Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

sabato 17 maggio 2014

Le lezioni di Santiago (14) Fatica muscoli e significato






 Fai una fatica da bestia. E noi siamo stati sul cammino solo 7 giorni. Penso con ammirazione ed invidia –quella sana, che spinge ad imitare non a negare- a chi se lo fa tutto, e ogni giorno si alza e riparte per circa un mese. Che si mangiano anche le guide. La Michelin suggerisce 34 tappe, quella ufficiale 31. C’è chi lo fa in 28 giorni. O meno.
Fai fatica. Eppure non la senti.
No, non scherziamo.
La senti eccome.
E il dolore. Le vesciche.
A noi è andata bene, fortuna del principiante: abbiamo pareggiato, 1 a 1. Una vescica a testa. Ma non di quelle cattive, che ti sputano addosso sangue.
Quindi la fatica c’è.
Ma la dimentichi.
Il Cammino ti aiuta.
Non so come. So perché.
Arrivi alla sera che fare un solo passo in più costa volontà, quella dura, cocciuta, delle grandi imprese. Quando alla fine del nostro secondo giorno –ormai lo sapete- siamo arrivati a Villafranca, buttati giù dalla discesa che porta a Plaza Mayor e poi trascinati su per le scale fino al primo piano, rovesciati gli zaini per terra, ci siamo buttati sui letti, ecco il solo pensiero di muovere, non dico alzarmi, solo muovermi la vedevo come una sofferenza.
E la sera, scese con prudenza le scale, dove andare a mangiare l’abbiamo scelto in funzione della distanza: quanti passi dobbiamo fare. Che poi c’è andata bene e ci siamo mangiati un pulpo gallego che ancora lo ricordo.
Poi la mattina, sveglio alle sette, mi alzo per andare in bagno e il ginocchio sinistro non mi regge. Mi molla. Come fosse di burro. Non tiene. Perse le viti, perso il sostegno. Mi trascino in bagno avvilito.
E come faccio adesso? Come ci arrivo a Las Herreras de Valcarce? Come faccio a camminare.
Zoppico a letto, sto sotto le coperte ancora per pochi minuti. Arriva il momento di prepararsi. Poggio le gambe a terra e mi reggono come fossero i pilastri del ponte di Brooklyn. Salde. Senza dolore. Senza tentennamenti.
Come mai?
Ecco, che lezione c’è qui?
Aiutati che il ciel t’aiuta? Così banale?
Perché no? Sicuro sia banale?
Che la volontà non sopperisce mai all’allenamento. Ma accidenti se aiuta!
Se hai uno scopo, saldo, se ci credi, il resto segue. Il resto ti segue.
E la virtù cresce nel tempo. Come il muscolo sulla fatica. Che la memorizza, la mastica, la fa sua, la svuota del veleno. La trasforma in gioia.
Così nella vita: il dolore si svuota se lo prendiamo in giro. Se lo avvolgiamo di significato, se gli diamo una visione più ampia.
Si fa fatica. Una fatica da bestia. Non è facile. Non ci riesci.
Se provi da solo.
Se non ti affidi.

Almeno proviamoci.



Ecco qui tutte le tappe fino ad ora pubblicate
Quattordicesima: di muscoli e fatica

E a seguire

Quindicesima: la messa del pellegrino
Sedicesima: tutto ricomincia


Resta in contatto! Non penserai che abbiamo finito con sedici puntate eh?

venerdì 16 maggio 2014

La lezione di Santiago (13): le croci e la vita



Il cammino è intessuto di croci. Forse però è il contrario: è la croce che è avvolta nel cammino. Gli sta dentro. Non ne puoi fare a meno. Il Cammino è nato per quello. Per capire il significato della Croce. 
A Santiago dentro un ristorante girava il video del percorso. Spezzato in tre

- da Saint Jean Pied de Port a Burgos: el camino de la purificaciòn
- da Burgos a Leon: el camino de la     muerte
·da Leon a Santiago: el camino de la     vida

La croce la trovi ovunque, non solo
quella de Hierro, famosa, dopo Rabanal, dove lasci il tuo sasso portato da casa, e che ormai si è impregnato della tua fatica, ti ha aspirato il male, rimesso in sesto la coscienza, lui che ha congiurato con il cammino, e adesso pesa più del tesssssoro di Gollum. No.
Ce ne sono ovunque. Scavate dal vento, arrotondate dal tempo.
Ma quelle che ti impressionano di più le trovi all’aeroporto. Ultima tappa. Un terzo del percorso. Giri intorno alla pista. E all’improvviso sono lì, incise nel reticolato, di legno, incastrate, infinite. Abbiamo messo anche noi la nostra.
Come un gesto di riparazione, di ringraziamento.
Prima di arrivare ti ricordi perché sei partito. E chiedi, continui a chiedere, che se anche hai già ottenuto non smetterai mai di chiedere. Per te e per gli altri.
Che già questo è un miracolo del cammino: appena sanno che ci devi andare o che ci sei stato. Ti chiedono di pregare per loro, per la famiglia, per il lavoro. Per le sofferenze. Tutti. Anche chi non t’aspetti. E cammini per loro perché ogni passo fatto così vale l’infinito.
Per questo cammini e preghi, insieme o da solo. Tre rosari al giorno dicevamo: sentivamo la carezza di Maria, quando facevi fatica e quando eri allegro.
E lì, lì quasi alla fine, lì a un passo dalla méta, metti la tua croce. Così chi viene dopo può pregare per te. E non è poco.



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Quattordicesima: di muscoli e fatica
Quindicesima: la messa del pellegrino
Sedicesima: tutto ricomincia

e poi... altre sorprese


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giovedì 15 maggio 2014

La lezione di Santiago (12): la patente dimenticata




Ho lasciato la patente a casa. Dimenticata. Dentro il soprabito. Lei, mia moglie, mi ha detto “hai preso la carta di identità? Hai preso la tessera sanitaria?” Non m’ha mica detto “hai preso la patente. E io me la sono dimenticata. Capisci che cosa vuol dire?
Che devo mollare il volante. Che non lo faccio mai.
Devi sapere che l’età avanza (per me non per mia moglie sia chiaro): fatto è che ci sentiamo un po’ meno bene. Io dall’orecchio destro lei dal sinistro. E in macchina è un disastro. A volte sembriamo Aldo Giovanni e Giacomo quando fanno i vecchietti.
E lei mi dice: “guido io!” Rispondo “piuttosto compero un’auto inglese con guida a destra!”.
E adesso mi scarrozza lei perché ho dimenticato la patente.
Mi tocca fare il navigatore. Decodificarle quello che il GPS suggerisce, perché si sa le donne qualche volta confondono destra e sinistra e la terza uscita della rotonda sembra un concetto così complesso che la teoria unificatrice delle forze nucleari al confronto è un gioco da bambini.

Impari a farti portare. A perdere il controllo. A metterti comodo e goderti lo spettacolo, senza poter fare il protagonista.
Anche questo è un regalo del cammino.




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mercoledì 14 maggio 2014

La lezione di Santiago (undicesima): delusioni e false aspettative




E vabbé lo confesso, un po’ ci son rimasto male. 
Prendi l’auto, guida mia moglie –vi spiegherò domani perché- e in un’ora e mezza arrivi a Finisterrae, sotto la pioggia ovviamente. La fine del mondo. 
Dove i Romani, dice la guida, quelli antichi per precisare, guadavano stupiti il sole affogare nell’immensità dell’Oceano. Ti aspetti una roba che ti mozza il fiato. Un posto che non dimentichi più. Usque ad ultimum terrae!
E invece ti trovi un muro di nebbia che a momenti ti nasconde l’acqua che sbatte sugli scogli.

Ma come? Tutto qui? Una roccia che s’arrampica su dal mare correndoti in contro, un faro che non sembra neanche quello dei racconti con Fosco Giachetti e Maurizio Chevalier, una bottega di souvenir che fa anche panini.
Perplesso. Deluso. Poi vai al paese. E ti sembra uno scherzo. Paese? Una manciata di case buttate sulla costa come formine da un bambino capriccioso. Odori. Sporco. Colori sfatti, come per una malattia.
Una spiaggia lontana. Ci vai. In macchina si intende. E già questo la dice lunga. Fino a ieri ti facevi 30 chilometri al giorno, oggi per fare 500 metri prendi il mezzo. La poesia è finita?
La ritrovi lì, su quell’arenile dove tutti –insieme a noi c’è un pulmann di inglesi- sono a caccia di conchiglie. Della concha anzi. LA conchiglia. Quella di saint Jacques, di Sant’Iago (scriviamolo così). Il certificato.

Stessa delusione che avevi provato sul Monte Gozo. Che non si vede nulla. Almeno non te lo spiegano così bene. Noi, visto niente. Solo una periferia uguale a tante altre.


Poi ti fermi. Guardi la concha. Il mare. La sabbia. Il cielo. 
Ecco. Tutto si chiarisce.


Ma che cosa stavi cercando? Quello che vuoi tu? Che ti aspetti? O quello che il Cammino ha in serbo per te? Sei tu al centro o Lui? Sarà mica che le tue delusioni dipendono dall’incapacità di abbandonarti? Fidarti? Lasciarti andare? Basta scendere dal Cammino per un giorno e già ti sei perso tutto? Hai ripreso addosso la corazza del tuo ego? In così poco tempo?
Tiri su, non col naso, l’anima, la respiri dentro il rumore delle onde, dentro i colori delle conchiglie, dentro i disegni della spiaggia.




Riparti. Destinazione Muxia. Ma stavolta sai cosa aspettarti. E quella chiesa protesa verso l’infinito, bruciata da poco ma senza perdere il suo pudore, senza confondere i suoi pensieri, sta. Sta. E basta. Sta. Ferma. Coraggiosa. Non sfida l’oceano, lo culla, lo calma, gli racconta storie, quelle dei pellegrini che sono passati di lì e che ancora verranno.

Perché questa è la vera fine del Cammino, la casa di Dio.







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Undicesima: delusioni e aspettative
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Tredicesima: la croce e il cammino
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martedì 13 maggio 2014

La lezione del cammino (decima tappa): che senso dare al tempo




Già perché c’è anche il tempo sul quale è necessario imparare. E tempo per noi vuol dire tre cose. Chiaro che ne vuol dire molte di più, ma tutte stanno dentro tre scatole:

-       il clima;
-       l’occasione;
-       l’urgenza

Siamo tutti così preoccupati del meteo, vogliamo sempre il sole nelle nostra vita, ma non troppo caldo. Il giusto. Il giusto per me. Quello che piace a me. Abbiamo trasferito anche nel clima la pretesa che tutto sia a nostra misura, a nostro piacere.

E non appena non siamo accontentati, scatta il piano B: la lamentela cronica e organizzata. E il rifiuto di perseguire l’obiettivo originale.
Il cammino se ne frega: ti rotola davanti il clima che gli pare, o se vogliamo essere ottimisti, quello che serve e te per capire e crescere. Nei nostri sette giorni sul cammino, i primi sette giorni spero, abbiamo trovato di tutto ma soprattutto acqua. E ventosa, buferosa, di traverso, addosso, contro. Dentro. Ma non ti fermi. Ti alzi al mattino e vai avanti.
A casa imprechi, in vacanza ti lamenti. È nuvolo? Cambi programma: lo diceva bene mia moglie. Invece della gita programmata torni a letto.
Sul Cammino non puoi. Piove? Chissenefrega! Metto su la cerata,  proteggo lo zaino e parto.
Perché la vita va affrontata così, con coraggio –ti spiega il Cammino- con le sue difficoltà che hai la forza per vincere, per sfidarle. Che poi ti capita che quando arrivi splende il sole.

L’occasione va colta. Tornato a casa con la voglia di farlo tutto questo cammino, di fila, faccio due conti con l’età e le occupazioni: considerato che non posso andare in pensione prima dei settant’anni –e sono ottimista- come faccio a rimandare a quel momento le attività che mi piacerebbe fare –correre una maratona, partire da SJPDP….- dato che allora non so che fisico mi sorreggerà?


Se devo fare l’impresa devo trovare spazio da qui ai prossimi 6 massimo 10 anni.
E parte il rimpianto per non averlo fatto prima. Come chi continua a dirsi: lo devo fare sto cammino. L’anno prossimo. E volarono anni corti come giorni.
Non aspettare a fare quello che vuoi e devi, dice il Cammino, smetti di rimandare, di cercare l’occasione giusta. Lo sai: non arriverà mai. Devi costruirtela, trovartela addosso, nella testa prima che nel calendario. 
Prenditi dei rischi. 
Questo ti urla il cammino: smetti di voler avere il controllo su tutto. 
Fidati. Affidati. 
Prudenza sì, codardia no. Lancia il cuore. Che non vuol dire a tutti i costi fare il Cammino, ma vuol dire fare quello che sogni e che ha senso per la tua vita.

Infinte la velocità del tempo: sul Cammino il tempo scivola, culla, sciaborda come un mare appena mosso sulla tua barca. Non è fiume, è laguna. Ti abbraccia. Non perché stai fermo, perché le tue 6-8 ore al giorno le cammini, sia chiaro, ma perché sei dentro una bolla, protetto non isolato. E senti che ci puoi stare lì, non per tutta la vita, per quella è sopra-vita, uno squarcio dentro il significato che ti viene regalato, proprio anche con una velocità diversa. Ma dalla quale devi imparare: che prima della urgenza viene l’importanza e che l’importanza altro non è se non la riflessione sulle conseguenze. Che cosa succede nel fare o non fare questo? Che cosa perdo? Che cosa guadagno?

Penso ai pellegrini che ci hanno preceduto, quelli senza roba tecnica, wifi, impegni urgenti. Quelli che ci mettevano la vita sul Cammino. E a volte ce la lasciavano trovando ben altra destinazione. E imparo anche da loro.

Prenditi i tempi per camminare e il Cammino saprà regalarti senso in cambio.




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Decima: il tempo

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lunedì 12 maggio 2014

La lezione del Cammino (nona tappa) Alla locanda del Puledro Impennato



Confesso: quando ho visto il cartello Brea ho pensato di trovare la locanda del Puledro Impennato, quella dove Frodo conosce Granpasso che poi è Aragorn. E dove incontra Omorzo Cactaceo, prototipo di tutti gli osti.
E qui devo elevare un peana agli osti incontrati, perché sono i punti fermi del cammino, ti vedono passare e per fortuna non fai come quelli del portiere di notte, che vanno via senza chiedere niente, senza salutare, senza dare il tempo di chiamarli. Qui ti fermi e ti affidi a loro. E sono una oasi nella bufera.
Perché anche il loro è un camminare, ma nella storia, nel tempo che attraverso perpendicolare la strada. Che stanno fermi come gli alberi, come la quercia millenaria che t’accoglie a Triacastela e il cartello ti spiega che prima che il cammino fosse lei c’era, e quindi li ha visi tutti passare di lì.
Così i locandieri, che abbiamo dietro le spalle la solidità di un locale o la traballante allegria di una roulotte, quasi tutti ti stampano addosso un sorriso che vale mille barrette energetiche e ti insegnano che cosa sia l’accoglienza al pellegrino,  quella evangelica, quella dell’albergatore partner del buon samaritano nel salvataggio del viandante seviziato dai briganti, che se uno c’ha messo il first aid e il capitale, l’altro –com’ebbe a scrivere Alvaro del Portillo- c’ha messo la professionalità del care giver, di chi non ti stacca l’attenzione di dosso, di chi ti tira fuori dal dolore.
Così loro.
Prima nomination a Rosa di Aira do Camino, che incontri quando ti scapicolli giù da Alto do Poio, due colli dopo O’ Cebreiro. Ha un radar speciale per l’empatia e la cura: non ti molla, nessuno. Arriviamo da lei in una mattina di pioggia a dirotto, ci viene incontro, ti toglie quasi la mantella di dosso per metteral a scaldare, ad asciugare. E lo fa con tutti quelli che entrano dopo di noi. Ad una signora anziana scosta la sedia e la mette vicino a noi così facciamo conversazione mentre ci arrotoliamo davanti al camino. I quattro caciaroni italiani li piazza un po’ discosti, dopo aver messo a stendere le mantelle ricoperte d’acqua.
Mangiamo due torte: sarà la fatica, sarà l’atmosfera ma sembrano le migliori del mondo.
Quando te ne vai ti saluta stringendoti la mano. Come una nonna (c’ha l’età da nipote però) che ci resta male ma sa che devi andare e che non la scorderai.

Poi Sonia, tutto l’opposto, ma sempre attenta e accurata: diversamente magra, ugualmente affettuosa, decisamente sonora. Sorride anche lei, ma in modo squillante, non chapliniamo, ti offre da bere, ti racconta la gratuità.
Poi un ragazzo che sembra uscito da un telefilm comico: la caricatura del terzomondismo newage, ma è tutto vero, e non fa ridere, fa tenerezza. La sua tenda –in senso letterale- si staglia su un albergue in ristrutturazione. Non vede bevande e torte, le offre e chiede un contributo per il loro lavoro: con mani lievi rimettono apposto pietre e letti per accogliere chi si vuol fermare tre passi prima del Cebreiro.

Ha tre succhi da proporre –Franca invece opta per la torta che giudica eccellente- e sono verde rosso e arancione. Chiedo che cosa contiene il verde: capisco solo che c’è dentro peperone e zucchina e che è molto energetico. Lo provo. Esplosivo. Gusto da amatori, ma che ti lascia un senso da pioniere. Poi provo quello arancione: zumo de naranja corretto con menta e sedano. Fresco come non te lo aspetti.
Ma è lui che vale l’offerta, quel suo sorriso aperto, la speranza stampata in faccia, la voglia di raccontare, la passione. Si merita citazione giornaliera nelle preghiere insieme ai suoi amici.

Chiudo con la nonna galiziana, scolpita nella roccia, che c’accoglie –beh, accoglie: parliamone- dietro il bancone di Carmelo, ristorante del pellegrino sulla cima del Cebreiro. Entriamo, chiediamo se si può mangiare. Ci guarda con memoria storica e occhi sbarrati. Come a dire: mangiare? da noi? ancora? Anche voi? Son più di mille anni che viene qui gente che vuole mangiare! E statevene a casa vostra a mangiare! Che cosa venite a fare qui? Che ci tocca far da mangiare per tutti! Da mille anni!
Come dire: la quinta essenza dell'accoglienza! 
Le arriva in soccorso il figlio che ci fa sedere e ci offre caldo gallego e pollo arrosto. Come dire: un McDonald’s locale.

Però dentro questi gesti leggi la voglia di servire, di darti una spinta. Leggi il rispetto per chi passa, leggi il dolore per chi va e non torna più. Perché questo sanno forte e chiaro questi signori, che tutto scorre veloce, che son locandieri del minuto, che chi vedono non ci si possono affezionare perché l’abbandono e questione di minuti. Eppure non mollano, s’affezionano, si danno da fare. Ci credono.
Son convinto che sia questo l’amore, non s’aspetta che una parola buona. Detta non a quello che ti ha amato, ma ad un altro, uno che non sa di che cosa parli.


E se vuoi saperne di più, perché nella lezione di umanità varia c’è nascosta quella di marketing  sai una occhiata alle 7 lezioni degli albergatori del Cammino e all’approccio di Sonia della Casa Verde, che non te ne penti. Dai retta un cretino come diceva Bisio quando faceva Micio.



Ecco qui tutte le tappe fino ad ora pubblicate

e le tappe in arrivo 

Decima: il tempo sul Cammino
e poi
Ho dimenticato la patente
Cammino e croci
Le delusioni sono passi avanti
Di muscoli feriti e di forze ritrovate

stay tuned!

domenica 11 maggio 2014

Le lezioni del Camino (ottava tappa): altri incontri




Poi incontri, proprio di fianco all’aeroporto, dove l’illusione di  essere già arrivato é pari a quella di realizzare la foto del secolo: nell’alba che squilla un aereo che s’innalza e sotto la sagoma di un pellegrino, zaino e bastone, che cammina, come ad unire passato e futuro, e invece piove, di aerei non se ne vede traccia e pellegrini con zaino e bastone ancora meno, ecco poi incontri proprio lì un altro canadese, secco come il cassintegrato di Muggiò, retired però, pensionato di Halifax –e ti spiega dove si trova come una vecchia maestra di scuola spiegava al milanese Pierino nell’Italia degli anni Sessanta dove fossero Venezia, Firenze e Roma: con pazienza e rassegnazione- che sta al ventottesimo giorno di marcia il che vuol dire che da SJPDP a lì c’ha impiegato 6 giorni in meno della Guida Michelin e 3 in meno di quella ufficiale. Va come un treno. Chiacchieriamo un po’, mi dice che ha amato molto le celebrazioni della Settimana Santa a Leon –ma quanto corre questo?- e che il Cammino l’ha proprio chiamato.  Poi dopo un cinque minuti di ciacole in inglese –il mio non è niente male, fatemelo dire- alla base di una salita mi saluta “Let me attack the hill” dice, e mi semina prima ancora che possa pensare ad una risposta. Mai più visto.

Non c’è un tempo per fare il cammino, quando chiama devi mollare tutto e partire. Come Eliseo mente ara dietro ai buoi. Non è il primo che ci dice questo.
Non è il primo che ci stupisce per il coraggio.

Anche la signora inglese che aveva voglia di parlare, incontrata sulla soglia dell’Hostales a Les Herreiras de Valcarce, da Josanna. Non era più giovane di noi, anzi. Si era presa 76 giorni per il viaggio. Veniva da Siviglia, aveva percorso uno dei vecchi cammini. Sorridente, coraggiosa.
C’è solo una domanda alla quale non trovi risposta: ma che lavoro fanno? che possibilità hanno? Anche qui il Cammino ti suggerisce una domanda per risponderti: che cosa è veramente importante per te? Quanto ti fidi della Provvidenza? Ognuno ha la sua risposta.

Epica fail ad Herreiras. Dopo aver scaricato gli zaini ci sentiamo così in forza da fare due passi, tre son troppi sia per le gambe sia per il borgo: incrociamo due ragazzi stranieri, cercate l’albergue? Chiedo. Forse troppo deciso. Do l’impressione di saperne più di loro. Mi seguono in salita. È chiuso. Devono rifare la strada e cercarne uno più avanti. Per fortuna lo trovano 100 metri dopo. So quanto costi specie a fine giornata fare 10 passi in più. Glieli ho fatti fare io. Lezione: non spacciarti per esperto, neanche per errore, puoi fare danni.

Incontri quindi sul punto più duro della seconda tappa, quando il coraggio sta iniziando a mollare, quando ti siedi sfinito alla fermata dell’autobus, e in cuore speri che quell’autobus arrivi e ti porti via, che davvero si chiama desiderio, quando lo aspetti arrivano invece due ragazzi –rispetto a noi, almeno- italiani, veneziano lui, bolzanina lei, che stanno camminando da Leon, che sono stanchi ma vogliono tirare diritto e che di fatto si tirano dietro anche noi. Facciamo un pezzo di strada insieme, ci scambiamo fatiche e incoraggiamenti, ci raccontano che la tappa seguente la vogliono fare tosta, arrivare diretti fino a O’Cebreiro
senza fermarsi alle sue radici, senza curarsi delle vesciche né dello zaino (dal terzo giorno non lo senti più, hai altro a cui pensare, dice lui. Ed è vero). Poi come sono arrivati, spariscono. Sullo schuss finale, quando ormai sono le ginocchia a portarti insieme alla volontà, e vedi i tetti di Villafranca, lui si ferma per scattare una foto. E restano indietro, risucchiati dal ricordo, non ci prendono più e noi non abbiamo la forza di aspettarli o tornare indietro, solo davanti alla fatica la rabbia di arrivare e sederci, sdraiarci, togliere gli zaini dalle spalle. Chissà che fine hanno fatto…


Ma la vita è così, ti affianchi a qualcuno e cerchi di capirne il perché, quale sia il dono reciproco che dobbiamo farci. Loro a noi hanno donato energia e serenità, chissà che cosa noi abbiamo offerto loro?



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