In medias res: “Ha detto questa cosa su Vianello”
dice lei il giorno dopo il funerale di Raimondo. “Chi l’ha detta?” chiedo
io. “Che cosa importa chi,
l’importante è che cosa…” replica lei. Ha ragione. Ma non riesco a farmelo
entrare in testa. Alla fine salta fuori che il matrimonio non è bello se non è
litigarello. Banale. Direi: per noi molto familiare. Litighiamo tosti. E’ come
se ci fossero pressioni interne che devono esplodere. E ogni tanto lo fanno.
Credo sia una fortuna. Quando la pressione ha sventrato la valvola di massima
ed è esplosa nell’aria, tutto torna come prima e la valvola si richiude. Questo
aiuta. Perché la vita non è affatto rosa. Semmai spina. Non che mi lamenti.
Anzi. Non intendo appartenere alla famiglia di quelli che io vivo solo quando
sono all’estero e che non ho ancora deciso come vivere e che tutto è contro di
me. Scherziamo! Sono un fortunato della vita. Coccolato dalla vita. Ma la vita
è vento, pioggia, grandine. E’ la traversata delle Montagne Nebbiose e di Moria
insieme. E qui c’è il suo bello. Perché i fiori più belli sono quelli esposti
alla tormenta. E dove c’è solo agio ciò che cresce insieme alla mollezza, è il
ventre. E una banalità come questa è così ovvia che ce la dimentichiamo con
troppa facilità. Allora, se guardo la mia famiglia e il mio matrimonio, faccio
fatica a soffocare la gratitudine.
Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.
Quando i cinquant’anni sono stati raggiunti e superati con la velocità del suono di una sirena arrabbiata, tre sono le possibilità che rimangono all’uomo che non vuole rimanere ad attendere l’impatto indifeso e inconsapevole: farsi l’amante, farsi una macchina rossa, scrivere un blog. Dato che mi state leggendo (davvero? Mi state davvero leggendo?) avete compreso che ho scartato le prime due ipotesi. E per scelta volontaria e creduta, non certo forzata.
Ma che cosa e perché scrivere? Condividere, o l’illusione di farlo, aiuta spesso a sentirsi in compagnia di fronte alla piccole battaglie della vita: quelle grandi, si sa, le si può affrontare solo in compagnia di se stessi, senza nessuno scudiero o cavaliere al proprio fianco.
La prima delle sfide e quella che affettuosamente potremmo definire di san Giuseppe, che di fatto nomino mio speciale e personale protettore confidando sulla sua ironia e bonomia. In che cosa consiste questa sindrome? Nel sentirsi ovviamente il più imperfetto della famiglia dovendone invece apparire la guida salda. Non che con questo voglia affidarmi a una melliflua umiltà fasulla, l’autocompiacimento di sentirsi negare la denigrazione e gustare così una vanitosa ricompensa per la propria maliziosa modestia. Affatto. Lauto compiacimento può derivare solo dalla concretezza. Non che non sia vanitoso, tutt’altro: la vanità è sempre in agguato, come ben sa il diavolo impersonato da Al Pacino nel mondo degli avvocati.
Gli è che essendo proprio vanitoso e anche intelligente, so bene che l’ambizioso deve attingere a piene mani all’umiltà: per crescere, ambizione che può essere anche nobile e saggia, bisogna capire dove migliorare. E per capirlo non c’è che l’umiltà.
L’ambizioso vanesio e superbo farà una brutta e rapida fine.
Quindi qui sto: con una moglie tendente alla perfezione, pur con difetti marginali che provocano in me tanto irritazioni quanto ammirazione per la loro trascurabile banalità; con tre figli che, come recitano brutti film, hanno preso maggiormente da me i difetti, e quindi non posso accusarli di una eredità che ho trasmesso loro; con un lavoro che amo e che ogni mese mi sfida sempre di più, aiutandomi a non fare mai mia la sicurezza.
Di che scrivere dunque?
Della precarietà, della inadeguatezza che mi rende comico a me stesso, specchio delle cose che ho appreso e che rivedo, con squarciante veridicità, nel mio quotidiano.
sabato 7 gennaio 2012
venerdì 6 gennaio 2012
La memoria delle donne
Lampi di blog: le ristampe della prima stagione
Si dice che gli elefanti tra di loro talvolta si
complimentino così: ”hai una memoria da donna!”. Ora è dimostrato che la nostra
capacità di immagazzinare dati è sempre parziale, ancorché sia altrettanto
scientificamente provato che le donne hanno questo dono in misura molto
maggiore degli uomini. Il punto è che la selezione dei ricordi non è casuale,
ma monodirezionale: l’accumulazione dei torti. Mi è folgorato questa certezza,
che è andata a riprendere certi studi fatti e poi nascosti in qualche centro
della memoria del quale avevo perso la strada, quando l’altra sera, di punto in
bianco, parlando di figli, mia moglie è saltata fuori a dire: “e poi quella
volta che dovevamo andare a Firenze in treno e ti sei fatto accompagnare in
stazione alla mattina da tuo padre in macchina mentre io sono venuta in
metropolitana. Eri proprio un viziatissimo figlio unico: sapessi come ti ho
detestato quel giorno…”.
Ora, sebbene la critica fosse ineccepibile, e sebbene io debba
ringraziare lei per avermi aiutato a deporre gran parte della mia figlio unicità
–perché, come diceva la nonna di Franca: gli uomini possono migliorare, ma
guarire mai- e sebbene il ricordo fosse legittimo, perché accidenti ricordarci
ancora con così viva memoria, testimoniata dal lampo di odio che per una
frazione ha squillato nei suoi occhi, un evento transitorio che data prima del
1985, dato che riguarda l’epoca del fidanzamento e che quindi possiamo
approssimatamente datare tra il 1982 e il 1984? Perché non provate a prendere
qualche lezione da noi che siamo in grado di dimenticare tra la camera da letto
e la cucina che ci avete detto di spegnere il fuoco sotto le patate e
ricordarcelo solo in presenza di un acre odore di bruciato? Perché Proust ha
avuto bisogno della madaleine per evocare il tempo perduto, a sua sorella,
ammesso che ne avesse una, non sarebbe servito che un ascoltatore paziente.
Orsù dunque, deponete questa rancorosa eredità del passato e guardate con noi
al futuro, che oggi sembra sì meno radioso che un tempo, ma è sempre dolce se
passato insieme.
giovedì 5 gennaio 2012
Tata Frau Matilda Blucher Rottermeier
Lampi di blog: le ristampe della prima stagione
Non ce la fate proprio. Deve essere la sindrome della signorina Rottenmeier, perché c’è una frau Blucher in ognuna di voi, che ci fa anche nitrire e atterrisce e vi costringe a mantenere quel rigore impettito. Perché non c’è altra spiegazione. Che quando ritorni da tre giorni di lavoro fuori casa, e trovi un inaspettato comitato di accoglienza, tutti che sorridono e ti chiedono, senza pressare, con delicatezza ti tolgono dalle mani valige e spesa, perché comunque una mamma trova sempre modo di fare la spesa, e ti offrono di tutto, non c’è ragione per commentare, mediamente aspra, dopo la quinta parola: come mai non avete liberato il lavandino dal vetro? E le teglie della pizza dell’altra sera, perché sono ancora sul tavolo del balcone? (Che ne so, io ero a Roma l’altra sera!) e lo stendino, con la roba stesa del calcio di Andrea, come mai è su questa terrazza? Sarà anche il posto sbagliato, ma hai notato che se l’è lavata e stesa lui da solo?
E’ la Tata Matilda inconscia che vi fa vedere queste cose prima delle altre, lo so. E che fa baluginare ad intermittenza il sorriso. Perché lo sappiamo che lo sapete che ci volete bene, e che ve lo ricordate, e ce lo dite, magari dopo un quarto d’ora, magari proprio mentre, sfiniti, ci stiamo già addormentando e questa affermazione, che di natura è dolce e tiepida, ci parte come un gelido secco colpo di fucile. Perché anche noi vi adoriamo.
Ma se facciamo fatica a ricordarci di tutto questo in un minuti e vi mandiamo a quel paese, abbiate comprensione di noi….
mercoledì 4 gennaio 2012
Le donne non mentono mai
Lampi di blog: le ristampe della prima stagione
Diciamocelo: a volte siamo troppo
ingenui per capire quello che dite. Oppure, se preferite, il vostro linguaggio
non è esattamente conforme a quello che il Vangelo invita a utilizzare: sì, sì,
no, no. Ma non perché siate maliziose o contorte. Lo fate per tenerci in
allenamento. Dovreste però insegnarlo ai vostri figli maschi per evitare di
commettere errori che potrebbero essere determinanti, oltre che estremamente dolorosi.
Ad esempio spiegare che bisogna
sempre diffidare di una donna che suggerisce: “per il nostro anniversario non
facciamoci regali”. Perché quello che realmente intende dire non è proprio che
non è il caso di farsi regali, ma che è il caso che tu le faccia un regalo per
stupirla, mentre lei si attiene il più delle volte all’intenzione enuncita.
Così si eviterebbe il disastro,
che ho provocato e subito una sola volta nella mia vita, di seguire alla
lettera il suo invito e finire per patirne le conseguenze non dichiarate, ma
molto molto tangibili.
Parimenti diffidare dalla
affermazione, apparentemente innocua, “fai come preferisci” la quale va in
realtà letta come “vediamo se hai capito che cosa ho realmente desiderio che tu
faccia”. Siamo in macchina, reduci da una gita, e lei dice, più o meno al
medesimo tempo: “cerchiamo un vivaio, ma andiamo a casa subito, andiamo per la
strada più diritta, ti faccio vedere quale, ma se preferisci prendi la strada
che vuoi tu, e magari troviamo un vivaio per le piante, sempre che tu non
desideri rientrare per vedere la partita, perché allora potremmo prendere
l’autostrada e al vivaio non ci andiamo, ci andrò da sola, non ti preoccupare,
ma comunque fai come vuoi”. Ora neppure un megacomputer della Nasa è in grado
di gestire queste informazioni nel tempo in cui vengono prodotte senza entrare
in stallo: figuriamoci il cervello logico-razionale monotasking di un uomo!
C’è un’autodifesa: si può
tentare, anche se le signore più attente conoscono questo tentativo e per la nostra
gioia lo ribaltano con arguzia così da permetterci realmente di sperimentare le
conseguenze delle nostre decisioni. Il trucco consiste nel farsi consigliare:
ma tu che cosa mi consiglieresti di fare? A volte funziona, perché le donne
amano parlare e spiegarsi e, come abbiamo visto in precedente, aborrono l’uomo
problem solver.
Peraltro questa resta anche
l’unica difesa quando ci viene posta la più impenetrabile e difficile di tutte
le domande: sei lì tranquillo che ti prepari per uscire, capisco che sia facile
per un uomo, al massimo può perdere qualche frazione di secondo nello scegliere
la cravatta, e lei piomba all’improvviso alle tue spalle come un MIG in caccia.
E chiede, con una voce apparentemente angelica: “mi sta meglio il vestito rosso
o quello verde?” (ovvio: il discorso vale per qualunque altra alternativa,
scarpe, giacca e non solo relegate all’abbigliamento, ma anche a anche
deodoranti per la casa, tende, divani e via discorrendo)
Qui si vede la prontezza
dell’uomo: rispondere ciò che si pensa veramente o ciò che lei si aspetta? Non
vale rispondere: stai benissimo con entrambi, perché lei non demorde. Sì, ma
che cosa mi sta meglio questa sera? C’è una sola via di scampo: tu con che cosa
ti senti meglio questa sera? Già perché non è una questione di stare, ma di
sentirsi. E questo riguarda una sfera alla quale l’uomo non può accedere.
Se lei non molla e anche di
fronte a questa nostra resa emotiva insiste, c’è una sola possibilità, ben
sapendo che comunque condurrò inevitabilmente ad un errore: come i quei test in
cui per sapere chi dei due uomini che custodiscono una porta mente, bisogna
affermare il contrario di ciò che si pensa lei direbbe. Così lei, facendo il
contrario di ciò che noi pensiamo sia il contrario di ciò che lei farebbe, fa quello
che vuole. Lineare vero?
martedì 3 gennaio 2012
Ho bucato
Lampi di blog: le ristampe della prima stagione
Ho bucato. Nel senso che ho
squarciato una gomma. Una collega mi ha detto: una roba da donne! Non credo fosse
un complimento. Ho accostato per lasciar passare, come si dice, “un veicolo che
procedeva in direzione opposta a forte velocità” e ho preso in pieno lo spigolo
del marciapiede. Seccata la gomma in un battibaleno. Lo racconti e si scatena
una battaglia sulle donne che non sanno parcheggiare. Come diceva Micio (ve lo
ricordate? Lo faceva Bisio a mai dire gol) “dai retta a un cretino” tra le
tante virtù delle signore, quella del parcheggio scivola sotto l’asse dello
zero. E’ roba da uomini. Perché ci vuole arte per parcheggiare, buona visione
degli spazi, geometria con il volante, creatività e coraggio con le distanze, e
mano agile e morbida. Ora non dico che le donne non abbiano tutte queste
qualità. Gli è che non le hanno contemporaneamente specie quando cercano di
parcheggiare. Punto (non inteso come autovettura Fiat si intende). Per noi
l’auto è ben più che un mezzo di trasporto. Come cantava Lauzi (era Lauzi?) “si
parlava di donne e motori, si diceva sin gioie e dolori”. Ecco: non parli mica
di gioie e dolori se il treno è in ritardo. Magari ti incazzi (quanno ce vò ce
cò…) ma non soffri. Eppoi noi italiani siamo tutti ferraristi mancati. Su
questo dovremo riflettere: sulla nostra sportività competitivo-critica. Siamo
tutti ferraristi, siamo tutti commissari tecnici, siamo tutti arbitri… vediamo
che cosa ne viene fuori.
E dopo l’ironia, concediamoci una
riflessione più intima e profonda sul medesimo tema: prendiamo a spunto la
foratura. In una frazione di secondo possono cambiare profondamente le cose:
per una gomma a terra i programmi di una giornata, ma per ben altro… Non solo: tardare di un secondo o
arrivare un secondo prima a quel bivio avrebbe ugualmente cambiato le cose.
L’effetto sliding doors.
Sì, ma capire che la vita può
rovesciarsi in un istante per una differenza di un secondo, fa tutta la
differenza del mondo: mi aiuta a capire come la vita sia davvero appesa al filo
di una volontà che non è mia, che non posso determinare. E questa
consapevolezza può condurre a due estremi: da un lato la disperazione più cupa,
dall’altro l’orgoglio più arrogante. Preferisco la virtù, che anche in questo
caso sta nel mezzo: la speranza.
lunedì 2 gennaio 2012
Segreti svelati
Lampi di blog: le ristampe della prima stagione
Mia moglie non finirà mai di
stupirmi. Tra gli infiniti motivi per cui la mia affermazione è sincera, oltre
che vera si intende, c’è la sua capacità di conoscermi meglio di me e di
svelarmi a me stesso. Sorpreso a lavare un vasetto vuoto di marmellata con
acqua calda corrente sono stato ecologicamente redarguito. Dopo la fase uno,
quella della pacata reprimenda (elegantissima: “non c’è bisogno di lavarlo in
quel modo”) è passata a quella dell’addestramento: “basta riempirlo a metà e
poi, chiuso il tappo, agitare più volte. Si pulisce meglio e prima”. Ho
guardato stupito e confuso: “non ci avevo pensato”. “Te l’avevo già detto”. “Mi
sarò dimenticato”, scusa tanto evidente quanto banale. Ed è quando ci si trova
di fronte alla piattezza che viene fuori l’arte, quando devi piantare il chiodo in un muro di
cartone, quando il grigiore del nulla ti costringe a inventare i colori. Così
dopo un secondo di pausa se ne esce con “ho capito: devo spiegarti la teoria
del lavaggio. Perché se ti spiego la filosofia, la teoria, la chimica, allora
te lo ricordi. Se mi limito ad un gesto pratico, non ti si ferma neppure nella
mente”. Chapeau! Sarà perché ha teorizzato il modo di farmi memorizzare che mi
sono ricordato e che adesso scrivo?
Serata fredda e piovosa. Tutti
nell’Ottagono, il cuore della Galleria. C’è il debutto della Wiener Walser
School di Milano. Più di metà dei ballerini, compresi tra i 17 e i 22 anni,
vengono dalle nostre scuole. E’ una bella serata di festa, ci sembra di essere
guardati da tutta Milano. Ed è bello vedere questi ragazzi luminosi, puliti,
normali così immersi nei passi del walzer viennese, vestiti da concerto di
capodanno: tra di loro di sicuro ci sono Silvia e Leo.
Poi andiamo a farci una pizza,
mia moglie, la piccola ed io. Ad un certo punto confabulano tra di loro. Chiedo
che cosa stavano dicendo, sono un po’ sordo, (mia moglie dice che la mia non è
sordità, ma ascolto selettivo che esercito specialmente in famiglia. Smentisco
categoricamente). Chiedo a Franca di farmi da passaparola. Mi guarda stupita.
“Ma come, se avessimo voluto che sentissi ti avremmo lanciato lo sguardo giusto
per farti avvicinare. Ti ho forse guardato così?”. Non capirò proprio
mai….
domenica 1 gennaio 2012
Adamo, Eva e Del Piero
Lampi di blog: le ristampe della prima stagione
Ora, si sa che l’uomo, anche se
si sforza di negarlo, è monotasking. Facciamo bene una cosa sola alla volta. Ma
in quella cosa ci immergiamo con tale concentrazione che perdiamo di vista il
mondo circostante. Ogni moglie lo sa: inutile chiedere al marito di curare il
bambino se sta guardano la partita. O di controllare la pasta se sta scaricando
la posta.
Allora però Eva non è che aveva
ben capito questa vicenda. E qui sono cominciati i nostri guai.
Mettiamo che Adamo sia seduto sul
divano, perso dentro alla televisione. E’ la sera del 3 luglio 2006. La sera
della Partita. Germania – Italia semifinale dei Mondiali. Non è una partita
qualunque, è la partita per eccellenza, più ancora di Italia-Brasile.
Siamo al minuto 119 circa. Pirlo
ha appena tirato una sassata da fuori area che Lehman ha deviato in corner. Del
Piero si è avventato su quella palla per battere il corner. Sembra l’ultima
occasione prima dei rigori. E a noi i rigori non sono mai stati favorevoli.
Che livello di attenzione volete
abbia Adamo quando Eva piomba nel suo campo uditivo e gli dice “prendi e
mangia, sembra buono”. Dapprima Adamo non la sente neppure. Del Piero sta per
battere. Ma lei insiste. “Dai assaggia” e gli porge il frutto. La palla si è
mossa dal calcio d’angolo, lui allunga la mano, senza capire che cosa fa. La
palla viene respinta. Adamo afferra il frutto. Pirlo se ne impossessa. Adamo la
avvicina alla bocca. “Pirlo, Pirlo, di tacco” esclava invasato Caressa. Adamo
morde il frutto. “Tiro…. Goooool…. Grosso…. Grosso…. Gol di Grosso… siamo sopra
e manca un minuto”. Adamo balza in piedi sempre tenendo il frutto in mano. E
solo allora si scopre nudo.
Sarà andata più o meno così
allora. Il fatto è che, come conseguenza, le donne di oggi sanno benissimo che
per noi è del tutto impossibile connettere cervello e attenzione a due cose
contemporaneamente, a differenza di quello che accade ad una signore che di
cose contemporaneamente, ed in ordine sparso, riesce a farne almeno quattro:
curare il sugo, tenere in braccio il bambino, parlare al telefono, segnare che
cosa manca nella lista della spesa.
Ma Eva non poteva accorgersene in
un modo meno traumatico?
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