Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.

Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.

La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.

Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?

Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.

giovedì 7 maggio 2015

Il falso mito del lavoro senza doveri




apparso su LaCroce quotidiano di martedì 5 maggio

Manca il lavoro, lo dicevamo la scorsa settimana. Manca il lavoro o la voglia di farlo?
Tutti e due probabilmente e come i personaggi di una fiaba, o di una tragedia alla Giulietta e Romeo, i due sono destinati a inseguirsi senza mai trovarsi.
Qualche giorno dopo lo scivolone sugli stagisti di Expo, ecco un bellissimo pezzo di Luca Tobagi, uscito sul CorSera domenica 26 aprile, sullo smarrito senso del lavoro.
Fa notare il giornalista milanese come si sia perso il gusto del lavoro ben fatto, del lavoro portato a termine con passione. Insomma del lavoro alla Peguy, quello descritto nel acutissimo brano intitolato “LA SEDIA”:

“Un tempo gli operai non erano servi.
Lavoravano.
Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore.
La gamba di una sedia doveva essere ben fatta.
Era naturale, era inteso. Era un primato.
Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in
modo proporzionale al salario.
Non doveva essere ben fatta per il padrone,
né per gli intenditori, né per i clienti del padrone.
Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura”.

E questa passione era percepita, era il ponte che collegava committente ed esecutore, che stabiliva una relazione dentro la quale si creava un mistero, il senso del lavoro spianava la strada alla creazione.

Era un lavoro che aveva ben altro destinatario, come illustra questa breve e intensa riflessione di San Josemarìa Escrivà de Balaguer: “Mi piaceva salire su una delle torri della Cattedrale di Burgos, per far contemplare da vicino a quei ragazzi la selva di guglie, un autentico ricamo di pietra, frutto di un lavoro paziente, faticoso. In quelle conversazioni facevo notare che tutta quella meraviglia non era visibile dal basso. E, per materializzare ciò che tanto spesso avevo loro spiegato, commentavo: questo è il lavoro di Dio, l’opera di Dio!: portare a termine il lavoro professionale con perfezione, in bellezza, con la grazia di questi delicati merletti di pietra”.

Il lavoro ha questo senso: contribuire alla creazione mentre mi aiuta a migliorarmi nel compierlo. Perché io divento quello che faccio e nel fare bene, con passione, il mio lavoro, miglioro me stesso per dare gloria a Dio.

È questo senso del lavoro che Tobagi vorrebbe vedere oggi, un lavoro dove si crei realmente una relazione basata sull’apprezzamento reciproco, costruita a partire dall’esecuzione impeccabile e appassionata del compito assegnato: “Come clienti, può capitarci di rimanere delusi da un prodotto acquistato o da un servizio ricevuto. Tale delusione di solito non nasce solo perché si è pagato un prezzo: spesso riguarda il mancato soddisfacimento di un’aspettativa ed è tanto più acuta quanto più percepiamo la distanza o il disinteresse di chi sta «dall’altra parte». L’esecuzione meccanica di un compito può non bastare.”.

Perché questo non è più possibile? Dove s’è guastato il senso? Dove si è persa questa dimensione verticale? Chi ha ucciso questo ponte che, attraverso un lavoro ben fatto, genera relazioni costruttive?

Il lavoro è virtù e come ogni virtù, sciaguratamente, trascina con sé due vizi: uno per eccesso ed uno per difetto.
Il vizio per eccesso ha dominato gli anni Ottanta e dintorni: i workaholic, lavorotossici, che non potevano vivere se non per lavorare, lo avevano eletto a scopo della vita, a fine ultimo. Il resto era solo contorno, un fastidioso intervallo tra una giornata lavorativa e l’altra.
Li hanno eliminati le aziende stesse, dopo l’ubriacatura iniziale. Se all’inizio sembravano eccellenti questi stakanovisti urbani, le corporation si sono presto rese conto che figure del genere spaccano la squadra, distruggono il tessuto aziendale, deprimono i colleghi e finiscono per essere un peso.
Poi oggi sarebbero comunque in minoranza, nel mondo del “tutto è tuo diritto”.

Oggi è l’epoca del lavoratore stanco, infastidito. Quelli che la vita è fuori perché posso fare quello che voglio e ho diritto a tutto, ho diritto a soddisfare il mio istinto, a disobbedire, che poi non è disobbedire ma dare retta a me stesso a quello che voglio.
Oggi è l’epoca di chi ha confuso il diritto al lavoro con il diritto a non fare fatica, a fare ciò che voglio, quando voglio.
Chiaro che non è generalizzato, chiaro che ci sono molti –giovani ed adulti- che hanno ben altro modo di affrontare il lavoro e la vita. Ma è altrettanto evidente che ci sia questa interpretazione distorta del lavoro, che deriva pari pari dai falsi miti, quelli che appunto pretendono che tu ti debba sentire libero di fare quello che vuoi.
E a lavorare si fa fatica.
Perché la fatica, la sofferenza, è implicita se vuoi raggiungere la felicità e il senso. E se vuoi migliorare su questa strada.
“Tutto e subito” non fa parte della vita, è la strada verso la morte della felicità, quella che si basa sul senso vero della tua esistenza. “Tutto e subito” conduce alla negazione di ogni cosa che venga vista come un ostacolo a soddisfare i propri desideri: che si tratti di un lavoro da fare, di Expo, delle Sentinelle in Piedi.

Questa società dei diritti, in cui la pubblicità mal pensata soffia sul fuoco acceso dai maitre à penser dell’istinto, distrugge anche il senso del lavoro come migliore occasione della persona di essere migliore, di impegnare se stessa in un’opera che è sempre d’arte, che io pulisca la strada o diriga una orchestra o svolga un intervento a cuore aperto. La nobiltà sta nell’impegno messo, nella passione, nell’intenzione oltre che ovviamente nella cura, ma le due cose vanno di pari passo. Non regaleresti mai un mazzo di fiori appassiti o una scatola di cioccolatini scaduti. Così se il lavoro è mezzo per dare gloria, non puoi non farlo al meglio di te stesso e con attenzione alle persone.
È questo il mondo che Luca Tobagi rimpiange. E sottolinea un ulteriore fattore di decadenza: se da un lato c’è sufficienza nel fare, quasi che ciò che conti sia togliersi di mezzo lo sforzo al più presto, dall’altro manca sempre la dimensione del ringraziamento, dell’apprezzamento.
Il lavoro altrui è disprezzato: non se ne capisce il valore. Tutti sono convinti di poter fare tutto meglio degli altri. E quindi ciò che viene fatto è sempre scadente, sempre sottovalutato.

L’unico lavoro importante è il mio, il tuo… beh lo potrei fare meglio se solo avessi tempo di fare anche queste banalità: “Apprezzare il merito degli altri è un passaggio cruciale. Riconoscere che un lavoro ben svolto abbia un valore in sé richiede la capacità e la volontà di farlo”.
Certo, se io sono convinto, come i falsi miti mi insegnano, di essere il centro della vita, di essere l’unico importante, di essere chi ha diritto a tutti, lo svilimento del lavoro altrui è immediata conseguenza.


Tiriamo le somme, perché non è di aspetti tecnici che stiamo parlando, ma di felicità, di senso della vita, di relazioni umane: anche nel lavoro i falsi miti producono disperazione e degradazione, svilimento, impoverimento, prosciugamento.  È veramente questo che vogliamo per noi e i nostri figli?

sabato 2 maggio 2015

Bamboccioni! Anzi no: schiavi delle multinazionali!






Schizofrenia.
Sindrome dissociativa.
Con isteria.
Non so quanto consapevole. Da un certo punto di vista spero non lo sia.
Spero sia inconsapevole. Spero sia frutto di totale obnubilamento.
Perché vivere così è difficile, vivere nella menzogna. Vivere in totale disconnessione con le realtà. Vivere imprigionati in una galleria degli specchi, tutti deformi, che ti fanno vedere solo quello che vuoi vedere, che la tua mente proietta, che distorce il vero.
Lo so è un mio pallino, lo so: sono come un martello per cui tutto è chiodi, chiodi da ribattere, chiodi da picchiare dentro ad un muro..
Forse sono anche io malato: monomaniaco.
Oppure sono Cassandra. Costretto a vedere senza essere capito.
C’è che vedo: vedo questo meccanismo con cui i falsi miti vengono a galla, vengono assorbiti per osmosi, vengono stesi come una vernice, come pellicola che soffoca, che spegne la ragione.
Un continuo assedio alla logica.
Prendi questa vicenda, marginale magari, ma molto istruttiva –e a me interessa questo: spiegare i meccanismi per difendersi, per  svelare gli inganni, perché abbiamo bisogno di bambini che gridino “il re è nudo”, che ci riportino alla realtà, che smontino le costruzioni demoniache per rifarci vedere le stelle, per risvegliare il de-siderio come spiega  Nembrini- prendi questa vicenda dei bamboccioni di Expo e capisci come sia possibile intessere una serie impressionante di menzogne e trucchi e mistificazioni in due notizie e l’effetto che fa.
Prendi questa perché in apparenza è lontana da ciò che ci sta più a cuore. E invece no, perché se nella banalità, se nella leggerezza si distorce, allora tutti siamo in pericolo constante.
Ne discende che abbiamo proprio bisogno di capire i meccanismi con cui i media lavorano, ci serve per difenderci e aiutare gli altri a comprendere.
Seguitemi che ne vale la pena.
Dunque: su un “prestigioso quotidiano nazionale” (si dice così no?) esce una paginata sul tema “i giovani ed Expo”, seguita da equivalente articolo on-line con grande risalto. Obiettivo: sostenere la tesi che questi giovani sono choosie (quanto disprezzo in questa parola eh?) e fannulloni.
Il che in sé può avere un certo senso, che basta guardarsi in giro per capire che questo non è un problema da trascurare, ma da prendere seriamente in conto.
Quindi varrebbe la pena cercarne la radice. Eh, ma non si fa, perché è la medesima dei falsi miti: è la voglia di avere tutti, il diritto di avere tutto senza fare nulla. E questo non lo si può dire che verrebbe giù lo scenario di cartapesta costruito per far credere che libertà non sia fare la verità, ma fare quello che ho voglia: si scrive “segui il tuo cuore” e si legge “segui i tuoi ormoni, quali che siano”.
Quindi non è ben chiaro che cosa ci guadagnino a voler denigrare una generazione facendole fare la figura degli invertebrati. Ma il tono dell’articolo è questo fin dal titolo, che metto tra virgolette per staccarlo dal mio testo, ma che non assicuro sia letterale, diciamo che il senso è questo: “80% dei giovani rifiutano lavori da 1300-1700 € perché si lavora anche nei festivi”.
Monta l’onda: questi giovani bambocciosi, imbambagiti, derisi e catalogati, condannati senza ricercare né cause né attenuanti, reagiscono.
Ne viene fuori un quadro diverso, dove la figuraccia la fanno, nell’ordine, il giornalista e l’agenzia che intendeva reclutare i giovani.

Perché intanto pare che
a) le cifre citate siano lorde,
b) che quelli che hanno rifiutato in massa,  per ragioni le più disparate non ultimo che sono stati avvisati poche ore prima dell’articolo e hanno trovato altro nel frattempo, sono quelli che vengono definiti stagisti (stagisti? Ed Expo? Ma non dovrebbe essere un passaggio per imparare un mestiere? E qui quale mestiere impari? Quello dello schiavo?) per i quali era previsto un rimborso spese (lordo?) di 500 € mese,
c) che l’agenzia non l’abbia raccontata proprio così o proprio giusta.

Ora, o abiti dentro Expo o quei 500 € quasi quasi non ti bastano neanche per i trasporti (biglietto giornaliero 4,50 €, nessuna convenzione con l’agenzia: fa 135 € per 30 giorni di lavoro, poi c’è il vitto, l’alloggio per chi non abita a Milano e molti dei selezionati vengono da altre regioni dice l’articolo…).

Questo non è un lavoro sottopagato, questo è un hobby abbastanza costoso.

I giovani reagiscono con orgoglio e razionalità: dati alla mano. Infatti ecco il dietrofront: l’agenzia pubblica goccia a goccia i dati e il quotidiano in questione una serie di interviste e contro-articoli che demoliscono la tesi del primo pezzo.
Ma, attenzione, senza mai metterlo in discussione  o scusarsi. Mai. Così, come se la notiziona fuffa l’avesse data un altro periodico.

Che cosa c’è da imparare qui?
Beh intanto che della stampa non ci si può davvero più fidare: o scegli le firme di giornalisti che conosci –oltre a quelli che scrivono qui, ne ho in mente una trentina di persone dal carattere specchiato e dall’onestà conclamata, onestà intellettuale innanzitutto- oppure tutto va messo in discussione, perché qui le fonti non le cerca più nessuno. Quasi più nessuno, absit iniuria verbis, alza più il culo dalla sedia.
Ti nascondi dietro al fatto che ti è arrivata così la notizia, sì ma che cosa ci stai a fare tu? Tutti editorialisti?

Non sarà che quello che i media hanno in mente non è trasmettere notizie ma sostenere una ideologia?
Lo si vede quotidianamente sui temi che questo quotidiano discute con passione, come vengono trattati da altre testate manipolando i fatti, aggettivando con malizia, virgolettando i loro pensieri per attribuirli ad altri con cattiveria, rifiutando sistematicamente la correzione.
Pensi: ma questa è guerra, non è corretto, non è etico, ma per lo meno lo posso comprendere.
Ma sulla vicenda citata? Guerra con chi?

No, il punto è che ormai scatta solo la visione ideologica: questi giovani sono smidollati, non se ne salva uno, guarda qua, non vogliono più lavorare! E giù botte senza neanche provare a informarsi. È la costante manipolazione del reale, deformato dallo schermo della propria ideologia tutto deve conformarsi a questo.
Chessò, fanno un servizio su un istituto pubblico non statale perché ha ottenuto un prestigioso risultato sportivo? Ti trovi il cronista che indaga per sapere quanto ha speso o intrallazzato la scuola per arrivare al quel successo, e che per forza sei una scuola di ricchi e che con i soldi che hai speso sai quante scuole povere e democratiche rimettevi in sesto? Invece avrebbe potuto intervistare allenatori e studenti e genitori per tirarne fuori una di quelle belle storie all’americana dove lo sport aiuta a superare tutto.
Tutto è ideologia e tutto deve essere incastrato dentro ad uno schema precostituito.

Ma non basta: altra lezione. La notizia è effimera, i lettori sono imbecilli che non ricordano. Ho preso un colossale abbaglio, non sento il diritto di scusarmi, di dare una spiegazione. No, basta che rigiro la notizia: prima la tesi era che i giovani di oggi non vogliono fare più fatica (e quindi magari abbiamo bisogno di navigli di immigrati che li facciano) e invece adesso al centro ci sono questi poveri ragazzi che vorrebbero tanto lavorare ma che sono sfruttati, colpa del Jobs act, colpa delle imprese capitaliste cattive a caccia di mandopera schiavizzata.
Rigiri la notizia, cambi focus e il gioco è fatto.
Oppure tutto è opinabile, non esiste realtà: basta mettere “a confronto” opinioni diverse, due voci –che poi non sono mai equilibrate, basta cambiare il carattere, dosare i titoli e sai bene da che parte far pendere la bilancia- che sostengano tesi diverse e tutto è giusto, corretto. Davvero? Non c’è più una verità? Immaginiamo un dibattito tra chi sostiene che 2+2=4 e chi invece dice che 2+2=3 e lasciamo scegliere al lettore?

Ma è così? lettori così imbecilli che non se ne accorgono?

Terzo elemento: l’inconsistenza culturale. Parlavo di schizofrenia. Dissociazione. Sostenere una tesi ideologica senza esaurirla. Senza cercarne le fonti. Vuoi stigmatizzare il fannullismo dei giovani? Può starci dicevo, è un fenomeno vero, crescente, doloroso. Si ricollega davvero ad una visione distorta dell’educazione. Sono frequenti i casi ormai di aziende che segnalano un fatto che ha dell’incredibile: il candidato si presenta al colloquio accompagnato da almeno un genitore che vuole avere voce in capitolo!
Il senso del lavoro è stato smarrito: non è un più percepito come una attività significativa della mia vita che mi permette di sviluppare qualità umane mentre con serietà contribuisco alla costruzione della società, ma è diventato quel doloroso tunnel nel quale devo transitare per poter vivere la mia vita che è fuori da lì.
Bene, e allora non ti chiedi perché si è arrivati qui? Non cerchi di indagare sulla demolizione della educazione che i falsi miti rilanciano? Non provi a capire come la distruzione delle figure genitoriali, del ruolo del padre e della madre, sono la causa prima?
No!
Per te conta solo l’ideologia, la notizia. Non ti fai neanche più domande. Non cerchi di capire, non cerchi di trovare il perché, non vuoi farlo. Troppa fatica e poi magari si rischia di dare ragione a chi indica la verità, a chi combatte questi falsi miti.


E una società che abbia perso il gusto della domanda è una società sazia e impazzita destinata all’estinzione in tempi brevi.

lunedì 27 aprile 2015

L’amore senza inganno




apparso su LaCroce Quotidiano del 21 e 22 aprile 2015

C’entra sempre l’amore, è tutto qui. C’entra l’amore come strada per vincere la morte. Ma di quale amore parliamo?
No, non è che ho sbagliato e ho copia-incollato l’inizio dell’articolo della scorsa settimana. È che ci ho pensato a lungo, grazie anche ai commenti che mi sono arrivati da amici e meno amici.
E da (dis-) e –avventure varie capitate in rete, sui social media in questi giorni.
Tutto ruota intorno a questo, intorno alla comprensione di che cosa sia l’amore e che cosa comporti. E di come si faccia ad amare, innanzitutto se stessi. Questo però non deve essere il centro, ma il motore. E la cosa è molto diversa: ama il prossimo tuo COME te stesso e non, come mi ha fatto notare una cara amica per mostrarmi dove si è arrivati oggi, ama il prossimo tuo DOPO te stesso.  Un DOPO che non arriva mai, di solito.
Perché è sempre dall’amore che nascono i falsi miti, i quali, anche quando non sono manipolati da persone senza scrupoli che distruggono coscienze e vite per i loro interessi economici, politici e di potere -sempre ideologici comunque- sono lo specchio più o meno inconsapevole di un egoismo profondo che cerca l’amore che non conosce.
Perché senza amore non si vive.
Everybody need somebody to love…. E soprattutto di essere amato da qualcuno.
Dicevo già la scorsa settimana che chiunque, anche nella più profonda perversione egoistica, ha il desiderio profondo di essere dalla parte della ragione: nessuno vuole sbagliare, nel senso di fare male o addirittura di fare IL male.
Per questo si vogliono elevare i capricci a possibilità, libera scelta, addirittura unico bene. Perché anche se la società consente ogni esercizio della propria libertà, se questo non viene “amato” cioè riconosciuto appunto come un bene, inquina il cuore. Noi cerchiamo approvazione. Non vogliamo essere esclusi.
Il coniuge traditore ricerca giustificazioni, anzi di più: non gli/le basta la comprensione, che è sempre comunque illuminata dalla pietà, vuole l’approvazione che esalta invece di compatire. “Hai fatto bene, era la cosa migliore da fare” vuol sentirsi dire per affogare i sensi di colpa che invece stanno sempre alla superficie.
Lo studente che bulleggia il compagno vuole l’approvazione, derubrica –complice la famiglia- a scherzo la violenza, perché la satira è sempre ammessa: siamo tutti charlie, vero?
I violenti volgari bolognesi che mettono in scena una blasfema parodia, non si scusano: hanno agito bene loro,  hanno reagito all’inquinamento della Chiesa, quindi semmai la colpa è di quest’ultima, non loro.

Leggo sui social “se Dio esiste e ha creato tanti gay significa che sono sue creature naturali e che devono fare l'amore come due etero”.
Questa frase contiene un numero impressionate di errori, a partire dal fatto che nell’originale Dio era scritto con la minuscola. Confonde la creazione con la libertà dell’uomo, la natura con i comportamenti. Potremmo argomentare allora così: “se Dio esiste e ha creato tanti assassini, significa che sono sue creature naturali e che possono sparare a chi vogliono”.
O peggio così “se Dio esiste, e ha creato tanti carnivori, significa che sono sue creature naturali e che devono mangiare come vogliono”.
O ancora: “se Dio esiste, e ha creato tanti cacciatori, significa che sono sue creature naturali, e che devono ammazzare tutti gli animali, di qualunque specie, come piace a loro”.
Non mi interessa proseguire su questa linea ma sottolineare il senso che ci leggo dentro, tra le righe: il bisogno di sentirsi naturali, di sentirsi amati, di sentirsi approvati.
Ora l’amore, chi crede in Cristo, non lo negherà mai nessuno a nessuno. Non dico che sia facile, non dico che sia alla portata di tutti, ma per lo meno una cosa noi che ci riteniamo credenti abbiamo chiaro in modo inequivocabile: saremo giudicati sull’amore, e ogni mancanza d’amore verso chiunque -verso ogni peccatore quindi, perché tutti lo siamo- ci verrà addebitata come responsabilità grave.
Saremo giudicati secondo come giudicheremo.
Per cui se non sappiamo amare anche la peggiore persona al mondo, chi ci ha fatto più male, ce ne verrà chiesto conto. Mica facile, ma è così.
Nel mentre però ci viene chiesto, proprio perché non siamo noi a dover giudicare, di non manipolare neppure il… codice giuridico, che è stato stabilito da Dio.  Non possiamo fare leggi a nostro uso e consumo.

Dobbiamo fare la verità nella carità.

Che cosa ha a che fare tutto questo con i falsi miti di progresso?

Per spiegarlo metto sul tavolo un ulteriore elemento: la misericordia e l’anno santo che le è intitolato che inizierà a dicembre.
Sì, un anno santo che è Grazia, perché abbiamo tutti bisogno di una misericordia infinita, e il compito di noi credenti, in questo ospedale da campo, oggi, qui, adesso, ad ogni persona che incontriamo, sta proprio nel ricordare questo, che Dio ama il peccatore.
Non quindi “ricordati che devi morire” o “pentiti e credi al Vangelo”, ma oggi è il tempo di “Dio ti ama e ti perdona ogni cosa”.
E qui casca l’asino; e qui si fa difficile per noi. Perché Gesù ci ricorda che c’è un solo peccato che non verrà mai perdonato: "Qualunque peccato o bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata" (Matteo 12,31). Sarà mica proprio quell’atteggiamento che fa pensare all’uomo di non avere colpa alcuna? Di non avere bisogno di Dio? Di potersi dare il perdono da sé? Di non essere bisognoso di misericordia perché non esiste l’oggetto necessario? Di voler essere amato da Dio come giusto? Un po’ come quei giudei –che avevano creduto in Lui!- che si ritenevano liberi per definizione, per eredità: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?» (Giovanni 8,33).
Ecco il falso mito: voglio che tu mi ami perché io sono quello buono, non ho colpa, la colpa –hai un demonio!- ce l’hai tu che insisti nel dire che sbaglio.
E qui si svela un altro effetto collaterale devastante dei falsi miti: si può amare solo il giusto; chi sbaglia non va amato, va disprezzato, va distrutto.
Fateci caso: le categorie che vengono sostenute dai profeti dei falsi miti sono tutte idealizzate, non c’è macchia in loro. Non riescono ad affermare che al loro interno ci sono ladri ed assassini, colpevoli e approfittatori. Non possono! Perché vorrebbe dire ritornare al piano della responsabilità individuale e del confronto con la verità. E questo distruggerebbe il falso mito.
Questi profeti di una falsa libertà possono amare solo i perfetti, i puri, chi è nel peccato è da togliere dalla faccia della terra. Sono figli dei farisei dei tempi di Cristo: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?” E lo cacciarono fuori (Giovanni 9,34).
Non capiscono come si possa distinguere l’errore dall’errante, proprio perché non sanno amare: non riescono ad ammettere che ci siano persone che amano la persona anche se detestano il suo errore.
Esula dai loro schemi, dalle loro categorie di ragionamento.
Come si fa a condurre alla misericordia chi, sulla branda dell’ospedale da campo, rifiuta il medico perché pretende di non avere ferite?
Mi faccio aiutare a cercare il bandolo da un inaspettato suggeritore, Roberto Vecchioni, che alle sue canzoni ha affidato una saggezza più profonda di quanto non possa sembrare al primo ascolto.
Tre sono le canzoni che prendo a prestito per gettare luce sulla vicenda, sempre che poi io riesca a cogliere il riflesso –ma qui cado in piedi perché conto sull’aiuto dei lettori!- e tirare fuori un piano d’azione utile.

La prima è L’estraneo (infiniti ritorni) che disvela come divellere questa resistenza ideologica: in una sera di Gerusalemme il primo incontro con Dio produce fastidio, irritazione:

“Ho visto un Dio che mi veniva incontro
e ho provato tutto per scappare,
ma lui insisteva: "Dài, fatti salvare,
ho tanto amore, amore, amore...". 

Dio insiste, con tale coraggio da sembrare folle in questa volontà di salvare tutti:

“E in un cortile di Gerusalemme
che aveva scelto lui da chissà quanto
mi abbracciò e baciò e stava delirando,
e aver capito tutto in un istante
fu come morir le morti tutte quante
e non volere essere più niente, niente, niente...” .

E’ la morte che dà senso alla vita, come dicevamo tempo fa.  Ma il processo di conversione, di abbandono dell’io, non è lineare, non è semplice. Si torna indietro perché lasciare la zavorra dei propri piaceri è difficile, è come un elastico fissato alla schiena:  ti lascia crede di esserti liberato dalla gabbia e poi ti tira di nuovo a sé con un abbraccio ancora più violento.
Così incontri di nuovo Dio in treno e di nuovo lui vuole aiutarti, e parte dalla realtà a raccontarti il mondo, ma tu non ci stai, vuoi vivere la vita come ti pare:

“Lasciami
questo sogno disperato
di esser uomo,
lasciami
quest'orgoglio smisurato
di esser solo un uomo:
perdonami, Signore,
ma io scendo qua,
alla stazione di Zima. 

Con te, Signore
è tutto così grande,
così spaventosamente grande,
che non è mio, non fa per me” 

Questo è il punto chiave: la misericordia si effonde su tutti, ma resta solo su coloro che la accolgono. E per accoglierla bisogna sentirsi peccatori, o anche solo desiderosi di una vita “spaventosamente grande”. Finché te ne vuoi stare chiuso dentro alla tua piccolezza –o meschinità?- finché resti alla stazione di Zima, il perdono non potrà abbracciarti, perché Dio non può salvarti senza di te, senza il tuo consenso.
Questo è il mondo di oggi. Il mondo che rifiuta Dio perché non vuole sentirsi per nulla in colpa, il mondo in cui nessuno vuole essere colpevole e quindi abroga la legge e distorce la natura.
E come fai a dialogare con gente così? Come è possibile un dialogo con chi ha già deciso che tu sbagli perché hai una verità, perché la verità non esiste, anzi tutti ne hanno una, tutti sono charlie, tutti tranne tu che ritieni di avere una verità vera, perché allora dai fastidio, allora sei intollerante? Vale la pena dialogare con questa gente? O non è un dare loro un palcoscenico per confondere i semplici? Stiamo aiutando il demonio illudendoci di dialogare?
Eh sì, è vero: sono intollerante, come ha scritto in poche righe da premio Pulitzer, da premio Benedetto XVI ancora meglio, don Fabio Bartoli qui sabato scorso.
Sono intollerante perché amo e non voglio dare ragione solo per una falsa cortesia, per dimostrare -soprattutto a me stesso e quelli della mia parte- che ti sopporto (perché questo vuol dire tollerare, implica una dimensione superiore, una spocchia appena celata, una sufficienza annoiata). Invece io voglio capire che cosa sei e in che cosa credi, per amarti come sei, e proprio perché ti amo raccontarti la verità, mostrarti la piaga, aiutarti a curarla.
Come fai ad amarli questi qui che ti sputano in faccia appena indichi la piaga? Che ti danno del pazzo perché dici di vederla, toccarla quell’ulcera, di conoscerne le conseguenze?
Come si ama in un ospedale da campo?
Ecco come risponde Vecchioni, tre versi da tre canzoni:

Pazienza, ci vuole pazienza e attesa del momento giusto

“E il mio vecchio che sa la verità
guarda il tramonto dalla collina:
da qualche punto lontano
suo figlio tornerà.”

Ma non basta: bisogna andare incontro con questa pazienza

“Guardami,
io so amare soltanto
come un uomo:
guardami,
a malapena ti sento,
e tu sai dove sono...
ti aspetto qui, Signore,
quando ti va, alla stazione di Zima.”

Certo ci vuole un cuore che aspetti, che Lo aspetti, e allora per prepararlo questo cuore bisogna saper amare in molti modi

“Forse non lo sai ma pure questo è amore”  canta il professore in Stranamore.
E se vai a vedere bene in tutti (beh quasi tutti diciamo) i quadretti di questa delicata canzone del 1978 l’amore è gratuità, è donazione, è coraggio, è qualche cosa di più grande di me, che va oltre l’egoismo, ben oltre: che si tratti di avere a cuore un ideale o una persona, una figlia o un coniuge, c’è questa dimensione di sacrificio, che non è se non rendere sacra una relazione che conta. Ben altro che il “love is love” con cui i falsi miti oggi sdoganano ogni capriccio e voglia.

Il punto però non è l’annuncio della verità, non solo: la sfida che ci viene chiesta è la sintesi, come i tre ultimi Papi, che in questa tempesta devono governare non solo la barca di Pietro ma quella dell’umanità,  la sintesi di fare la verità nella carità.

Come sappiamo amare noi tutti questi fratelli imbevuti dei falsi miti, accecati dai profeti di sventura, illusi che quello che non è se non l’applicazione del loro egoismo sia una forma nuova di amore, trascinanti da profeti che fanno credere loro che quella roba lì sia amore?

Non lo so. Non lo so perché sono anche io qui a lottare con il mio egoismo, con la voglia di lasciargliela lì come fosse un gioco questa vita, e rintanarmi nel mio buco come i ramarri che ritirano la testa quando è buio, quanto è tardi, quando è freddo, quando tutto sembra caderti addosso. E chi me lo fa fare di amare? Invece Lui insiste, la carità di Cristo ci spinge, ci trascina, ci chiama fuori, ci impone –un dovere d’amore- di metterci la faccia. Come non lo so, so che devo amare.

E se qualcuno mi aiuta, ci aiuta, a capire come, prometto che lo abbraccio.

martedì 21 aprile 2015

La meccanica dell'inganno




Pubblicato su LaCroce quotidiano del 16 aprile 2015

C’entra sempre l’amore. E la morte. È tutto qui.
Come la vinci la morte? Come la sfidi?
Il mito di oggi è che non la puoi vincere e quindi mentre l’aspetti consentiti di tutto. E fingi che sia amore. Che in realtà vuol dire chiudersi nell’egoismo, quindi l’esatto contrario dell’amore.  Basta fare finta che sia così. Basta illudersi che l’egoismo sia una forma sublime di amore, che ci sia bisogno di amare se stessi per primi per amare poi gli altri… (il demonio non può che scimmiottare il Cristo, e illudere giocando con le parole come un giocoliere fa con le sue palline e così tramuta “ama il prossimo tuo come te stesso” in “ama te stesso per amare il prossimo tuo” di fatto prosciugando la bellezza dell’amore).

Perché in realtà la morte la puoi fregare, la puoi deridere, la puoi sconfiggere.
Ma solo con l’amore, come spiega nella sua bellissima omelia di Pasqua una firma celebre di questo quotidiano, don Fabio Bartoli (cercatela in rete, su Facebook, su mauroleonardi.it, e ascoltatela tutta: ne vale la pena!).
L’amore però non è quello che vogliono farci credere questi mercanti di morte che si riempiono la bocca di falsi miti, dei quali hanno bisogno per propagare i loro interessi.

I quali sono di due nature: da un lato togliere ogni ombra di male alle loro voglie, perché in fondo l’uomo ha bisogno -un bisogno fisico, profondo, un abbraccio- l’uomo ha bisogno di essere rassicurato che sta facendo il bene. Nessuno vuole fare il male, anche se si rifiuta di credere che un male esista, lo percepisce che non si può fare il male, e allora si illude, lotta, rifiuta se stesso per assecondare i propri capricci e vuole che tutti li chiamino bene, perché non può sopportare l’abbraccio che condanna il suo peccato, poiché anche l’accoglienza del medico, che non può negare l’ulcera neppure nell’ospedale da campo, gli dà fastidio, la percepisce come una condanna, perché da che mondo è mondo il giusto ricorda all’empio il suo agire male, e allora lo vuole distrutto, lo vuole annientato. Vuole un mondo senza speranza, senza amore, ma facendo finta che l’amore e la speranza esistano.
Non sanno che cosa sia l’amore, perché non hanno questa categoria intrisi nell’ideologia dell’individualismo, dell’-ismo quale che sia, forse davvero isterismo. Sembra non capire, non sperimentare che cosa sia l’amore la presidenta che si lamenta delle donne che servono a tavola la famiglia già seduta e pronta all’evento,  e non capisce che quello è solo amore, un amore infinito, che regala generosità, che produce gioia e non sottomissione –alla maniera della Boldrini, mica secondo il canone Miriano si intende!- e che produce relazioni e non schiavitù.
Poi sarà il turno del marito di riparare la tapparella, dei figli di fare la spesa o sparecchiare la tavola, perché l’amore che fa battere il cuore è questo, non un passaggio più o meno rapido a letto, è ascoltare quando non ce la faresti, è gesti di servizio, è momenti speciali. Proprio non capiscono perché non parlano i linguaggi dell’amore, ma quelli del piacere e pretendono che tutti prendano questi miti e li facciano propri così da rassicurarli che sono nel giusto.

Dall’altro, l’altra natura dei mercanti dei falsi miti puzza di Grandevecchio, di interesse commerciale, di budget trimestrali da raggiungere, di nuovi prodotti da lanciare, perché l’amore non spreca, l’amore non spende a vanvera, l’amore conserva, è l’egoismo che sperpera e fa girare l’economia. C’è questo dubbio che per certi versi rassicura: dall’ ISIS ci salveranno le multinazionali, dato che se conquistassero l’Europa raderebbero il mercato a zero ben peggio di quanto possano fare anche tantissime famiglie numerose cattoliche…

Non hanno l’amore nella loro grammatica, come non hanno la lungimiranza.
C’è questo folle che entra nel Tribunale a Milano e ammazza tre persone, e che cosa ti commentano? Che non si capisce come mai in questa società ci siano ormai così tante liti e tanto odio. Ma va? Ma se hai seminato per decenni la necessità di pensare solo a te stesso, di mettere IO al centro, che D-IO non esiste, che tutto è lecito, che puoi anzi devi essere l’uomo che non deve chiedere mai, Egoiste! E che Arrogance è un profumo che attira,  che tutto è diritto e nulla dovere, anche il lusso è diritto, il figlio è un diritto –tanto a lui va bene comunque- che l’aborto è un diritto, che la fedeltà è una cosa da cattolici tradizionalisti o peggio ancor integralisti, che l’amore è sesso, come fai a meravigliarti che questi miti –perché questo sono, miti e falsi- producano solo odio e liti e violenza?

Come fai a non capire che l’egoismo non può partorire generosità?
Ah ma siamo tutti fratelli. Dobbiamo rispettarci, aiutarci, accoglierci, comprendere le altre culture, dare da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi.
Altra falsificazione mitologica.
Chiariamo. Tutte cose da fare s’intende, ma perché c’è un senso che viene disconosciuto.
Come facciamo ad essere tutti fratelli senza un Padre comune.
Prendiamo questa cosa qui degli zingari o degli immigrati, lo dico da un punto di vista filosofico, con gli uni che fanno d’ogni erba un fascio e bruciano tutti, radono al suolo e gli altri che fanno di ogni erba un fascio dicono che vanno amati tutti perché vanno capiti.
Spiegami: perché?
Perché li devo amare? Perché li devo capire? Accogliere? Sacrificare per loro? Perché?
Perché sono uomini! Affermano (e pare che invece in questa categoria non rientrino le sentinelle in piedi, i vogliolamma, i cristiani massacrati nel mondo, per i quali non c’è un #jesuis che tenga).
Sono uomini come te, ripetono. E allora? Che cosa ne devo dedurre? Perché da qui deve discendere il mio sacrificio per loro?

Il punto è che i falsi miti si reggono sulla confusione, perché alla prova della logica, alla prova della grammatica, alla prova del dizionario non possono reggere.
Non c’è nessuna ragione per cui, in nome di una generica umanità, io debba sacrificarmi per il mio vicino, peggio per un lontano. Neppure per la legge del “oggi a te, domani a me”, ti faccio un favore per averne un altro domani. Non sta in piedi in una società che ha scelto di vincere la morte con l’egoismo. Non potrebbe fare diversamente, l’amore ha bisogno di ben altro fondamento.
Va analizzata allora una volta per tutte questa costruzione filosofica dei falsi miti, e già etichettare come filosofia questa ricerca della dissoluzione è farle un omaggio che non merita.
Il punto nodale è esaltare i propri desideri, le proprie pulsioni, senza dover sottostare a nessuna limitazione. Perché? Perché di fronte al dolore, se sei incapace di dare un senso, non resta che anestetizzarlo. Viviamo nell’esaltazione del divertimento, inteso in senso letterale dis-vertere: distogliere l’attenzione, guardare altrove. Poiché l’uomo non può da solo darsi un senso, capire come gestire questa cosa qui –la morte, il dolore- che cerca di sconfiggere (vedi il recente articolo, pubblicato qui lo scorso 11 aprile, di Emiliano Fumaneri sulla pratica della ibernazione e la filosofia del trans umanesimo) senza riuscirci, non gli resta che guardare altrove, ubriancandosi di passione per dimenticare la morte.
Allora tutto deve concorrere a questa follia: tutto deve essere permesso perché la presenza di un limiti mi ricorda la fine alla quale sono destinato. E la Chiesa, che invece ricorda la morte per esaltare la vita che viene dopo, va sconfitta perché non mi permette di “distrarmi”.
Ma poiché la ragione stessa grida contro questa follia, l’ideologia del “divertimento” deve confondere, ubriacare.  Non resta che creare una realtà parallela, manipolata, in cui l’ideologia plasma il vero distorcendolo.
Per raggiungere il risultato e ottenere questo diabolico obiettivo, c’è bisogno essenzialmente di tre fattori:

a)    svuotare di senso la logica e il linguaggio, distorcere il senso delle parole e cancellare il rapporto di causa ed effetto,
b)   stroncare con la violenza chiunque si ostini a ragionare con la propria tesa usando le categorie della logica e della verità,
c)    illudere che tutto questo sia un felice passo avanti verso il progresso.

Il trucco è tutto qui, e lo si percepisce in tutto ciò che sta accadendo nella società occidentale.
L’amore è ribaltato, si comincia da qui: bisogna infatti che questo sia il primo baluardo a cadere perché se l’amore viene compreso e vissuto per quello che è, innanzitutto gratuità e generosità nella rinuncia a se stessi, vale a dire il modo migliore per essere felici, allora il mondo dei falsi miti del progresso non può reggersi in piedi, si abbatte su se stesso.

Per questo l’amore è ridotto a piacere e ad auto-celebrazione, perché solo così si può costruire un mondo alla rovescia, un mondo in cui vince la morte. Ma, temo tragicamente, questo i profeti dei falsi miti non l’hanno capito.

sabato 11 aprile 2015

La dissoluzione della verità





apparso su LaCroce Quotidiano di martedì 7 aprile 2015


Due notizie di questi giorni ci mostrano, quando analizzate con certosina attenzione, un inquietante spaccato dei falsi miti che ci vogliono propinare oggi. O meglio, del meccanismo con il quale queste menzogne ideologiche si spargono e infettano le coscienze.
Mi riferisco all’episodio di bullismo perpetrato da 14 liceali minorenni ai danni di un compagno che, secondo le ricostruzioni, si era probabilmente ubriacato ed è stato denudato e ricoperto di caramelle.
Il secondo fatto è la vicenda che riguarda la maestra Margherita e i compiti assegnati ai suoi alunni per la Pasqua.
Che cosa c’entrano due fatti così diversi? Il primo è quello che ha sollevato uno sdegno pressoché generale per la reazione di quei genitori che hanno difeso ad oltranza i figli resisi colpevoli di un atto di bullismo e che sono sospesi per 14 giorni dalle lezioni; e il secondo  si tratta di un fatto che ha beneficiato della forza del web per regalare all’attenta maestra ben più dei famosi 15 minuti di celebrità?
I temi sono molti ed intrecciati tra loro.
Partiamo dalla posizione dei genitori dei quindicenni irresponsabili: tutta questa vicenda mostra infatti una totale incapacità di connettersi con la realtà.
Questi sedicenti educatori, non dimentichiamo che questo è il ruolo principale dei genitori, confondono il bene con il piacere. In molti modi: intanto riempiendosi la bocca con questa parola che sembra magica “scherzo”. Era solo uno scherzo. E già qui c’è da riflettere: ammettendo che siano consapevoli di quello che dicono, e soprattutto che siano sinceri –cioè siano veramente convinti che si trattasse solo di uno scherzo- sarei interessato a sapere che cosa è scherzo. Fino a dove arriva uno scherzo. E se basta utilizzare questa categoria per giustificare qualsiasi cosa.
Si intravvede qui in trasparenza la follia di chi si autogiustifica adducendo come pretesto l’ironia, la satira. Non lontano da quanto sostengono quelli del Cassero e chi li difende: era solo satira contro la velenosissima e turpe religione cristiana (perché quella disgustosa messinscena ferisce tutti i cristiani, non solo i cattolici) quella, per inciso, che –come dice il Corsera- vanta –mai verbo fu più adeguato- 322 martiri ogni mese.
Scherzo dunque sembra la parola d’ordine per ammettere qualsiasi cosa, ovviamente tutto ciò che fanno quelli della nostra parte, perché se invece sono altri a farlo, quelli ritenuti per definizione “fascisti” “oscurantisti” “nemici della libertà” (come, ad esempio, la preside della vicenda o quei magistrati che fanno rispettare la legge, quella legge che non piace, sia chiaro!) allora si parla di provocazione, la quale va sempre declinata con l’aggettivo “fascista” appunto, trasformandola così in sinonimo di male assoluto, senza possibilità di redenzione. Che se la provocazione è invece illuminata, come quelle di Catellan o di Toscani, allora non solo ci sta, ma è anche un segno evidente di progresso.
Ecco, ecco qui come i miti si propagano, distorcendo le parole e le situazioni che stanno dietro ad esse, che vengono fatte scomparire in un gioco di prestigio che mescola i significati e li distorce.
Torniamo ai genitori e alla loro difesa d’ufficio: come si fa a ritenere che una azione simile non abbia conseguenze? Non dico sui rei, bensì sulla vittima. Come si può pensare che questa roba qui, fosse anche definibile scherzo, non impatti sulla vita di un quindicenne messo alla berlina davanti al mondo? Come si fa a pensare che sia una folata di vento che non lascia schegge dietro a sé?
Non solo, ma quali conseguenze ha una difesa ad oltranza di un gesto così pieno di sopraffazione, di arroganza, di disprezzo, poiché la mancanza di rispetto per la persona è sempre disprezzo? Che cosa resterà a questi ragazzi che si sentono discolpati, privati di ogni responsabilità da genitori che non solo prendono le loro parti, ma sono così convinti della loro posizione da non scusarsi nemmeno con la vittima e la sua famiglia?
Da dove deriva questa incapacità di lungimiranza, di prendere atto del rapporto causa-effetto?
Da un altro mita o forse da una manciata di miti: primo tra tutti l’invito a cogliere l’attimo che fugge, che se inteso dentro ad un senso profondo vuol dire spremere il bene da ogni situazione –“tutto concorre al bene”- ma se  invece ti privi di questa dimensione, allora resta solo l’istinto, il piacere materiale di fare quello che vuoi, di gustare tutto.
Questo insegnano queste pericolose prese di posizione che svuotano l’azione del suo senso educativo. Un genitore educa sempre, questi genitori pare abbiano abdicato a questo ruolo preferendo la popolarità al loro dovere, dovere grave, di far crescere i figli.
Questo vuol dire comprimerli per sempre in un mondo adolescenziale dove tutto è concesso, dove “love is love” nel senso più deteriore del termine, dove li vogliono i promotori dei falsi miti, perché di eterni adolescenti hanno bisogno: esseri privi di nerbo, privi di pensiero, asserviti ai propri istinti -“Facciamo uno scherzo? Dai che ci divertiamo!”- incapaci di assumersi responsabilità e di apprendere dai propri errori grazie ad una punizione che  racconta della dignità e della verità.
C’è tutta l’ideologia dei falsi miti del progresso in questa vicenda, è intrisa della filosofia di chi pretende di fare solo ciò che vuole schiacciando nell’odio chi si oppone, alla faccia dei proclami #jesuischarlie sbandierati come libertà di espressione.
E veniamo alla bravissima maestra di Copparo, provincia di Ferrara, che assegna ai suoi alunni dei compiti pieni di buon senso e di senso soprattutto, compiti che parlano di valori come la famiglia –fatti raccontare le storie dei nonni; se la mamma o il papà (mica genitore 1 e genitore 2, eh!) sono troppo stanchi per leggere, fallo per loro; abbi pazienza con fratelli, sorelle, cugini- di valori come la fatica e il giusto riposo –cerca di guardare meno tv, guarda il paesaggio, ripassa le tabelline- valori semplici, immediati, profondi.
Non appena la maestra pubblica sul suo profilo Facebook l’elenco si scatena la rete che moltiplica l’elogio. Dunque al fondo del cuore abbiamo ancora una coscienza che ci fa capire che cosa sia realmente importante, che riconosce un valore ai valori.
(E così, come speriamo, oppure è solo una nuova forma di emotività? Abbiamo capito che cosa abbiamo rilanciato con commenti entusiastici o siamo solo preda di un sentimento buonista da trend dei social media?)
Perché quello che sta scritto in trasparenza in questo elenco è il prendersi cura dell’altro, il fare gratuitamente, l’avere pazienza, amare nel senso di dare tempo, il proprio tempo agli altri. Tutto il contrario di cogliere l’attimo fuggente, come Eva la prima mela.
C’é dentro il senso di una famiglia tradizionale, naturale –no Fazio, non l’opposto di frizzante o ferrarelle, naturale nel senso che è secondo l’ordine della natura, della verità, distinto da artificiale, diverso da ogm come sono alcune delle proposte che continuamente fai- c’è dentro un papà, una mamma, una famiglia numerosa, una famiglia ampia che comprende nonni, zii, cugini. C’è il senso della responsabilità, l’impegno dei genitori, il senso del dovere dei figli.
Chi ha rilanciato il post lo ha compreso?
C’è dentro una scuola che non si limita a trasmettere istruzioni, nozioni, ma che si fa carico di educare insieme ai genitori, che insegna le virtù.
Ma una storia così non può avere il lieto fine, una maestra che promuove il bene dà fastidio –tra parentesi, mica è cattolica la Margherita, è segretaria locale di Rifondazione Comunista, quindi presumibilmente lontana da una presunta melassa religiosa- e allora ci si inventa che s’è copiata tutto, che non è farina del suo sacco.
A prescindere dal fatto che tra la fonte sedicente originale e l’elenco di compiti della maestra l’unica cosa in comune è che si tratta di una lista, Margherita non ha mai affermato di essere l’unica e sacra inventrice –al femminile, contenta Boldrini?- dell’elenco.
E qui si svelano nuovamente i meccanismi dell’ideologia dominante: negare i fatti se i fatti danno fastidio, attaccare tutto quello che si può per sostenere le proprie posizioni. E le conseguenze sulle persone: si legge, ma senza capire, o, peggio, si capisce quello che si vuole. La verità? Un accessorio ingombrante. Come è stata manipolata e stravolta la vicenda del disturbatore al convegno di Milano, così si distorce questa semplice e banale vicenda.
Come capita tutti i giorni suoi social media, dove il meccanismo ideologico è dilagante: non leggi, intervieni a gamba tesa, condanni, quando te lo fanno notare ti sdegni, ritieni di essere parte offesa, ti inalberi, accusi gli altri di averti insultato e giudicato. Tutto collegato con quanto prevede l’ideologia: ho ragione per definizione e tu torto, quindi ogni mezzo per schiacciarti è lecito.
Ecco allora che non importa che cosa abbia scritto Margherita: noi sosteniamo che copi solo perché ci serve per attaccarla politicamente –che delusione il quotidiano della destra che si attacca a queste cosucce- o per schiacciarne la popolarità, che non vada più in giro a dire che la famiglia è importante e soprattutto che non diventi pietra di scandalo per tutto quel mondo della scuola –e ce n’è così come di maestre Margherita ce ne sono tante, come ad esempio la preside di Cuneo- che non sa fare il suo mestiere che alla fine è quello di aiutare le famiglie ad educare.
E qui si chiude il cerchio: i falsi miti che vogliono distruggere la responsabilità e la relazione, e chi si oppone, chiunque sia di buona volontà, che sostiene i valori fondanti della società.
E qui si svela anche il meccanismo delle ideologie dominanti: separare le parole dal loro senso, separare la causa dall’effetto, incarcerarci nell’attimo che fugge, incatenarci alle voglie dell’istinto.

Proprio ciò che noi combattiamo.

domenica 5 aprile 2015

Or per empierti bene ogni disio






Articolo apparso su LaCroce quotidiano mercoledì 1 aprile 2015

Era la settimana santa di 715 anni fa, quando Dante iniziò il suo viaggio per ritrovare la strada del cielo. Sono 750 anni dalla nascita del sommo poeta quest’anno, proprio per questo definito anno dantesco, e vale la pena interrogarsi sul poema che più di ogni altro spezza le vene dei polsi squadernando il cielo e la Trinità dopo averci condotto per rima aspre e chiocce a discendere fin nel Cocito del nostro cuore per riscaldarlo e discernere il bene che vi possiamo trovare.
Vale la pena farci guidare in questo altro viaggio non da ombra ma da donna certa, così certa che ha pensato bene di scrivere un nuovo saggio sulla Commedia che ormai si dice Divina.
Elena Landoni Scotti, che insegna Letteratura italiana moderna all’Università Cattolica di Milano, ha dato alle stampe “Or per empierti bene ogni disio” (edizioni Universitas Studiorum) per raccontare che in Dante fede e ragione si danno la mano come Nitsche e Marx nella canzone di Venditti. Elena è coordinatrice di diversi progetti di ricerca sulla letteratura italiana delle origini e dell’Ottocento, direttrice scientifica di Convegni nazionali e internazionali, e ha tenuto lezioni anche nelle università di Freiburg, Hannover, Leuven, Cracovia, Città del Messico.
Le ho chiesto innanzitutto se dopo oltre settecento anni Dante sia ancora attuale e perché

Quando parliamo di Dante pensiamo subito alla Commedia: e giustamente, perché se è vero che Dante non è solo la Commedia, è anche vero che Dante non sarebbe quello che è senza la Commedia. Perciò la sua attualità è prima di tutto quella della grande opera d'arte, che sa parlare attraverso i secoli e le generazioni. Ma in questo caso specifico c'è qualcosa di più: Dante è espressione grandiosa di una mentalità e di una cultura radicalmente diverse da quelle attuali: addentrarsi nelle ragioni di questa diversità ci aiuta a recuperare una parte della nostra umanità che rischierebbe di perdersi, sommersa dall'invadenza dei criteri dell'attualità.

Sermonti, Nembrini: in che cosa la tua visione di Dante è diversa dalla loro? che cosa aggiunge?

Non parlerei di visione e soprattutto non aggiungo niente; anzi, io mi limito a prendere in considerazione solo alcune  porzioni del testo. E’ semplicemente un altro tipo di approccio. Quello che mi preme comunicare è la complessità della pagina dantesca, che sorprende sempre per la capacità di attivare simultaneamente più livelli di senso: la produzione di bellezza, la comprensione del sé, l’appartenenza al mondo medievale, la filiazione dalla cultura classica, ecc. Noi invece siamo inclini a sezionare l'offerta di significato in comparti, sforzandoci poi di renderli comunicanti.

In che modo Dante può parlare alla nostra società?

Proprio perché espressione di una società, e quindi di una mentalità, diversa, Dante può aiutare la nostra, di società, a confrontarsi con uno sguardo sulla realtà che oggi ci è diventato estraneo. Ti faccio solo alcuni esempi tra i molti possibili. In cima al Purgatorio, Dante rivede Beatrice, che lo rimprovera in modo durissimo per la sua infedeltà. L’idea di fedeltà che salta fuori da questo dialogo non ha niente a che vedere col dovere (parola che infatti non si trova nei paraggi), ma, al contrario, col piacere. Beatrice fa letteralmente, e solamente,  riferimento al proprio corpo, che tanto era piaciuto all’innamorato. L’errore di Dante è posto nei termini di un non-rispetto nei confronti di ciò che ha scelto lui stesso.
Il piacere è strettamente connesso anche con la libertà, che è il perno intorno a cui ruota tutta l’organizzazione dell’aldilà dantesco. Quando Virgilio abbandona Dante, gli dice “ora prendi per guida il tuo libero arbitrio”. E’ incredibile, ma è così. E Virgilio può dirglielo perché ha passato due terzi del viaggio a educarlo a riconoscere ciò che è più conveniente per lui.
E’ lo stesso meccanismo con cui un’anima smette di emendarsi nel Purgatorio, e decide di salire al Paradiso. Nessuno le ha dato il permesso, nessuno glielo vieta: lo decide lei liberamente.
La fede che Dante disegna nella Commedia è il trionfo della libertà. E della ragione: non per nulla anche su questo Dante avrebbe molto da dire alla nostra società. Quando nel XXIV canto del Paradiso S.Pietro interroga Dante sulla fede, gli chiede di rendere conto razionalmente di ogni minimo dettaglio. Cerca addirittura di metterlo in difficoltà, perché non ha paura di niente. Dante aderisce alla fede perché appaga in primo luogo il suo bisogno di ragionevolezza.
Mi sembra che ci sia parecchio da imparare.

In che modo l’opera di Dante è bella? Che cosa è bellezza per Dante e per noi?

Ah, la bellezza. Concetto per noi difficile da definire, mentre Dante sapeva bene che cos’è. Un valore di serie A, tanto per cominciare, come la Verità o la Bontà. Qualcosa di cui l’uomo ha perennemente nostalgia e che quindi sa riconoscere nella realtà. Un’evidenza, insomma, ma che esige una corrispondenza da parte del singolo individuo con la totalità di se stesso. E infatti per Dante e per la sua epoca sarebbe fuorviante  separare nettamente il bello dal vero e dal buono. Forse la caratteristica principale della bellezza in Dante è proprio questa: nel momento in cui ne afferma la necessità come bene primario, ne implica l’individuazione sulla base di un giudizio. Come l’amore.
Nella Commedia c’è un itinerario che lega la bellezza, l’arte, l’amore, che nel libro cerco di delineare. E che è estremamente affascinante.

Come mai Dante lo si riscopre e lo si ama dopo la scuola mentre negli anni in cui lo si studia ci sembra decisamente noioso?

e) Credo per l’ovvio motivo che la lettura scolastica è imposta, quella successiva è scelta. Meno ovvio è pensare che la scuola, purtroppo, non sempre si preoccupa di dare le motivazioni per affrontare la fatica di uno studio: Dante scrive nel Trecento, in certi passaggi la sua lettura richiede la fatica della comprensione linguistica e storica. Ma soprattutto temo che spesso Dante non venga presentato come un interlocutore in grado di offrire squarci di significato insospettati. Proprio ciò di cui gli studenti hanno maggiormente bisogno.

Nembrini definisce Dante il poeta del desiderio: per te che cosa è invece?

Nessun “invece”, Nembrini ha ragione. L’area semantica del desiderio è frequentissima in Dante (senza nemmeno  pensarci, me la sono ritrovata nel verso che dà il titolo al mio libro). Caso mai si può andare avanti nella frase: Dante è il poeta del desiderio che trova la risposta. “Or per empierti bene ogne disio”, appunto.

Come leggere Dante oggi? Ascoltarlo è forse meglio (anche su Spotify c’è tutta la Divina Commedia letta da grandi interpreti!)?

Credo che la lettura e l’ascolto mobilitino due tipi di attenzione diversi. Per esempio, sono convinta che se il bravissimo Benigni fosse un lombardo, o un siciliano, la parte della sua performance affidata alla lettura avrebbe avuto un effetto diverso. Dante ha pensato la sua Commedia in toscano, l’italiano non esisteva neppure. Certi effetti acustici che voleva ottenere, essenziali in poesia, sono comunicabili solo attraverso la riproduzione di determinate aperture vocaliche, o di fenomeni fonetici tipici del toscano, come il raddoppiamento fonosintattico o la gorgia. L’ascolto però obbliga a correre dietro alla successione lineare dei suoni, la lettura invece consente di fermarsi, di tornare indietro, di rileggere: esattamente come suggerisce Dante, del resto.
E allora la lettura di oggi deve essere consapevole, da una parte, delle indicazioni che l’autore stesso dissemina lungo la sua opera: visto che si è premurato di fornirci un libretto di istruzioni (lo riassumo in un capitolo), seguiamolo per far funzionare al meglio l’oggetto che abbiamo tra le mani. Dall’altra deve mettere in conto che la comprensione di quanto scritto implica la disponibilità ad “uscire” dal sistema mentale attuale per avvicinarci a quello da cui l’opera è germinata. Ma questo è un presupposto ineliminabile, benché talvolta rimosso, per qualunque tipo di incontro.

Dante non è solo Commedia: che cosa non bisognerebbe perdersi? 

l) Per quanto mi riguarda non ho dubbi: la Vita nova. Non solo perché è l’antecedente conclamato della Commedia, e perché è un’opera narrativa conclusa e strutturata dall’autore. Ma soprattutto perché è una storia d’amore che ci accompagna nel cammino di conoscenza dell’amore. Tra gli opinion leader del tempo di Dante, c’era chi sosteneva che un innamoramento non può lasciare indifferente il destinatario del sentimento, e che quindi si può sperare in una sorta di corresponsione quasi automatica. Altri dicevano che per innamorarsi occorre una sorta di predisposizione, che l’eventuale intercettazione visiva della fortunata (o fortunato) metterebbe in moto. Dante invece torna saldamente nella realtà, ponendo la questione sul piano di un libero (come sempre) e responsabile (come sempre) coinvolgimento con un “altro” da sé, da conoscere e riconoscere, grazie all’aiuto della ragione e del giudizio, come strada maestra per raggiungere la propria felicità. Non saprei spiegarlo meglio ai miei figli.
Poi succedono tante cose che accadono in una storia d’amore: Dante non riesce mai a essere disinvolto in presenza di Beatrice e si fa prendere in giro dalle amiche di lei per la sua goffaggine; Beatrice gli nega il saluto perché lui ha guardato un po’ troppo un’altra donna. E lui a disperarsi perché le cose, in questo amore che ormai non si può più tenere nascosto, non vanno come vorrebbe. Finché un’amica, a cui ha deciso di confidare le sue pene, un giorno gli chiede: “Ma perché se la ami tanto continui a essere ripiegato su te stesso e concentrato su quello che non hai?”.
Per Dante è una folgorazione, e da quel momento la sua poesia non sarà più la stessa. In quel frangente ha capito che in un rapporto affettivo la decisione di amare è personale e inalienabile, che nemmeno i capricci e il disinteresse dell’amata possono sottargliela. Ha realizzato una volta per tutte che è lui col suo amore a fare di Beatrice ciò che lei significa per lui. Ed è un possesso, come dice testualmente Dante, “che non gli può venire meno”.
Ho sentito una volta una psicanalista dire durante una conferenza esattamente la stessa cosa.