Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

giovedì 18 febbraio 2016

La solitudine del battitore libero




Alla fine la differenza è tutta qui: da una parte una solitudine incrostata di capricci, dall’altra una gioia impregnata di limiti e abbracciata da altri.
Non c’è terza soluzione.
Perché l’uomo è fatto così: ho scopre che la sua essenza è relazionale, o finisce per essere preda delle sue voglie, che dapprima lo illudono, promettendogli compagnia, per poi abbandonarlo ed irriderlo, lasciandolo prostrato in una solitudine che è disperazione.

Non ci fosse la pratica quotidiana, l’esperienza, la sofferenza di coloro che vediamo intorno noi a confermarcelo, ci sarebbe la letteratura, secoli se non millenni di storia che raccontano questo: che spiegano come la strada che porta ad un’apparente soddisfazione istantanea delle proprie voglie, Non può che condurre al deserto.
Anzi sarebbe divertente scatenare questo gioco tra tutti lettori: elencare proprio tutte le opere di fantasia, o forse potremmo dire anche dei casi di cronaca vera, che raccontano di questa devastazione della persona umana. Comincio io: Anna Karenina.

Ma perché succede questo? È un problema sociologico? È una cattiva società che vuole fare del male a coloro che non vogliono adeguarsi agli schemi precostituiti? È la reazione di reazionari difensori della famiglia che discriminano ed emarginano coloro che vogliono uscire da questa gabbia?

Se volessimo provare a deporre le cecità della ideologia ci renderemo conto, senza fare ricorso ad alcuna religione, che l’uomo non può sussistere se non in relazione con altri.
Lo psicologo francese Maurice Nédoncelle nel suo saggio Réciprocité des consciences spiega in maniera molto secca che l’uomo non può vivere da solo: “aut duo aut nemo”. D’altra parte che l’uomo fosse un animale sociale lo avevano scoperto anche i greci. E se volete togliervi lo sfizio di leggere uno dei più bei saggi sul concetto di amicizia non perdetevi I quattro amori di C.S. Lewis.

Certo, poi coloro che credono nel Dio cristiano scoprono che questo non è che il riverbero di quello che la divinità della quale appunto credono: una relazione. Perché la Trinità è questo una famiglia come ha detto Papa Giovanni Paolo II, non è una solitudine..

Ma questo non aiuta il discorso, e non vogliamo giocare nessuna carta teologica perché inquinerebbe la bellezza della logica e della natura delle cose.

L’uomo è relazione, lo sperimentiamo quotidianamente, la solitudine può andarci bene per un po’ ma poi ci distrugge. Perché questo grande  successo dei social media secondo voi? Se non perché nella dimensione sociale l’uomo trova se stesso?

Ma allora questo cosa vuol dire?

Vuol dire che La mia felicità sta dentro la relazione perché è l’affermazione profondamente vera che io devo limitare il mio egoismo perché soltanto nell’altruismo, cioè non riconoscermi dentro una relazione, quasi nell’annullarmi dentro una relazione, io trovo la vera felicità. E nella gratuita che trovò la felicità. E nella donazione che trovò la felicità. Toh, sarà mica che alla fine trovo la felicità nella sottomissione? Nello stare sotto, affondamento, nell’accoglienza.  Sarà mica che trovo la mia felicità nel cucinare per i miei cari come lavorare per loro? Nello svegliarmi presto al mattino per portare i figli alla partita di calcio di pallavolo?  Nello stare sveglio quando stanno male?  Nelle gare cioè me stesso i miei desideri per mettermi a disposizione degli altri e fare il loro bene? Perché coloro che la fine affermano che devo lasciare tutto per farsi la loro vita, perché hanno diritto alla loro vita,  alla fine non sono esattamente il più brillante spot della felicità.

I miei diritti sono dunque i diritti della relazione. Sono i diritti della coppia, sono i diritti della famiglia, sono diritti di chi sta insieme.  Non i miei.
Se io sono la misura di ogni cosa i diritti sono soltanto centrati sui miei capricci e il loro confine, sta nella frizione che inevitabilmente si viene a creare con i diritti degli altri. La mia libertà finisce dove comincia la tua: una delle più grandi menzogne manipolatori e che siano mai state pronunciate. Comincia qui la fine della realtà per iniziare la frottola del compromesso.

È proprioqui si vengono a scontrare le due “bestie”  che vivono dentro l’uomo:  vi ricordate i due cavalli di Platone? Che se volete sono la spiegazione della natura ferita del peccato originale così come ce la spiega in maniera impeccabile San Paolo. Ma di nuovo restiamo dentro il territorio della ragione, senza farci aiutare dalla religione.

Ognuno di noi sperimenta  una frattura, tra le proprie buone intenzioni i propri comportamenti: banalmente lo vediamo anche nel tentativo di applicare una dieta, nello sforzo per seguire un programma di allenamento fisico.

Quando questa tensione, quando la caduta nel lato oscuro della forza mette a repentaglio ben più che i semplici elementi banali della nostra personale esistenza, come può essere la nostra forma fisica ad’esempio, allora scende in campo lo Stato che ha il dovere di curare…..  già, ma che cosa il dovere di curare lo Stato?
Perché vedendo quello che capita oggi, quali sono le leggi che cerca di imporci, sembrerebbe che anche lo Stato ha perso di vista il suo compito che dovrebbe essere quello di tutelare il bene pubblico, anzi: . Che sappiamo non essere la somma algebrica dei beni dei singoli, ma qualcosa di più grande:  qualcosa che riguarda la società nella sua interezza.  E prima di tutti il futuro della società.

Già perché questa è la ragione ad esempio del matrimonio,  come spiegano splendidamente
Sherif Girgis
, Ryan T. Anderson, Robert P. George nel loro libro che proprio si intitola Che cosa è il matrimonio (ed. Vita e Pensiero).
Per quale ragione uno Stato dovrebbe occuparsi della relazione tra due persone se questa non avesse influenza sullo Stato stesso e sul futuro della società?  Perché non regolamenta l’amicizia?  Perché non regolamenta lo spirito di squadra?  Perché non interviene Nelle relazioni tra i soci di una bocciofila? O tra coloro che condividono un appartamento per risparmiare sulle spese?  Perché interviene solo laddove all’interno della relazione si esercita la  sessualità?  Non sarà mica perché alla sessualità è intrinsecamente connessa la generazione di una nuova vita?

Lascio queste domande come stimolo alla vostra riflessione per tornare al punto che abbiamo appena sollevato:  che cosa sia il diritto perché e da dove nascano i diritti.

Ci siamo detti che sperimentiamo questa dualità tra desiderio e azione, va bene male, tra cavallo alato bianco e stallone nero che trascina verso il basso.

Ecco lo scopo del diritto così com’è stato pensato in tutti secoli fin dai padri del diritto:  gli antichi romani.  Limitare l’egoismo del singolo e difendere i più deboli. Anticipo subito le critiche possibili che sono giustificate dal fatto che nella storia molti sono stati deboli esclusi dal diritto. Ma non perché il diritto fosse sbagliato,  ma semplicemente perché il concetto di persona, cioè di essere vivente che fosse sufficientemente degno per poter vedersi riconoscere i diritti del diritto, era limitato in funzione di decisioni politiche e di credenze filosofiche.  Gli schiavi non erano esclusi perché non ritenuti deboli, ma perché non ritenuti persone.

Ma oggi il diritto non si pone più questo obiettivo: a partire dal divorzio in poi, il primo momento in cui il legislatore ha rinunciato ad applicare assicurazione per difendere il più debole e per limitare l’egoismo personale, il diritto oggi sancisce soltanto la legittimità di un capriccio, della volontà del singolo, del desiderio contro la realtà delle cose.

A guardarle bene sono tutte leggi ad personam: Nel senso che ormai non ci sicura più del bene della società, O anche solo del bene della persona nella sua dimensione relazionale. Ci si occupa soltanto del desiderio egoistico del singolo di avere, di essere, di possedere, di rendere i propri capricci realtà concreta.

Altro compito per i lettori: Elencare tutte le leggi emanate dal nostro Parlamento dal 1976 in poi che si configurano non come difesa del debole e come limitazione dell’egoismo ma come esaltazione del capriccio del singolo.  Vediamo che ne tira fuori di più.


Veniamo alla conclusione: se ciò che prevale è soltanto la spinta all’individualismo sfrenato, alla soddisfazione di ogni desiderio perché ogni desiderio è un diritto –nessuno ha mai provato a motivare in senso razionale perché ci debba essere un diritto ad avere un figlio perché allora non ci debba essere in diritto ad avere un marito/moglie o anche solo più prosaicamente ad un compagno;  perché non ci dev’essere un diritto a poter correre una maratona vuole essere assunto dall’azienda che desidero nel ruolo che voglio io- allora Se la società che stiamo costruendo parte da questo terreno, È inevitabile che si finisca in una società disperata e sola, Magari forse anche apparentemente sazia, come diceva il cardinal Biffi, ma sciaguratamente disperata nella sua solitudine.

domenica 14 febbraio 2016

Dieci domande ai costruttori di ponti




Ci fu una stagione in cui andava di moda porre le fatidiche 10 domande per capire il pensiero del destinatario, in realtà era un modo per aggredire, per un modo per condannare, neanche per giudicare. 

Perché giudicare vuol dire cercare di comprendere i fatti ed esprimere un parere sulle azioni secondo una misura che mi dice quali siano giuste quali sbagliate, quali per il bene e quali per il male.

No, lì si voleva proprio condannare, le domande erano retoriche più che altro. Erano domande solo nella forma: in realtà erano dito puntato contro.

Anticipo questo perché anch’io vorrei porre le mie 10 domande, e vorrei porle non con questa modalità accusatoria ma con lo stile di colui che a mio parere ha inventato effettivamente, e dopo questa parola il suo senso pregnante, il ragionamento condiviso: Socrate e la sua arte maieutica.


Perché le domande a questo dovrebbero servire: aiutare il ragionamento, condurlo, imbrigliare la non in una gabbia che stringa e soffochi, ma dentro le linee guida della logica, per proteggerlo dalla manipolazione, dalla distorsione, per tutti quegli artifici retorici che vogliono svilire il pensiero, spremere solo un’emotività impazzita, privare della ricchezza della ragionamento. Insomma quella modalità distorta e maliziosa che la rete ha schematizzato, come sempre succede, con una battuta bruciante acida, probabilmente cinica, ma anche molto efficace: #eimarò?

Le mie 10 domande vogliono guidare il pensiero e stabilire una base di confronto con coloro che sembrano interessati a lanciare ponti a tutti tranne che a coloro che sono scesi in piazza con il Family Day.  

A coloro che nel farlo si proclamano fermamente cattolici, alcuni di loro sono anche sacerdoti –e magari anche sacerdoti giornalisti- e mentre predicano la carità, anzi la sua versione politicamente corretta: la tolleranza, paiono essere –e sottolineo nuovamente l’importanza della scelta delle parole: paiono essere non vuol dire sono- totalmente disinteressati a mostrare una vicinanza, non dico addirittura fratellanza, a coloro che ritengono, talvolta anche giudicano essere,  i nuovi farisei.

Alloro in prima battuta rivolgo queste domande perché mi aiutino a comprendere, perché si aiutino a capire, perché si possa partire da un oggetto messo sul tavolo e non dà sensazioni e perché, a tutti è stato rivolto un invito, E non solo a coloro che si rifanno a una qualsiasi religione,  di rendere conto della propria speranza, di rendere cioè conto di ciò in cui credono.

1.     Secondo voi la fede cristiana parte ed è strettamente connessa con la realtà, con la natura, con la vera essenza delle cose, e quindi è una interpretazione più profonda di quelle che sono le verità del mondo, oppure è una sovrastruttura che va contro la natura dell’uomo imponendogli delle restrizioni, dei vincoli, che sono contrari alla sua natura vera? In altre parole: la fede cristiana è un aiuto sostanziale all’uomo per comprendere chi è e per raggiungere con più facilità la propria felicità, dando a questa parola il vero senso, oppure è una creazione umana che vuole privilegiare alcune interpretazione della realtà contro ciò che la vera felicità dell’uomo?

2.     Che cos’è il matrimonio –è una alleanza, cioè qualcosa che muta la natura dei contraenti,  oppure è un contratto, cioè un accordo che vincola le persone secondo un diritto- e qual è il suo scopo? Per quale ragione secondo la Chiesa il matrimonio deve essere un legame che dura per sempre?

3.     Qual è il compito del diritto:  proteggere il debole e limitare l’egoismo umano, oppure applicare le volontà della maggioranza?

4.     Esistono un bene e un male che precede le decisioni dell’uomo e alle quale l’uomo deve fare riferimento riconoscendole oppure tutto è opinabile e quindi contano soltanto le decisioni della maggioranza in un particolare contesto dello spazio del tempo?

5.     Che cosa sono i diritti? Da dove scaturiscono?

6.     Esiste un diritto ad avere dei figli?  Su quali basi rispondete a questa domanda?

7.     La pratica dell’utero in affitto è una pratica disumana in sé o semplicemente una forma contrattuale che deve essere normalità secondo una giurisdizione?

8.     Secondo le indicazioni della Chiesa, dalle sue origini oggi, l’unione sessuale tra un uomo una donna deve essere aperto alla vita oppure può,  approfittando delle novità della tecnologia e della meccanica,  negare questa possibilità in modo automatico?

9.     L’inclinazione sessuale verso persone del proprio sesso è una scelta libera,  una malattia, un orientamento lecito,  un disordine, la conseguenza della struttura genetica e quindi una possibile natura della persona o una alternativa culturale?

10. Il sesso di una persona influenza la sua psiche, I suoi comportamenti, il suo modo di essere oppure non ha alcuna influenza sulla vita della persona?


Ecco.
Con molta semplicità.
Senza nessuna malizia.
Senza voler pilotare in maniera scorretta il pensiero.
Senza imporre già la risposta attraverso una manipolazione retorica.
Con lo scopo di ragionare insieme.
Con lo scopo di mettere sul tappeto dei fatti per guardare insieme e cercare di tirare fuori quel filo che lega tutti perché ci permette di comprendere che cosa nella vita di ognuno, e nella natura delle cose è nascosto.
Per trovare la nostra felicità.


A voi le risposte.

sabato 13 febbraio 2016

L'amarezza per il furto della "natura"





C’è un profondo senso di amarezza, Di frustrazione ed amarezza. Non tale evidentemente da superare l’euforia per ciò che è accaduto sabato, e per aver incontrato è toccato con mano la passione di tante persone semplici, come tutti noi siamo ovviamente, con tutti loro limiti e le loro bellezze.

E non è neanche a causa dell’acredine, della rabbia folle si chi si vede messo all’angolo e contrattacca con un vigore che palesa soltanto il terrore di vedere sconfitta la propria volontà di potenza, senza rendersi conto che questo livore, completamente paranoico e di un’aggressività senza paragoni, invece che attirare simpatie non fa che allontanare le persone che rimangono disgustate dall’accanimento violento e volgare con il quale si attacca coloro che vogliono solo far presente loro punto di vista.

No.

L’amarezza nasce dal constatare che c’hanno tolto il linguaggio, che diventa difficile anche parlare con le persone più ragionevoli, quelle con i quali ponti si snodano senza problema, perché si parte da una base di rispetto reciproco, d’accordo magari annacquato da una passione viscerale che ci sta, e come se ci sta, ma mai negato, mai messo in discussione.
Diventa difficile parlare perché le parole hanno un significato diverso, perché il punto di partenza è tragicamente separato da un abisso che è difficile da colmare ormai, ma che dobbiamo in qualche modo superare se vogliamo ritrovare un punto di ragionevolezza che mette insieme le persone di buona volontà, a prescindere dalla loro fede, della loro appartenenza politica, dalla loro filosofia.

Prendi la parola natura ad esempio. Cerchi di spiegare che c’è una natura delle cose e ti rispondono che in natura ci sono anche le malattie e che allora dovremmo accettarle senza cercare di combatterle, E come ti permetti di parlare di natura se poi schiacci le zanzare.
E non capiscono che natura è un’altra cosa.
Quello di cui parli tu semmai è la biosfera, semmai è Gea,  l’unico organismo che hanno cercato di rifilarci come essere vivente, Per il mantenimento del quale è possibile uccidere i germi che lo mettono a repentaglio, come ad esempio gli uomini, e seguendo questo criterio c’hanno spacciato che la sovrappopolazione va combattuta eliminando fisicamente i nascituri.
Quelle di cui parli tu è l’oggetto di studio delle scienze naturali, che soltanto un derivato della natura come la intendo io.

La natura è il senso della vita il senso delle cose loro libretto di istruzioni il loro significato, la loro piena essenza.
Le leggi di natura sono dunque le regole che governano il funzionamento delle cose, sono i loro libretto di istruzioni, quello che conduce alla vera felicità. Se non le conosci ti fai male. È leggi di natura ad esempio la legge di gravità, puoi fingere di essere un “fisico adulto” e quindi ignorarla perché ti sembra Italia, vecchia, non adatta questo mondo fluido. Però ti ci scontri, anzi, per essere più precisi e un po’ macabri, ti ci sfracelli contro.

La natura di cui parlo io e l’essenza delle cose e conoscere questa natura è un modo per conoscere lo scopo, il funzionamento, la felicità delle cose punto e delle persone ovviamente perché ho usato il termine cose in senso filosofico non in senso di oggetti.

Puoi intervenire per migliorare la natura, ma prolungandola in qualche modo, non negandola, non cambiandole disegno e di segno. Prendi una chitarra: puoi farlo diventare elettrica, È una variazione rispetto all’originale. Ma sempre per suonarla. Non puoi prendere una chitarra e farà diventare una mazza, una pala, una racchetta.

Si ovvio certo che puoi, ma le stai facendo un uso distorto, un uso profondamente sbagliato, un uso malvagio.

Questa roba qui ce l’abbiamo dentro, la capiamo, anzi meglio live tu vogliamo: perché altrimenti ci sarebbe questo movimento di massa così energico e diffuso contro quelli che vengono chiamati organismi geneticamente modificati?

Per quale ragione sentiamo una certa repulsione verso la pratica di modificare degli organismi per farne qualcosa che non erano l’origine?

Perché percepiamo immediatamente, lo sappiamo per esperienza, che ogni modifica, ogni manipolazione di ciò che è natura produce delle conseguenze catastrofiche alcune delle quali possono essere immediate, altre a lungo termine.

E ce la prendiamo con il taglio dei boschi, ci schieriamo contro l’urbanizzazione selvaggia, contro la costruzione di abitazioni ai bordi dei fiumi, perché contro la natura non si può nulla. Stolti che non impariamo dalle cose che abbiamo sotto gli occhi!

Ma questo non basta, perché ci vediamo per vivere un’altra grande contraddizione: non ci rendiamo conto che noi diventiamo ciò che facciamo: l’azione si ripercuote sul soggetto e non solo sull’oggetto. Noi diventiamo quello che facciamo. Se io rubo divento ladro, se io mento divento bugiardo. E ognuno di noi sperimenta sulla propria pelle, perché è inutile negarlo lo abbiamo sperimentato di sicuro, che più facciamo una cosa più ci viene facile farla, e questo vale sia per le cose positive, sia per quelle negative. Aristotele, un filosofo greco non certo un santo un filosofo cristiano, le chiamava virtù. Ce lo siamo dimenticati. Ci siamo dimenticati che se ci sono virtù ci sono anche vizi. Il vizio vuol dire avere l’abitudine a fare cose negative, a crogiolarcisi dentro, ad esserne felici. A rotolarci con un maiale nel fango.

Ci stanno rubando le parole, stanno svuotando del significato, apprendo dalla rete che il rispetto si dà solo coloro che lo meritano. E pensare che io, sciocco, pensavo che rispetto fosse dovuto a chiunque per il solo fatto che si trattasse di una persona umana: fosse implicito nella sua dignità di persona.

Perché la fiducia la do a chi se la merita, mi metto nelle mani di chi se le merita; la stima la do a chi se la merita, dove valore alle competenze vuoi comportamenti di una persona che se lo merita. Ma il rispetto lo devo a tutti per natura.

Perché se dovessero meritassero le persone rispetto, a chi toccherebbe decidere se le persone se lo meritano oppure no?
Se il rispetto si deve meritare, il razzismo trova la sua breccia per arrivare nei cuori.
Perché coloro che dicono che rispetto uno solo devi meritare mi stanno permettendo, e questo è paradosso  caricaturale e provocatorio, Di detestare coloro che non la pensano come me, di detestare coloro che sono di una razza diversa, di detestare coloro che vengono da paesi diversi dal mio perché il rispetto non se lo sono ancora meritato, perché la loro cultura la trovo aberrante, perché lo stato di pulizia è inqualificabile, perché la loro ignoranza e abissale.


Ora il rispetto eh un attributo dovuto ad ogni persona, o altrimenti siamo tutti in guerra l’unico gli altri e lo possiamo fare perché mi siamo autorizzati.

A questo punto siamo arrivati a perdere le categorie di base a perdere le categorie del significato.


Ma c’è di più, un ultimo punto su cui vorrei soffermarmi prima di superare  la vostra pazienza:  questo folle desiderio della perfezione totale. Che si esprime nell’accusare coloro che non sono santi e immacolati di non poter difendere delle posizioni solo perché lottano quotidianamente per aderire ed essere degni dei propri valori.

C’è un totale incapacità capacità di comprendere che l’uomo non è perfetto, che si sforza di vivere secondo i valori, ma che non è automaticamente capace di farlo e lotta quotidianamente contro i propri limiti.
Poiché ormai alcuni ritengono che il comportamento fa la legge non capiscono più lo sforzo di ricerca di adeguare la propria vita i valori.  Infatti si ritiene che ogni cosa che io faccio sia giusta e che io affermi connessa la mia identità,  per cui affermare di voler difendere la famiglia tradizionale al contempo commettere degli errori, più o meno lievi o più o meno gravi, viene vista come una palese incoerenza quando invece è soltanto la fatica dell’obbedienza giornaliera ai propri valori.

Viviamo nell’assurdità in cui ognuno è libero, ma è inchiodato alla sua libertà, e deve per forza comportarsi secondo lo schema con il quale gli altri lo immaginano. In realtà sono libero di essere ingabbiato.

Per queste persone lo sforzo non esiste più perché pretendono sovrapposizione totale tra pensiero e azione tra chi sono e che cosa faccio tra cosa vorrei essere e come agisco. L’uomo è perfetto così com’è, e  questo convincimento nega la possibilità di crescita, nega il miglioramento, nega soprattutto la debolezza che è tipica dell’uomo.

Noi invece abbiamo ben chiaro qual è il concetto di debolezza e come ognuno di noi commette errori, non voglio chiamarli peccati per non farmi inscatolare nel mondo della religione, perché questo discorso vale per la persona in se non solo per la persona credente.

Noi conosciamo la fatica della vita di tutti i giorni, conosciamo la fatica di essere coerenti, conosciamo le infinite cadute che ci prostrano ma non ci piegan, non ci spezzano, non ci annichiliscono,  non ci tolgono la dignità.

Poiché questi altri odiano l’errore, odiano sporcarsi le mani con le mancanze, Sono costretti a negare che si possa sbagliare e perciò ogni cosa che fanno la traducono in legge, la traducono in un diritto. Ma ci sono diritti che non sono nient’altro che dei capricci.

Per questo sabato eravamo in tanti. Quanti? Il numero è irrilevante, come ha scritto un mio carissimo amico Alan Patarga, eravamo in numero sufficiente per essere autorevoli.

E per ognuno di noi, a casa ce n’erano altri 10 che avrebbero voluto essere lì e che sostenevano le medesime idee.


Incominciamo imparare a raccontare a tutti riappropriandoci del senso delle parole.

mercoledì 27 gennaio 2016

Claudio Gnoffo storie di Angela





Un nome tre personaggi. Questa l’idea che plasma la prima avventura letteraria di Claudio Gnoffo, scrittore palermitano con tanta voglia di successo. Non un successo però svincolato da un significato, dalla voglia di trasmettere un valore. Tre storie, un solo nome, ed un nome anche impegnativo: Angela. Un nome che è un programma quindi. Un libro affascinante, presentato in questo video, che ci guida alla scoperta di un modo diverso Di affrontare la vita. Facciamoci guidare da Claudio per comprendere meglio che cosa ha voluto raccontarci.

a)    Da dove nasce l'idea del tuo romanzo?
Mi ha sempre affascinato il tema degli alter ego, delle molteplici identità, e delle storie diverse che s’intrecciano sullo stesso piano. Inoltre, m’intrigava la possibilità di mostrare come uno scrittore possa proiettarsi nella propria creatura, quello che fa Angela, la protagonista. Diciamo che mi sono sentito un po’ come quei prestigiatori che svelano un paio di trucchetti del mestiere. E ne ho approfittato per raccontare un grande dramma interiore, la tragedia personale della protagonista, che può essere la stessa di mia figlia, mia sorella, la mia migliore amica, la mia compagna di banco. Spero che i lettori si rendano conto di questo: Angela può essere la persona che abbiamo accanto e non vediamo.

b)    Qual è il filo che lega le tre storie?
Il filo principale è proprio lei, la protagonista, il cui nome si rincorre durante le tre parti: “Angel S.”, “Angela Radcliffe”, “Angela Giannini”. Più il tema della persecuzione e della fuga, del lotta contro il male che corrompe il mondo, rappresentato in modi diversi a seconda della parte del romanzo.

c)     Angela, come mai questo nome?
Tutto è nato dalla protagonista della seconda parte, “Angela Radcliffe”. Volevo un nome femminile italiano accanto a un cognome anglofono, ma che ci stesse bene, che fosse eufonico. Familiare, comune persino, ma che suonasse speciale allo stesso tempo. “Angela Racliffe” mi è parso una bella unione di contrasti: italiano e straniero, nostrano ed esterofilo, quotidiano e inconsueto. Un nome da eroina, ma anche da vicina di casa. Ho pensato che questo nome rendesse bene, rimanesse impresso, e da qui ho dovuto scegliere varianti di “Angela” per gli altri due protagonisti.



d)    Che compito pensi abbia la letteratura oggi?
Credo lo stesso di sempre, cioè raccontare a noi di noi stessi. In fondo lo scrittore è un mediatore, di qualunque genere letterario si occupi. Tolkien, ad esempio, ha descritto in modo mirabile la lotta tra bene e male che c’è sempre dentro ognuno di noi, e lo ha fatto in un modo narrativo così bello che è rimasto impresso a milioni di persone. Quanti sarebbe riusciti a rendere chiara l’idea di tentazione a milioni di persone come ha fatto lui? E così anche Tolstoj, Dostoevskij. Rendono chiaro e “commestibile” a tutti qualcosa che, magari, un po’ tutti viviamo e pensiamo, ma che non ci è ben chiaro. Al di là dei classici, faccio un esempio un po’ più banale: Dan Brown. Lui ha sdoganato l’idea che la Chiesa Cattolica sia un’associazione a delinquere che cela verità scomode. Lo si pensava già da tempo, ma lui lo ha reso in modo talmente visivo e chiaro che oggi nella mente questo concetto ci è noto e familiare, più che mai. Dan Brown ha svelato, a noi, un nostro tetro pensiero riguardo la Chiesa, qualcosa con cui i cattolici, io per primo, si sono dovuti confrontare, in quel 2006-2007 in cui il romanzo sfondò. Io, per reazione, creai un romanzo dal titolo “L’Ultimo Giullare di Dio” di cui spero, un giorno, di raccontarti. Un altro esempio è ciò che ha fatto la Rowling col concetto di adolescente che, attraverso prove pesanti, trova il proprio eroismo nel realizzare la propria vita: il romanzo di formazione c’era già da secoli, ma lei gli ha dato una consapevolezza nuova e più potente. La letteratura, il mondo della narrazione tutta, ha questo potere, grazie alle emozioni che suscita: la parabola del figliol prodigo, proprio per le emozioni che suscita e per l’immedesimazione, è più potente di quanto un qualsiasi trattato di pedagogia sarà mai. Io spero di aver reso esplicito, chiaro e “commestibile” quanto il mondo della fantasia possa essere un rifugio per chi si porta dentro sofferenze grandi, e come dietro a un potere creativo possano celarsi dolori nascosti. E forse questo potere della letteratura è necessario oggi più che mai, perché viviamo in tempi confusi e rabbiosi. Del resto, lo vedi anche nel modo in cui i media manipolano le informazioni: l’arte di saper raccontare conferisce grande potere.


e)      Nel mondo del web c'è ancora voglia di leggere? perché?
Io credo di sì, sia perché questo bisogno c’è sempre stato, sia perché, oggi molto più che in passato, si sente un bisogno di alienarsi, di andare a rifugiarsi (e arroccarsi) in un mondo altro, diverso, anche se per pochi minuti. Conosco molte persone che per sfuggire alla tristezza di una vita pesante corrono ad abbracciare Harry Potter e Doctor Who che, dentro di loro, sono amici che danno senso alle loro sofferenze. La prova è nel trionfo che oggi vivono i nerd: i cosplay, le serie tv, i videogiochi, i film tratti dai romanzi… oggi più che mai si sente il bisogno straziante di ritagliarsi un mondo fantastico dentro il nostro mondo reale, e la lettura è e rimarrà sempre il medium privilegiato per questo. Il problema è che oggi la lettura è relegata a un àmbito molto veloce, rapido, saettante. Io, da scrittore, non nego che ho problemi a far mio questo ritmo, per farmi conoscere.

f)      Come pensi di promuovere il tuo libro in rete?
Eh… bella domanda. Magari avessi una risposta sola! La parola-chiave è sempre quella, “passa parola”. Come realizzare tale passa-parola… ci sono diversi modi. Intanto, mi sono creato un’identità sul web, attraverso “State of Mind”, la mia pagina che è sia su Facebook (bellissima la pagina State of Mind ndr) che su Twitter, Tumblr e Instagram. Uso le diramazioni di questa pagina in modi diversi, a seconda del social: uso facebook per mettervi tutto ciò che mi passa per la testa, tra cui un blog di recente creazione, di cui ho scritto le prime due note; uso Twitter per interagire con altri scrittori e varie realtà letterarie; Tumblr per i disegni artistici, e Instagram per le foto che mi ritraggono in momenti “letterari” e in attimi più leggeri. Tutte cose che ho imparato man mano, con la pratica: fino allo scorso settembre, ero ignorante di tutto ciò. Ovviamente, in tutti questi social, parlo del mio romanzo e dei piccoli grandi successi che (con mia sorpresa, non lo nascondo) sta avendo. Questo romanzo è solo una parte di un universo narrativo molto più vasto che, col tempo, spero di far conoscere nella sua interezza: ne fa parte anche quel “L’Ultimo Giullare di Dio” cui accennavo prima. Interagisco molto coi lettori e anche con coloro che, pur non avendo letto il romanzo, seguono con interesse la pagina: apprezzano le mie iniziative, specialmente i selfie detti “facce da Gnoffo”. In verità pochi se ne fanno, ho constatato una certa timidezza, ma piacciono a tutti e sono una delle cose più visualizzate della pagina. Spero a poco a poco, col tempo, di far crescere questo passaparola, mentre, sul piano della “realtà concreta” per dire così, curo il rapporto coi miei lettori e la distribuzione: oltre a varie presentazioni sto approntando la reperibilità nelle librerie, così che la gente possa andare a una Mondadori o a una Feltrinelli e ordinare il mio libro. Un sacco di lettori me lo hanno chiesto e ciò mi ha fatto incredibilmente piacere. Pochissimi invece hanno acquistato ebook… il cartaceo rimane insuperato. L’odore, la familiarità, il senso di possesso… ho compreso che nulla lo può sostituire.

E chi è Claudio Gnoffo?

Nato a Palermo il 21 gennaio 1987, ho sempre avvertito in me fortissima la passione per la narrazione, in ogni forma. Sono laureato con un Master di II Livello in Neuroscienze e Alta Formazione Docente di Lingua Straniera, lavoro come ghostwriter e scrivo per diverse testate online tra cui “Il Bandolo” e “LaLaPa”, per il quale ho realizzato diverse vignette. Ho diversi romanzi nel cassetto, di cui mi decido a pubblicare, nel settembre 2015, “Le Straordinarie Vite di Angela”, che si è piazzato finalista, tra 2500 opere, nel concorso “Il Mio Esordio 2015” del sito ilmiolibro.it
Mentre continuo il mio lavoro come ghostwriter, cerco di farmi conoscere sempre più come Autore, tanto di romanzi quanto di poesie e vignette.

Ps. Amo moltissimo i gatti e le lasagne, e sono veramente timido.

lunedì 18 gennaio 2016

L’illusione della perfezione



Già perché sarebbe bello essere perfetti. E non sbagliare mai. Siccome questo piace, ma non è possibile, allora si crea la perfezione artificiale, che è peggio di una droga. Perché non sfinisce solo il fisico, ma sgualcisce la psiche, e attapira l’anima, la spegne, la dissolve.
Essere perfetti vuol dire non dover mai chiedere scusa, vuol dire non dover mai rinunciare ai propri sogni perché sono perfettamente giusti.
Da dove nasce questa tendenza che abbiamo tutti dentro? Dalla necessità di sentirci innocenti? Perché in fin dei conti a tutti piace essere giusti. Sentirsi in pace. E se rimuoviamo dalla nostra vita colui che la pace può dare, resta solo un tormento, l’atroce voce dentro di noi che rode, che si muove e urla febbrile come un personaggio di Dostoevskij. Siamo tutti Raskolnikov. Solo che non ci piace. Non vogliamo.
E quando anche riusciamo a zittire la coscienza, schiacciandola come Pinocchio fece con il Grillo Parlante, ma si alza alta la voce di chi ci ricorda gli errori, allora sono questi nemici che vanno dissolti e distrutti.
Noi cerchiamo l’approvazione e la sappiamo dentro l’innocenza, la giustizia, il sapersi giusto agli occhi di tutti. La cerchiamo anche in rete, dai, è così… diciamocelo, io me lo dico per primo… voglio l’applauso, il like, il commento positivo, che quando qualcuno si oppone è reato di lesa maestà, ti aspetti che qualcuno dei tuoi fedeli –ah, no scusa, followers- prenda le tue parti. (Diceva Al Pacino Satana ne L’avvocato del diavolo “la vanità è decisamente il mio peccato preferito”).
Ma dentro, dentro che questo senso di abbraccio che cerchiamo, e siccome abbiamo scacciato il perdono, perché abbiamo esiliato Chi ce lo può dare, allora abbiamo bisogno di eliminare la colpa.
Se per sentirmi, e farmi approvare da altri come perfetto, devo lottare e fare fatica, tanta fatica, e se sperimento da solo l’impossibilità di arrivare alla perfezione, e se non riesco a trovare chi mi rialzi dopo le cadute chi mi attenda, chi mi capisca, guardi dentro di me condividendo quella fragilità che urla, che divora, allora non mi resta che rimuovo lo sforzo, negarlo. E per farlo devo cambio metro, cancellare questo metro che mi misura, mostrandomi l’errore, mettendo il luce le mie imperfezioni.
Divento metro a me stesso. E mi assolvo.
La tragedia però consiste nel fatto che negare la verità non la cambia, la realtà anche se oscurata non svanisce e rimane come pietra di inciampo. Contro la quale prima o poi si sbatte. E allora se non hai le protezioni, ti fai male, tanto male.
Che proprio coloro che ti stavano a fianco, come predoni che cacciano insieme e che quando uno di loro viene ferito si gettano su di lui per sbranarlo, sono coloro che ti calpestano, ti annientano. Infatti tutte le volte che qualcuno infrange il sogno, che mostra come la perfezione sia chimera, sia semmai traguardo e non possesso, allora è necessario, si impone, devi farlo per sopravvivere, devi spegnerlo, schiacciarlo, distruggerlo per mostrare come sia un errore di produzione, uno scarto, non uno di noi.
Il branco ti si rivolta contro per restare nell’illusione, come ne La grande magia tutto rimane sospeso per negare al protagonista il dolore del tradimento. Il branco vuole restare dentro la scatola per credere a quello che vuole, e quindi non può che buttare fuori chi, in modo palese, mostri la sua fragilità.
E qui si mostra tutta la differenza tra una vita cristiana che proprio incontro a questo escluso va, non per buttarlo fuori, ma per abbracciarlo e riportarlo –ferito come la pecora smarrita, come il figliuol prodigo- a casa, per rialzarlo, e una ideologia del volere che rigetta chiunque sveli l’inganno per rimanerne prigioniera felice.
A che cosa può condurre il disperato bisogno di amore quando non cerca il suo fine vero, ma si perde nel dilatarsi del suo io, a negarlo per ammantarsi di falsità, quasi che fossero tiare e diademi, per dare retta alle proprie voglie!

Che tutti abbiamo dentro questa voglia di sentirci amati per quello che siamo, e non c’è bisogno di fingersi perfetti –fisico impeccabile, sorriso smagliante, vestito a pennello, auto che romba, compagno senza pieghe, figli senza preoccupazioni e senza difetti fisici comperati a misura- per essere voluti bene. Basta accettare l’amore da chi lo può dare senza limiti.

Quale responsabilità abbiamo noi per farlo percepire anche a chi sembra essere completamente sordo e autistico in questa sua ricerca che dirige sulle cose invece che nella coscienza!

Quale impegno per essere quella voce che mostra l’innocenza anche quand’è nascosta nel letame, e la sa tirare fuori, parlando chiaro e con affetto!




II
Questa è una provocazione. Lo dico subito. Per evitare che qualcuno poi salti su e mi minacci. Perché poi avrei paura io. E allora te lo dico prima.  Che sto provocando. Chiamando fuori il pensiero. Grattando l’anima con la carte vetrata per vedere che effetto fa.  Spingendomi oltre le colonne di Ercole.
Ti ho incuriosito eh? Tecniche di bassa retorica…
Non ce la meritiamo più la democrazia, non fa per noi. È un errore storico.
È una forma sottile e subdola di dittatura.
Ecco la bomba.
Abbasso la democrazia.
Perché quando la inventarino i greci avevano un prerequisito che era così fondativo e ineludibile da non essere neanche citato. Se respiri mica lo ricordi ad ogni passo. Che devi respirare. Inspiri ed espiri. Punto.
Così la democrazia.
Ha bisogno dell’etica, della verità. Del fondamento.
Già, ma che cosa è l’etica? È la verità sul bene e sul male. Sul significato della vita. E ti allena a pratica virtù che, in campo sociale, suonano così: c’è un bene della comunità che è più grande del mio interesse di individuo.
Ed è il punto chiave. Perché la democrazia non può fare a meno di questo. Possiamo dissentire su come raggiungere il bene della polis, ma non abbiamo il minimo dubbio che quello prevalga sul mio egoismo. Sono pronto ad affrontare tutto, anche la sconfitta, anche la morte, perché la comunità viene prima.
Concetto che poi è stato elevato dal cristianesimo ad un valore più alto, dato che la comunità diventa il corpo mistico di Cristo. E non posso salvarmi senza tenere in conto la pratica di virtù che sono per definizione sociali: se quello che resta alla fine di tutto è la carità, è evidente che il cristiano non può salvarsi nel suo cubicolo in isolamento totale –non solo fisico, ma anche spirituale che la clausura non è annichilimento delle relazioni, anzi amplificazione per altri canali- e quindi non può che essere un animale sociale.

Oggi siamo passati dal bene comune al voglio personale.

Ciò che conta sono i miei diritti, quali che siano. Perché io non SONO, io VOGLIO. Che poi è il nome del demonio. Mentre Dio si presenta a Mosé spiegando l’essenza “io sono colui che è” il diavolo si racconta attraverso la volontà, il volere, e il non volere, non voler servire, quindi amare. Chissà se gli fischiano le orecchie a Nietzsche?

Oggi noi vogliamo. Per noi. Per i nostri obiettivi. Siamo così implosi in noi che cancelliamo ciò che dovrebbe durare per sempre, ma che vediamo come un peso (il matrimonio) e pretendiamo invece duri in eterno ciò che ci interessa, a noi come vantaggio personale, come il contratto di lavoro. A prescindere.
Vogliamo un figlio. Non lo vogliamo.
Tutto qui

E quindi ce ne freghiamo del bene comune.
Votiamo e decidiamo per riempire la pancia.
Abbiamo stravolto i principi essenziali della democrazia, che è un servizio alla comunità.
Ma dove la comunità non esiste, al massimo finisce per essere community, che è tutt’altro dato che è ispirata a vantaggi condivisi che non vuol dire comuni, la democrazia si dissolve.

Non ce la meritiamo la democrazia. L’abbiamo illusa e tradita.
Che quale dovrebbe essere il luogo nel quale insegni i principi che la mantengono viva? No, non in televisione.
Il luogo è la communio personarum ossia la famiglia come la definiva Giovanni Paolo II, dove ci si ama a prescindere e si insegna, perche la si pratica, la carità reciproca che è fatta di sacrificio voluto, con il sorriso alle labbra, perché si vuole  il bene degli altri.
E cos’è che stanno distruggendo proprio in questa sua radice?
Bravi! La famiglia!
Sostituendola con un fantoccio che si arroga il medesimo nome, ma con finalità diverse. Diventa coabitazione di egoismi, convivenza a termine finché ne traggo un vantaggio personale. Che quando finisce pazienza, o anzi no, se finisce ti uccido perché non sopporto il peso, che è una forma folle, diabolica, disumana di egoismo confuso con amore.

È un caso secondo voi?

lunedì 11 gennaio 2016

Il peggior insulto


Il web è come la Forza: è potente e ha un lato oscuro.
Che scatena il peggio che è in noi. Anche il meglio, a dire la verità, ma qui lo lascerei un attimo da parte. Il meglio. Per mostrare una differenza che, me ne rendo conto, è difficile da capire ed è legata molto ad una caratteristica della verità che è difficile da digerire, anche da coloro che la professano. O ci provano.
Prendi una di quelle schermaglie che, a volte, diventano aspre e acide, presto scivolano oltre il confronto per diventare insulto, offesa, violenza e si spera solo verbale.
Quante volte il nostro direttore è stato sommerso da ingiurie di questo tenore!
Tra tutte quella che viene riservata per ultima, in un crescendo di violenza, e quindi immaginata come una tremenda minaccia, la peggiore che si possa riservare per il peggiore nemico, quello per cui non hai nessuna pietà, solo rancore, solo odio, di quello grasso, unto, rabbioso, è “che tu possa avere figli omosessuali!”.
E qui si spalanca un mondo. Quello della verità.
Perché si dimostra il nostro errore, non essere stati capaci di mostrare la differenza, quella che appunto, dicevo, qualifica in modo inequivocabile la nostra fede, nostra non nel senso che la sappiamo vivere e comunicare, ma che è quella nella quale abbiamo deposto la nostra speranza e la nostra debolezza.
Che si palesa nell’amore.
Basterebbe questo per dimostrare che è vera perché se la religione fosse la proiezione del proprio desiderio, mai credo sarebbe stato disegnato un Dio che ti schiaccia sotto il peso dell’amore per i nemici, che ti umilia invitandoti a porgere la guancia, che spazza via ogni tuo desiderio di vendetta ricambiandoti con pari moneta minacciandoti di giudicarti proprio con quel medesimo metro. Un Dio che non scende a combattere con te contro i miscredenti, che non spezza ossa a chi ti minaccia, a chi lo deride, ma anzi li abbraccia e li va a cercare.
Non è una corona ferrea a cingergli il capo, ma una di spine, la cintura è di sofferenze, non esplosiva per divorare i cattivi. Quelli che per me sono cattivo ovviamente.
Ecco, questo Dio qui, questo Cristo qui, m’ha insegnato che se anche avessi un figlio omosessuale –o assassino, o ladro, o tangentaro, o pedofilo, o convivente, o corruttore, o spergiuro o… peccatore in qualsiasi modo gli passi per la testa- io non dovrei proprio smettere di amarlo, fino all’ultimo, ed essere suo servo e pregare per lui.
Che l’amore non passa attraverso la perfezione, concetto difficile da capire per una società che cerca solo la perfezione, che si crea delle regole perché ogni comportamento sia perfetto, e quando si accorge che l’imperfezione esiste allora la scaccia lontano da sé accusandola di ogni dolore che produce, soprattutto quello di additare –tutto dice “più in là”- all’esistenza della sofferenze e della colpa e quindi alla necessità della redenzione e dell’amore, e schiacciandola nel fango: così si comporta verso i deboli di ogni sorta, dai vecchi ai malati ai portatori di handicap, ai colpevoli che, bollati per sempre, non trovano più spazio in una società che sembra affermare “sei libero di fare quello che vuoi, perché proprio ciò che io aborro hai fatto?”.
Io amo a prescindere, amo la persona, che sia peccatore o down, celiaco o furioso, perché è una creatura divina, che merita come me tutto il sangue di Cristo. Perché è un’anima. Se poi non riesco ad amarla così, non è per colpa sua, ma mia.
Quindi questa minaccia si sfarina, scoppia come bolla di sapone nel vento, sotto il cielo terso.
Certo che preferirei un figlio che crede in ciò che credo io, che è diverso da dire gay o assassino o ladro o divorziato o quello che volete voi, chi non lo vorrebbe? Ma sappiamo bene che è come è che io devo amarlo questo figlio, e pregare per lui, e implorare come Santa Monica per Sant’Agostino, ma senza mai mai smettere di accogliere.
Perché amare non è apprezzare la perfezione e rigettare la difficoltà. E non  è neppure dire sempre di sì. Quella è voglia di audience, desiderio di quorum, speranza di comperare con la concessione –vizio, si chiama vizio, si dice viziare!- l’affetto di mio figlio.
O di un amico. O di un fidanzato.
No.
Amare è approvare come sei, e aiutarti a capire dove sbagli, indicarti la via senza mai imporre, senza mai smettere per un solo secondo di amare. Volere bene significa volere il bene, per questo impone che prima si capisca che cosa è il bene per te, e poi ti aiuti, mettendomi al tuo fianco , a proportelo.
E non mi venite a dire che amore non è desiderare che tu cambi o provarci a cambiarti, perché questo sarebbe buonismo. Intanto tra coniugi c’è una cosa che si  chiama finalità unitiva o del mutuo aiuto, aiuto alla santificazione e quindi al miglioramento. Poi verso i figli c’è l’educazione, che è guidarli alla santità, e poi basta prendere il famoso episodio dei discepoli di Emmaus per vedere come Gesù, lungi dal piegarsi ad un buonismo che gli farebbe abbracciare i due discepoli così come sono –delusi fuggitivi- li guida, camminando vicino a loro, e sgridandoli, a vedere la verità tutta intera.

Questo bisogna far capire loro, che quell’insulto non è affatto tale, è une condizione come un’altra che un genitore accetta nel momento in cui si fida a diventare madre o padre.
E questo è una grossa responsabilità, farla capire vivendo, che tocca ad ognuno di noi.