tuoi successi siano visibili, senza che sia tu a renderli palesi. Abbandoni con sapiente noncuranza una statistica vicino alle vaschette della posta interna, perché sai che i curiosi non mancano e che verranno a chiederti ulteriori spiegazioni, finendo per lodare la tua iniziativa. Ti presenti alle riunioni con dati sempre aggiornati e stupisci tutti i superiori presentando già informazioni che ti avrebbero chiesto in futuro. Poni agli altri domande delle quali conosci già le risposte e di fronte alla loro ignoranza suggerisci una possibile soluzione, quella giusta ovviamente, e ottieni la loro gratitudine e la loro stima. Quando ti lodano, ti schernisci: riesci ad arrossire appena. Sorridi. A volte una risata lieve ed argentina tintinna tra le tue labbra appena socchiuse. Accavalli le gambe, giri intorno lo sguardo assumendo un' aria modesta che mal si adatta al tuo viso. Alzi le spalle, chiudi il colletto della camicetta con un gesto vezzoso e cambi discorso. Se chi ti loda ripete il suo encomio, non fuggi più e ti lasci ammirare. Sei severa: siccome sei rigorosa con te stessa, pretendi, a ragione, che tutti i tuoi colleghi lo siano altrettanto. Non sopporti i lavori affrettati, non sei propensa a scusare, anzi cerchi sempre il lato più torbido nelle azioni degli altri. E' come se ritenessi impossibile che attorno alla tua luce splendente possa esistere ancora qualche piccola chiazza di buio: tutto viene fatto contro di te, non soltanto per superficialità. Sei donna: questo basta a condannare gli uomini in una sorta di contrappasso per tutte le angherie che nei secoli il sesso femminile ha dovuto sopportare nel mondo del lavoro. Quando l'irritazione sfiora il tuo viso, allora è il temporale: nuvole gonfie e cerulee si annidano nei tuoi occhi e la grandine sferza chiunque osi varcare la soglia del tuo ufficio. Cambi persino voce: non potresti lasciarti andare a espressioni volgari, certo inadatte ad una signora, con il medesimo tono con il quale commenti l'ultimo film che hai visto. Il collo ti si irrigidisce e tutta la tua femminilità si rovescia in scatti di ira, come se tutte le ferite, che tu credi di aver accumulato in una vita di lavoro, potessero venire risanate in un rabbioso duello che contrappone il tuo orgoglio alla fatua insensibilità degli altri. "Sono donna" pensi dentro di te in un lampo nervoso, "e non lo vogliono capire: o meglio, lo capiscono fin troppo e non si rassegnano. Che mai succede? Una donna, sposata per giunta, che lavora e produce assai meglio di tanti uomini? Che sia prostrata professionalmente, che le sia negata l'informazione e la sua gestione venga potata laddove questo non comporti rischi per l'azienda". Questo è quello che leggi negli occhi dei tuoi colleghi e non c'è ragione per odio più profondo. Insulti ad alta voce, forse più rivolta a chi può ascoltarti che non al tuo nemico. Sai di avere l'attenuante della ragione, che nessuno può negarti, e perciò superi con voluttà il limite della decenza, sicura che nessuno verrà a rimetterti al tuo posto. Comunque, hai sempre l'attenuante dell'isteria femminile: non è né onesto, né professionale, ma qualche volta è un alibi comodo, soprattutto per loro che lo pensano. Non sempre riesci a trovare in breve tempo la strada che ti riconduca alla serenità, ed allora sono giorni bui per tutti. Parli a scatti, agiti frenetica le mani, spargi documenti sulla scrivania per riordinarli e di nuovo suddividerli in compiti diversi. Togli e rimetti gli occhiali di continuo, come se l'inquietudine che porti dentro potesse placarsi con i gesti del corpo. Il tuo viso si indurisce, cambia colore: gli occhi si assottigliano assomigliando sempre di più a due feritoie incise di sbieco sulla garitta di una torre di guardia. Se non avessi già smesso, e ogni cosa che tu decidi non può cambiare, ti metteresti a fumare con rabbia, solo per il gusto di deformare la tua immagine e attirare ancora di più l'attenzione su di te.
Non ti ho mai visto piangere, non è da forti. Il tuo rancore sublima lentamente. Spesso ti basta sfogarti con qualcuno dei tuoi confessori, che cambi spesso, dando la preferenza agli ultimi arrivati, soprattutto se più giovani di te. Con loro puoi giocare la doppia carta della donna di esperienza e della madre premurosa. Ti stanno a sentire, spesso di te si innamorano: non certo abbassandoti al ruolo di una possibile amante, ma innalzandoti sul piedistallo della donna ideale o della sorella desiderata. Stanno lì, con gli occhi lucidi, rosi da questa casta passione, a guardarti mentre parli loro di questo e di quello e sorridi e il tuo volto si illumina. Allora, dal loro silenzio, dall'ammirazione che riempie la stanza intera, vieni purificata e riacquisti il tuo sguardo limpido. Loro sorridono con te, felici di aver riacquistato la loro dea e di aver contribuito, con il loro amoroso sacrificio, a pacificarla. Tornata la calma, ti guardi in giro, con una mano riordini i capelli e ti senti salire verso l'alto, in quelle regioni del cielo dove splende di nuovo il sole, per riprendere il tuo posto. Non si può certo dire che semini discordia o che ostacoli i colleghi. Certo, non rifiuti a nessuno il tuo disprezzo: il tuo primo sentimento è il dubbio e il colpevole di una simile abitudine meriterebbe un odio feroce. Ami conversare sottovoce durante le riunioni, come una studentessa dell'ultimo banco, sottolineando errori e trasgressioni degli oratori, soprattutto di quelli che hanno meno confidenza con te. Non hai tutti i torti. Prendi nota, non dimentichi mai le ferite che pensi di aver ricevuto dai colleghi e, come un disco fisso di infinita capacità, registri tutto al posto giusto -per te non esiste il comando che cancella i ricordi- come se potessi poi ergerti, proprio tu, a boia nel giudizio finale sulla vita di ognuno. Se ai colleghi non risparmi il tuo odio, quando -secondo te- lo meritano, sai intrattenere amabilmente i clienti, come si conviene ad una vera signora, e certe riunioni, affidate alle tue cure, assumono più il tono vaporoso di un the fra amiche, che non la rigida cortesia del lavoro.
Non hai figli e ormai non ne vuoi: lo fai per loro. "Come potrei essere una buona madre? Come potrei seguire un figlio nel modo giusto", commenti spesso con le amiche, "se tutte le sere il lavoro mi costringe a tornare a casa tardi e se spesso mi tocca cenare fuori? Come potrei smettere di lavorare per prendermi cura di lui? I soldi non bastano mai per il necessario: e non vorrei certo vedere mio figlio vestito male o frequentare brutte compagnie. Preferisco un figlio di meno, ma un golfino di più e siccome figli non sono arrivati prima, adesso è meglio lasciar perdere". Tuo marito è d'accordo. E' un chirurgo di fama. Tu adori la sua figura, così austera e imponente, sprizza carisma da tutti i pori. E' alto, leggermente brizzolato, la carnagione appena brunita e occhi seri. Non sorride spesso e incute rispetto, più che timore. Ha gesti lenti, precisi. Sfoglia le pagine di un libro come se stesse operando a cuore aperto. Ciò che ti ha sempre colpito di lui sono le mani: le dita affusolate e le palme larghe e morbide come batuffoli di nuvola possono accarezzare con delicatezza e al tempo stesso sanno incidere rapide e precise per ridare la vita. Ogni suo sguardo ti accende di tenerezza: quando torna stanco alla sera, sai dargli quel calore che desidera senza fargli pesare la tua stanchezza. Vuoi essere una moglie degna di lui, anche per questo punti in alto nel lavoro. Sai che la sfida, prim'ancora che con i tuoi rivali, è con il tuo sesso: proprio per questo arriverai. Certe volte ti irritano le donne, perché si ostinano a volare basso, come galline, mentre tu hai l'ardire dell'aquila. Ti infastidisce sapere che si accontentano, considerando un peso quello che per te ha grande senso. Guardi con distaccata simpatia le tue colleghe che parlano di asili, bambole, influenze. Ami i bambini, purché stiano lontani. Dici di essertene fatta una ragione e lo sguardo ti si vela di sottile malinconia, come per una commedia che avresti voluto proprio andare a vedere, ma che ti è sfuggita a causa di impegni improrogabili.
Ti turba, qualche volta, pensare forte alla tua vita: ti sembra che scivoli come una barca sulla corrente di un fiume. Te lo immagini largo, limaccioso, le rive confuse dalla boscaglia, come quello che vedesti l'anno scorso in Brasile durante le vacanze. Sai che tutta quella tranquillità nasconde, prima o poi, una improvvisa cascata: non è che ne temi la pericolosità, ma piuttosto detesti l'idea che potrebbe coglierti impreparata. Allora scosti le tende e guardi fuori dal vetro della tua villa di campagna, ti stringi nella camicia da notte di seta per scacciare quel brivido che senti più dentro che fuori. Le foglie degli alberi muoiono nel vento e vengono a giacere sull'erba del tuo giardino. Le fissi alterata, ti sembra che qualcosa stia colando dentro di te: una sorta di miele acido e vorresti liberartene. Tuo marito ti si avvicina, ti stringe per le spalle, ti posa un bacio sui capelli. Tace. Chissà a cosa pensa? Chissà se condivide le tue stesse indecisioni, se anche lui cerca di scivolare sotto la calma superficie del fiume, o se desidera prender terra in qualche punto della riva? Chissà se pensa mai al fiume o se s'immagina la vita in modo diverso dal tuo? "Chissà se vive", ti domandi, "e se vivo anch'io con lui". La luce sta pulsando nel cielo grigio. Tu che sai cosa vuoi, o credi di saperlo, ti riscuoti ed indicando le foglie che si accumulano sul prato come un tappeto giallo, gli dici: "Bisognerà toglierle dall'erba o la soffocheranno tutta".

giovedì 5 novembre 2015

Di donne, koala, chewingum e rispetto della verità




Cherchez la femme. Si diceva. Regola base dell’investigatore. E siccome ci sentiamo un po’ detective dell’anima, scrutatori della società, Jane Marple delle dinamiche ci mettiamo anche noi a cercare non la donna però, ma la pubblicità.
Già. Perché la pubblicità è un importante indicatore delle tendenze. Il pubblicitario coglie i sintomi di nuovi atteggiamenti e li esaspera, per trasformarli in uncini con i quali trascinare le folle. E questo è decisamente palese se si guarda con attenzione il mondo che ci circonda.
Ad esempi guardate l’esplodere di pubblicità che esaltano i diritto: il diritto alla felicità, il diritto al lusso, il diritto al piacere.
Concetti devastanti che instillano da un lato la presunzione che piacere, lusso siano sinonimi di felicità, dall’altro che ci sia un diritto a tutto ciò, diritto non intenso come potenzialità –tutti devono poter ricercare la felicità, come afferma la Costituzione Americana- ma come bene da ricevere: ho il diritto che gli altri mi rendano felici. Permettendomi quello che voglio. Ad esempio il diritto ad un figlio. Ma questo già lo sapete.
Prendiamo dunque un evento accaduto in settimana: la battaglia contro una delle più aberranti pubblicità mai apparse sulla scena italiana. Che va esaminata per leggerne in trasparenza due punti salienti: i messaggi trasmessi e la valenza delle reazioni.
L’orribile spot televisivo, presente anche in rete, introduce un romantico maritino che entra in casa con un bel mazzo di fiori e che scopre, con forte reazione, i vestiti della moglie sparsi per la casa. Spalanca sorridente la porta del talamo per scoprire la moglie con l’amante: un koala. Che mastica una chewingum. L’ultima inquadratura è ancora peggio: la donna giustifica la sua attività con un’espressione che mostra l’irresistibile potere della gomma.
Ora chi ha pensato una pubblicità così demenziale, volgare non ironica, di quella trivialità bassa che una volta si sarebbe detta da caserma, evidentemente considera normali, cioè accettati, sia il tradimento sia il sesso con animali. Che non c’è umorismo nello spezzare la dignità femminile facendo credere che una donna possa desiderare di fare sesso –che solo questo è- con un animale.
Le conseguenze sono palesi: ormai il piacere è tutto, basta che il compagno di letto sia avvenente, anche se è un animale.
La marca, che già ci aveva abituato a pubblicità di dubbio gusto, come lo scoiattolo petomane, mostra di non comprendere la linea di demarcazione tra umorismo, non dico ironia, e battutaccia da trivio. E più volte la supera senza ragione se non quella di affermare che ormai la società vuole questo, volgarità a profusione, che non è più capace di ascoltare se non i toni urlati, beceri, sdentati. E questo mi preoccupa. Se poi, dopo essere stato scosso per questa degradante descrizione della relazione coniugale, ti metti in macchina e ascolti le pubblicità radiofoniche, ti viene voglia di fermarti sul bordo della strada e piangere, perché se l’Italia è quella che i pubblicitari ritengono destinatari dei loro messaggi, che da avere paura per il nostro futuro, ma anche per il nostro presente.
E infatti, ecco la seconda parte che se avvilisce, incita all’azione, alla battaglia contro la devastazione delle coscienze.
Il modo migliore per attaccare oggi, lo sappiamo anche tristemente, è quello di intervenire sui social media. Così agguerrite signore, che non hanno per nulla apprezzato la pubblicità, iniziano a dimostrare il loro disappunto sulla pagina ufficiale della famigerata gomma da masticare. E qui succede un preoccupante fenomeno.
Se da un punto di vista di marketing è folle, è però comprensibile che il social media manager –non lo invio- cerchi di difendere l’indifendibile sostenendo la brillante e sottile ironia dello spot. Inizia a sbagliare, tecnicamente parlando, quando passa dall’affermare il punto di vista aziendale all’accusare i critici di essere privi del senso dell’umorismo.
Grave comunque pensare che una grande azienda abbia ritenuto divertente ipotizzare un rapporto sessuale tra una donna ed un animale. Senza capirne le implicazioni. Probabilmente tutti uomini quelli che hanno deciso. E anche questa è una ipotesi amara. Molto penosa.
Ancora peggio commenti di altri navigatori del social media, tutti uomini, che accusano le infuriate signore di non capire la comicità, di prendersela per un nonnulla, di non vedere nulla di male nello spot incriminato.
Questo mi spaventa ancora di più. Questa mancanza di sensibilità, questa anestesia totale sul significato delle situazioni. Una sorta di anoressia dell’animo, autismo della verità, della natura. C’è davvero questa deriva che tutto rinchiude nel piacere, nella libertà personale vista come sfogo delle proprie pulsioni? Possibile non capire il marcio che c’è nel mettere in scena un tradimento –che non è concetto solo cristiano, ma laico: come si fa a sostenere che l’onestà fa il buon amministratore, ma svincolare onestà da fedeltà!- come scenario positivo, giustificato dall’avvenenza che un animale può conquistare masticando una gomma.
Come non vedere nulla in una situazione come questa?
La pubblicità mostra come l’emotivismo, mescolato all’egolatria, sta sradicando dalla società il senso della realtà.
È nostro dovere combattere per tenere svegli gli animi, sollecitare le coscienze, istigare alla sorveglianza. Non facciamoci anestetizzare, non lasciamo che la puzza del male ci ubriachi e stordisca a tal punto da non capire più il senso della vita e dei singoli fatti.
Vegliamo ed agiamo, per non rimanere noi stessi vittima di questa assuefazione al male.

A margine e in conclusione, una riflessione: devo essere sincero e schietto, mi irritano profondamente coloro che, in risposta alla segnalazione di un programma tv, una pubblicità, un articolo di giornale negativi, affermano: ah, ma io la tv non la guardo da anni. Che cosa c’entra? Perché chiudo la porta di casa, o peggio: gli occhi, il male non esiste? E oltre a te chi c’è nel mondo che può essere influenzato?
Questa affermazione a mio parere ha due sfumature da non trascurare:
da un lato mostrano forte egocentrismo e cecità sociale. Se non riguarda me chissenefrega!
E dall’altro lato hanno il recondito scopo di farci vedere migliori: ma come? TU, proprio TU non hai ancora capito che la TV non si guarda? Che i giornali mentono? Che la pubblicità è male in sé? E questo non è un comportamento che si possa definire virtuoso.


domenica 1 novembre 2015

Nelle feste dei santi e dei morti, qualche riflessione

1 novembre festa di tutti i santi
2 novembre commemorazione dei cari defunti

Qualche video di pochi minuti per riflettere sul tema, per ricordarci di questi giorni



















sabato 31 ottobre 2015

La sfida della misericordia



E sì, sopra la testa c’ha sempre qualche cosa che pende. Magari fosse la spada di Damocle, il damerino invidioso del tiranno Dionigi di Siracusa che comprende in modo drammatico l’altra faccia della medaglia del potere.
Magari.
Perché una spada la puoi evitare.
Un giudizio invece no.
E sopra la nostra testa, che tu lo sappia oppure no, o peggio: finga di non saperlo, c’è la spada a doppia lama di un verdetto ineludibile. Il bello –o il brutto, vedi tu- è che dipende da te.
Già perché su quella lama sta scritta una promessa –a me pare, talvolta, più una minaccia- che Gesù quasi di sghembo lascia cadere sul tavolo: “col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati“. Matteo, 7, 2. Sta lì, secco, duro, come inciso sulla pietra.
Pare che ce lo siamo scordati. Io per primo! Mica mi tiro indietro. Sarebbe come cercare di rompere lo specchio nel quale ti vedi.
Io per primo. Lo ribadisco così nessuno può puntare il ditino.
C’è che siamo tutti intransigenti e inflessibili coi peccati degli altri.
Finisce il sinodo, e tutti –dai, diciamo molti perché così un po’ di spazio di indulgenza me lo creo- iniziano a sparare il loro fuoco di fila partendo non dal testo ufficiale, ma dalle prime pagine dei giornali.
E sì che ormai molti, LaCroce in prima fila, il giochetto te l’hanno spiegato: si chiama disinformazione, manipolazione, inganno. È il gioco in cui il diavolo è maestro, lo dice anche Gesù. Che è l’ingannatore dei suoi fratelli.
E mi ci caschi tutte le volte?
Che basta un minimo di competenza non dico di teologia, ma solo di funzionamento della Curia per sapere che l’affermazione “passa la comunione ai divorziati per un solo voto” contiene più inesattezze che parole.
Dai, te l’ha chiarito anche il Papa che il sinodo è consultivo e non possiede il potere legislativo, che non cambia le regole, semmai propone non nuovo dogmi, ma nuovi percorsi pastorali.
E poi basta che vai a leggerti il testo per capire che nulla di ciò, che sta nel titolo, è in realtà riportato nel documento ufficiale.
Dicono “sì, ma con la vicenda del caso per caso si nega la regola”. Ah sì? Ma non è ciò che la Chiesa, con i suoi confessori, ha fatto da sempre? Non è il discernimento che il padre spirituale applica nel valutare la coscienza? Non è ciò che l’etica spiega quando parla di circostanze? Di piena avvertenza e deliberato consenso, condizioni previste dal Catechismo §1857: “Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso »”. 
Invece vedi in giro sui social proclami di fuoco: sono peccatori! Alcuni li scomunicano ipso facto. Altri li vedono bruciare nel perdurare del peccato che nega la misericordia.
Le conversioni all’Innominato sono rare, il più delle volte è un cammino lento che accelera solo nella fine e la storia insegna che non sono i predicatori apocalittici quelli che ottengono più risultati. Il “verrà un giorno!” di Fra Cristoforo non fa che inasprire don Rodrigo, mica lo getta tra le braccia del confessore. È la pietà di Lucia che corrode il peccato dell’Innominato. È  la pazienza del padre che salva il figliol prodigo, non la sua apoditticità.
Ecco, ricordando poi quella spada che penzola sulla mia testa, quella minaccia di venire giudicato secondo il mio metro, io me ne starei un pochino più schiscio, più attento, che senza negare la regola l’attenzione si può prestare, oltre alla preghiera che cannoneggia da lontano. Che è la mia vita a dirti che sbagli, la mia fatica che produce gioia a indicarti la strada, non il proclama “o sesso o ostia” che ricorda ahimè più la battuta “ma quale morte?! Ho detto o Roma o Orte!” che non un comando divino.
Si dice Gesù ha perdonato invitando a non peccare più!
Già, ma non so voi, anche a me capita di dirlo con convinzione –condizione richiesta per l’assoluzione peraltro- che non lo farò più. E poi ci ricasco milioni di volte. Magari nel medesimo giorno. Se voi invece non peccate davvero più, datemi una vostra reliquia da venerare! Siete già Chiesa Trionfante!
Perché l’equilibrio che siamo chiamati a trovare certe volte lo vedo difficile come sommare pere alla mele, cosa che, secondo la mia insegnate delle elementari, era ontologicamente impossibile.
Lo dico in quanto quell’altra frase che mi sta qui, appena sopra lo stomaco, e mi procura ulcere continue, a me portato per formazione a privilegiare la regola, la razionalità, la verità, mi impone di farla sì questa verità, ma nella carità.
E mi scontro con la fatica di fare una miscela con due liquidi incompatibili, come acqua e olio.
Perché la verità è eterna, immutabile, immodificabile. Sta. Come la porta dell’inferno “Fecemi la divina potestate,/ La somma sapïenza e il primo amore/ Dinanzi a me non fur cose create,/Se non eterne, ed io eterna duro”. Sta. Punto. Non cambia.
E nessuno la vuole cambiare. Non muta una iota.
Invece la carità è personale, è calata dentro la situazione, dentro all’occasione. Caso per caso. Va amata questa persona che sta qui, a prescindere, senza pregiudizi.
Anche se è un samaritano.
Anche se è un peccatore pubblico. Anzi. Proprio per questo.
Perché Dio è amore (mico lo dico io, lo dice san Giovanni!).
E come faccio ad applicare criteri eterni a situazioni puntuali e cangianti?
Qui si gioca tutto.
E per non farvi pensare che la mia spada penda solo dalla parte del rigorismo, vale la pena ricordare che anche il lato opposto è oggetto di giudizio spietato: maledetti coloro che svieranno i miei figli e li indurranno a commettere il male. Anche per loro c’è la condanna.
Quindi la spada diventa filo sul quale camminare, corda tesa tra due baratri ugualmente terribili.
“Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” Romani, 7, 24-25 
Non c’è altra strada: aiutarci e fidarci.
Di chi? Della Chiesa che conterrà infiniti peccatori, ma anche anime sante che ne guidano altre.
E in fila dietro al Papa, come indicava un santo che mi sta molto a cuore, san Josemarìa Escrivà de Balaguer, che non passava per essere un lassista o un prete “di sinistra” per usare un termine da quotidiano: ad Jesum, cum Petro, per Mariam.

Quindi, se vogliamo stare sereni –no, non in quel senso, dai, non fate i furbetti- pur stando sotto la spada del giudizio, dobbiamo –lo credo- sforzarci di lottare tutti i giorni per stare ben attaccati alla Chiesa, capire dove ci vuole portare, imparare ad amare nella verità (cosa che peraltro questo quotidiano sta facendo dalla sua nascita e con un coraggio senza paragoni) e iniziare a comprendere come sia possibile farlo per non rimanere bruciati dalla nostra intransigenza, o dal nostro lassismo, nel momento in cui verremo saggiati con fuoco.

domenica 4 ottobre 2015

Le lezioni americane ovvero New York Stories

Scoprire una città e le storie che sa raccontare.
Un viaggio negli States costa Est tra Long Island e New York City
e tante vicende che ci invitano a riflettere
ecco a voi


le lezioni americane

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domenica 13 settembre 2015

La trilogia del riscatto: da Scattone al senso della colpa - con una coda sul senso dell'etica

Tre brevissimi video per riflettere insieme sul senso della colpa e sul riscatto, 
restiamo segnati a vita o c'è spazio per la redenzione?
Come può la società tenere conto delle nostre colpe?
Che cosa è la pena e il carcere?

primo video



secondo video




terzo video




ma dove si trova la radice di tutto?



ora a voi la parola